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Full text of "Storia di Sohrab: episodio del Shahnameh di Firdusi"

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l^ / ■ 



STORIA DI SOflRAB 



,,,,..>C(joglc 



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STORIA DI SOHRAB 

PISODIO DEL SHAHNAMEH Bl FIRDIISI 



IXAI^O PIZZI 

OPEBA 

>rcniìiiu dilli K. Stuoli Nirniie SujitrlDn d 
cu.i DtcRIo Kinlilimla dil Higg» IS7I 

con altre brevi Iradezionl 



PARMA 

TIPOGRAFIA FIACCADoai 
187J 



.Ccjogic 



THE KE\7 ■■■ORK 
PD8LK L'BRARY 

659542 A 



Proprietà Letteraria. 



AL 
mmiCIPIO DI PASMA 

MIA PATRIA 

IN SEGNO 

DI WCONOSCENZA 



Q^.aMm^ i''U^\\->'> 



u...,.C(JOglc 



1, Coniale 



Pubblico queste traduzioni che io ffci all<>r- 
guando era aticora allievo della R. Scuota 
Normale Superiore di Pisa, per dare un saggio 
degli studi miei e nello stesso tanpo per far 
conoscere uno splendido e glorioso monumento 
delta Letteratura persiana, cioè il Shahnameh 
di Firdusi, del quale do per ora la sola Sto- 
na di Sohrab, nserbandimi, se mi verrà fatto, 
di pubblicarne altre in appresso. Alla Storia 
di Sohrab seguono alcune brevi traduzioni dal 
greco e da diverse lingue orientali. La trascri- 
zione dei nomi proprii non è scientifica; essa 
è più presto accomodata alla pronuncia italiana 
ed al bisogno del verso che air '^esattezza della 
filologia, trattandosi gu\ di una traduzione fatta 
soltanto per chi non è pratico delle lingue di 
Oriente. 

Débo poi ringraziale il Sig. Cav. Prof Fausto 
Lasinio di tutte le cure delle quali mi fu largo nel 
difficile studio delle lingue orientali, e con Lui 
tutti quei Professori della fi. Scuola Normale 



Superiore e della R. Università di Pisa, che 
esaminarono la Storia di Sohrab e ne giudi- 
c(a-ono fiworevohnente. Hingrasio pare il Signor 
Cav. Prof. Aw. Alforiso Ckivagnari Smdaco, 
il Signor Prof. Cae. Giuseppe Rizzardi Polini 
e tutto il Municipio di Parma della singoiar • 
premura che dimostraromi nel favorire i miei 
sludi, i primi saggi dei qjtali volli che fossero 
Loro dedicati. 

Airma 1873, 



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DISCOHSO 

SOPRA IL SHAHNAMEH 

o 
IL LIBRO DEI BB DI FIBDUSI 



i. Chi si fa a considerare le origini dei popoli 
antichi, tra le altre cose cb' egli rltroTa, s' iaooo- 
Ira spesso Ìd raceooti strani e meravigliosi, discordi 
sovente tra loro, con intervento di dei, di spiriti 
buoni e maligni, di potenze soprannaturali nella 
vita degli nomini. Nella storia di quelle età pri- 
mitive, ravvolte nelle tenere dell' antichità, cam- 
peggiano spease volle atti di grandezza e nobiltà 
di animo straordinari, eccessi di crudeltà e di fe- 
rocia, figure di personaggi stragrandi, adorni di 
virtù meravigliose e talvolta anco bruttati da vizi 
detestabili e orrendi. In tutto però ritroverai gran- 
dezza e maestà, tanto nelle azioni nobili e buone, 
quanto ancora nelle colpe e nei delitti, ciò che da 
principio parrebbe sconvenire all' età barbarica alla 
1 



quale si riferiscono, se essa bari>arie, al dir di 
Giovanbatlisla Vico, noa si concordasse col grande. 
Li memoria di quei lempt aaliehissimi *i perpetua 
di eia in età, fincliè poi riduceodosi a forma dì 
vera narrazione, riceve veste poetica nei canti del- 
l' epopea. Nò di cotcsle tradizioni noi ari-iveremmo 
mai a cososecre l' ioliaa natura, se prkna non 
ci ponessimo ancora a ricercare quali furono te 
idee dei popolo al quale esse appartengono, sia 
intorno alla propria oripax, aia inlorno ai praprii 
destini e in qual modo esso li intenda, e quale 
slima farcia di sé riguardo anche alle altre naiioni 
die ha vicine. E si puè affermare che quanto alle 
origini quasi ciascun popolo dell' antichità credette 
di avere abitato per primo esso stesso quella terra 
nella quale abitava, e assegnando agli altri popoli 
le origini rispettive, o immagina cbe quelli 1^ ri- 
petes8|ero 4» lui, ovvcr* li ebbe in oonis di gante 
impura ed abbietta, presGoehè indegna <di apparte* 
nere al genera umano; né ccotcntatidosi di questo, 
altribuÌTa ancora a se «tesso o ai praprH re V ìn- 
vcBEÌone delle arti e di latu» ciò che rende conoda 
e piacevole la vita, o al eonlrario stimò che qual- 
che iddio discendesse dal cielo, e come Prometenj 
al dir di EscfailOj insegnasse il modo di reader 
migliore l' umana condizione. 

3. Tali essendo pertanto le opini«ai delle genti 
antiche riguardo alle origini, ritrovcreoio ancora 
che i popoli Irani, rìcdussimi dì tradizioni e di 
memorie con le quali poi composero l' epopea, sì 
diedero il vanto di nobili e venerandi siccome suona 
il nome islesso, e attribuirono ai prìrattivi loro re 



non Mio V impero dì tutto quanto l' universo, ma 
L' IsTenzioee anowa ài ogni Mie. Gaiuiners, il Gaya 
Maretan dello ZendaTeita (I), primo re e fvioto 
aemo, viveva, secanda i Persiani, sulle mantagne 
0' poco rreqtientaTa la eompH^^ia dcgK altri; il suo 
re^io fa di treni' tmur. floioang il suo suec.eisore, 
Bwahyanha nei tibn sendid, ta Oppino dte tagliò 
^ «Iberi per ftrne imposte alle porte deMe case, 
iocegnò' a^ «mini la maniera di Irar l'oro e 
l-'w^Dto daUe miniere, a scorto un giorno un 
dragpne cbe velova per i' aria portando Uh le brao- 
dn oaa piAra, e viMo Ae ossa nel cad«-e bat- 
tilo su una rupe ne arvcva latto uscire le scio- 
tiUei irvTÒ per ttd modo il fuoco e la manìa^ di 
«savne. Tsbmorae terso fs seae«ò' dalla terra i 
Devi, spiritì maligni sottoposti alia potestà di Ah- 
rìnane, e per prino addomcsticè cavalli e buoi. 
GoAscid che regnè^ settecento anni, il ¥tm(4tlwhaetA 
Mki Sendavesta, fabbrioò eolleMi e spade, trovò 
Twò dai profttmi e la pwca del coraHo, divisegli 
mdmbì in c|ualtRO étam, istitai la festa del ppimo 
gmeno deH' ana* (9) e regnò giustsmente fincliè 
ptt ai Ib»cì& attdflK all' tminetà e ad ogni sorta 
éi'unl. 

'■'■■■S. Goasiderando la vita di questi re appare ohìa- 
rMoente eiò che gli irsni contali tradiiiani vollero 
Sfi|tii6eare; attribuendo a eias«Bao di loro un lun- 
^rissiaio regno, e questo su tatto 1' universo, altro 
^M voUcro rappresentare ehe le diverse età, nelle 

^ (4) Jvstj, Hantftuch der Zendsprache, voce Haoih^anlia. 
■ '(3j In tarsiano ntvroz — f^orno auovo. 

,„ ,.C()o>^lc 



quali gli uomini passaroDo dalla barbarie «Ila viM 
civile, noQ a sbalzi né a salti, Dia benù a gradii 
iacominciando dalle inveujlonì pia semplici e o«s> 
ducendosi in fine alle arti che si avvicinano aUa 
mollezza. E con ciò mirabilmeale ai conferma qudhi 
che il Vico disse intorno alle età primitive, che 
cioè tulli i primi eroi ed i primi re altro non swM 
che personiCcazioni delle prime età, imma^ate 
dagli uomini per rappresentarne 1' ndo]e e h di- 
versa natura. Nella viu però di coleatì re ritro- 
viamo soltanto ritratta una età semplice e quati 
patriarcale, né in essa ìncontnaino qudle memorie 
di guerre, di epediiìoni lontane, di terre nemiche 
invase, di città distrutte, ciò che poi fucina pro- 
priamente il s(^getto dei canti epici, siccome sodo 
le memorie della lotta di Rama eoi Raesasì nel 
Ramayana, o le imprese dì Aram, eroe armene, 
contro Niucar re dei Medi e gli altri suoi nemici (I), 
o la spedizione dei Greci contro i Troiani. Al tem- 
po invece degli antichi re d' Irania, lenendo casi 
il regno su tutta la terra, gli uomini vivevano fa 
profonda quiete, e lasciavano ai loro principi il 
governarli e il mostrar loro la via del beae e della 
giustizia. Non avevano con chi combattere, poiché 
erano siccome ria niti in una sola e pacifica fami- 
gKa, e un solo era chi li reggeva. Avevano iareee 
da resistere ai nemici morali, ai Devii cioè a dire 
agli spiriti maligni che sotto )a potestà di Ahrimane, 
secondo quel gran principio della lotta fra il b^e 

(t) Ciamcean, Comp. di slor. degli Armeni, I. ^, in 



ed il male, inrestavaoo 1' uman genere e dtstrug- 
gwano le opere di Aburo Mazdao, il genio del 
bene. Questa eterne lotta, per «è boq essendo ve- 
nmeate di natura eroica, diede origine soltanto a 
feUi di indole mitica e religiosa. Gli stessi re com- 
bMlevan» eoi Devi e con àhrimane, e si legge 
eoRie Gemseid gìtignesaa a chiudere le porte del- 
l' loferao, e come Tsbmmras, fatto prigione Ahri- 
nane, ogni giorno lo cavaleasse per tutta la terra, 
e eoDfifMsse i Devi nei deserti, onde poi s' ebbe 
il soprsQDome di domatore dei Devi {i). Tutto ciò 
ebiaramente ne dimeslra come qtMlla Tosse 1' eia 
fnmitWa, nella quale si trovarono presso cbe tutti 
i 'pepali, e ebe ■ Greci ebiunei'^bera eia degli 
iài Dell' indole della quale forse non si potrebbe 
Msegnare altra ragione se noa questa, che cioè gli 
aewiai eonoseendo la loro [Heeielezta e infermila 
AsDBBii aUa pr^otente natura cbe manifestava 
em mr-abìlì segni la sua potenza, e d' altra parte 
Boa avendo ancora operato cosa che fosse degna 
di -essere neordata per la semplicità della loro vita, 
•{indussero a stimare tulle le cose cbe vedevansi 
dtòorno, siceome mosse e sospinte da una forza 
«^rannaturale e divina cb' eglino poi venivansi 
loggiando a loro modo nella mente. Ha poi a que> 
sU-.anUt'.a età, nella quale i re stessi erano sacer- 
doti e tutto r iiman genere trovavasi collegato con- 
ir» le potenze maligne soprannaturali, una seconda 
:.4M*cede, nella quale a poco a poto va diminuendo 

ti) Io persiano dtvbead. V, Rivayet pers. in Spieget, 
Die Iradiliooelie Literatur der Parseli, p. 317, scgg. 



negli aDÌDH f antico terrore religioao, e s' iogeaeht' 
Megli uooiìqì r odio e la discordia che spingono 
V ona contro I' altra ìt stirpi intere. Ooai g^ Ircoì^ 
disnlowo coir andar del tempo il primitivo «Mtamo 
religioso, e useili per la prima volta dai loro con» 
fini, si rivolsero a eoAbaltare le genti barbaMolut 
si avevano dattorno, dit^rse di eOiisuet«dÌBÌ e di 
indinatfoni. Allora la gran lotta eonbalUria dap- 
prima Ira Ahnro Hatdao aiutata d^K ÀmeA*> 
(penta o 8antt iBamorudi contro Afarimaae ed isHor 
Ite%'i, quella gran lotta tuUn di wdins rdH^oee é 
morale, si conrerte nel eoDir«slo tra lo stirpi ù«> 
aicbe ed i popoli Timniei, che «bitavaio lé^ parAi 
settentrionali ddl' Asia, e diventa ■(» lotta di gant* 
contro geme, ricea di fatti di natura veratteate 
eroica e dt avveature meraviglioM e jlmordioariéi 
Allora però non cessa ancora la l«Ua tra Ahri«aaaQ 
ed Ahuro Maidao, ma, leesod» h tradÌsion« iea* 
nìca, il primo si pone dalla parte dei Twain, ^ 
Iran! invece si aSortano dell' aiMo dd secondo» 
perpetuandosi oois) sotto un divorao aspetto 1' etero» 
battaglia tra il male ed il bene. Dall' odio poi che 
G* ingenera scambievolmente nelle dee stirpi neo^ 
cfae, prendono origine quei nomi di dispretio, eoi 
qua)i ciascuna di esse va deaigaando l' idlrat 9 
nitlla stessa manièra che i <^eci ehisalarano bar» 
baro ehi non era Greco, cosi gì' Irani dicenkao 
Saci o cani ì pop(^ dell' Asia settentrionale e (I»ka, 
secondo le iscriaìbnl cuneiformi (I), o terra del 

(1) Splcgel, Dia aKpen. K«itin«dirinea — Votlen, Les, 
persie, poae Qakasluoa ( l' odierno S«ges(BD ), 



Mai il paese sei quale sUnii&TaDo. Fu queet' odio 
islsMo che diede origine a coatinue Bcorrerle nelle 
terre imni^e, ■vìolMiioni di eonfiai, a battaglie, 
a IfMÌinenlI, «d alti di virlà' e di earaggio, donde 
poi si toma la iradizioDe che dà la ouLert* ti 
tmU apiei. 

: 4, Tale a noi lembra essere 1' origÌBe ddla Ira- 
didoiie «he ci nppreseaU coLesU aolica lotta di 
sUiftu Bicereando iovece laitessa tndisiwta iranica, 
troviamo cbe tisa «e rifrnsoe ì principi alle di- 
•cordia aale^ fra ì lae ^li di Feridua, il Tbrae- 
Mana dd Zendaveata, U qude giunto aU'eatreina 
TatebìciEa, cMitund» ben cìn^ccenta aoni di regno, 
peiMÒ di divider lor» I' iiupno della terra e di 
paflMrc-ia pace ^i «biml anni della vita. Iregi (1), 
Tw e Salta .o,»iKiméo Abulfeda (3), Shivem waoo 
i figli di toidoni at primo taeeò l' Iciie, l' India e 
r AepsB col privilegie di portar corona e di se- 
^re in irooo^ il aceando otieana in sorte la Tu^' 
raoia.v.ofce.s' dibe.da lui il Boue, U Cina e 1' e- 
Mreaw Orienta, meatre « Siim era toccala 1' Alia 
aceidantale^ l' Egitto e 1' Airiea (?). Ha Solm e Tur 
mal coaifioHando che ad Iregi loise toccata la pia 
bella pane della torà, pregaroao il vecriiia padre 
di rivocaie qaeile dispoaiuoni. Feridua rispose che 
deaidenva. vivere ìa pace, ed Iragì partitosi dal suo 
fianco. e reootaai fireasa i fraldli per persuaderli) 



(I) Si pronunci Irag (zendo Airya, pchlevico Àirie) 
col g schiaccialo. 
(3) Abul(eda« [IÌRt.anteulaniicB arab. p. 70, ed. FleÌKÌier. 
(3) Abuir. Hitt. I. e. 



K,glc 



fu da loro ucciso. Ferìdun, quando il seppe, cadde 
^ suolo sveouto, ma restavagli aocora uua lontana 
sperania di punir quel delitto, poiché ancora aveva 
nella reggia una vaga fanciulla, figlia di Iregi e di 
nome Cangia.. Costei parlori due gemelli ed mu 
fanciulla clie poi chiamossi Ham^khvarsbed; da 
questa nacque Haooshkbvarnar, e da Haoosbkhvamar 
Minocihr, secondo il Zendavesta Haouscitbra, che 
doveva vendicare la morte di Iregi (1), Minocihr, 
fatto adulto, intimò la guerra a Tur ed a Salm, e 
dopo varie vicende li uccise. Cominciando allora « 
regnare governò con giustizia i sudditi, restandogli 
perù sempre io Tnnaia un potente nemico, il quaJe 
invidiando la graodetu e la gloria di lui violava 
spesso i confini del suo regno distruggendone k 
citlà e devastando le campagne. Costui ora Afeasiab 
nipote di Tur, H Franubarasbya o Franra^yan ddlo 
Zendavesta, il quale, siccome quegli che ormai, 
secondo ciò che si é detto, r^presentava il prin- 
cipio del male, dalla tradizione iranica ci è ritratto 
come un possenle malvagio, cbe aSonandosi 4i 
tutte le nuli arti, combatte il bene e odia ed. in- 
vidia i re d' Irania cbe lo praticano. Ha dopo molte 
battaglie Miaocibr il costrinse finalmeote a chieder 
pace; ed essendo convenuto tra i due principi che 
un arciere sarebbe salilo sul picco del Demàveod, 
e cbe la saetta eh' egli avrebbe scagliata avrebbe 
determinalo il conliue dei duo regni lA dove essa 
sarebbe caduta, Hinocihr tra i suoi scelse Arash 
arciere abilissimo, il qutrie salito sul picco scaglia 

(1) Bundelieali, liber pehicv, LXXVIII. (L 

—"81'^ 



la saetta, che asci con tale impeto dall' arco che 
trasvolò sopra il paese di Nisb«pvir, di SarcaS 
e dì Blerv, e si piantò nel suolo sulle sponde del 
GibtiB, r Osso dei Greci e dei Latini. Slabtlilo que- 
sto confine, fa fermata anche la pace, e ne resta 
ht memoria in nna festa religiosa detta Tirgan o 
la Pesta della fi-ecm, che ì Persiani celebravano 
io ricordanza di un tale avvenimento. 

S. Ha non polendo cessare ana lotta, alla quale 
porgeva continuo alimento l' odio dì stirpe, non 
mancò essa di riaccendersi allorquando Afrasiab 
mmdicsDdo pretesti, porse nuova occasione alla 
guerra che con varie vicende sì perpetuò poi per 
le genernzioni susseguenti; e questa ò la vera etd 
eroiea, ricca di tutte quelle meravigliose tradizioni 
cbs porsero poi materia all'epopea persiana. Nello 
Steno modo pei che i re di Turania, siccome quelli 
du rappresentavano agli occhi degli Irani il principio 
AfU male, sì appigliano a tutte le arti maligne, 
«•ri dall' altra parie gì' Irani non trovano altro 
nodo di difender la patria se non nel proprio 
valore e in una sineera fidanza nell' aiuto divino. 
B però' vediamo che dalla parte dei Turani stanno 
i Devi, i mostri, i maghi, gli stregoni, i Nerm-pai 
«Piedi deboli, razza di spiriti maligni che infe< 
stavano le strade e gittendosi sulle spalle ai viag- 
gNttori, e avvinghiandosi loro al collo con le gambe 
limili a corregge dì cuoio, onde ebbero il nome, 
B sforzavano a portarli là dove essi volevano. Tra 

(l).BurhaDÌ Katliiu, voc. [lers. v. (ir^on. — Abutf. 
Siit. aateiìl. arab. p. 70. 



io 

questi enevi maligni prhdeg^o U Devo bÙRcOr 
Arzheng, l' Bra^nth eioè Mao Zendavesta, PhM, 
Akvan ed ahri mohi. Ab al Molrario dalla ptrM 
de^ Irani Btaan» le poteiBe celerti, e tn ^aOUt 
il Serash, I' «ngelo di Dia>, f» noti Sgli uomiu i 
Domandi di faii, e il Simurgfat 1' «ceeHo ini«tarioW 
che abita sui famioci monti Caf cIk eittoaiaao k 
terra, si prendecnra Aalltrtare«di DiririrZal HpMr 
dialo dal padre, «premeiflai naMimeiHodifoshEOb 
In quel tenip« aiieora viveva tra iaMDlidelZ»^ 
liilan o SegesUa nns famiglia di eroi ^editcfodam 
da Gemecid, la qvale- aveva dsi ni Penuni iritor 
auto Hcoone ia fendo il pKse che essa abttMri^ 
in ricompensa dei grandi «crvigi pnealali. San)» 
figlio di Nircoi, nao degli croi appwtetMUi ■» «vr 
te*u famiglia, ebbesi da Fcridun, gii pr«ssoain»t 
rire, l' inoarico di giovare de' suoi eenalgli il fio* 
vinetto Hinucihr eh' egli aveva desigaab) re, pouto- 
dogli «ni capo la eerona (1). D' dlora in poi gb 
eroi del Zabuliilan' non si partirono pia dal fìaa^ 
CO- dei re^ e ne furano aenpre i aoiilcgna coi saano 
e col valore e een una cenosevau pandeddl' ar« 
te miniare. A San tocceue il figlia Zaii e a Za! 

(I) Si noti die nd ZendiTeita la parola téma.( salvai 
lore, ilonalor di pa«e ) li rìleriMW ad uaa ttìr^e di ersi^ 
quindi edwa i nome di fantiglia, boh nome proprio (vedi 
Vasna, IX. 10); la lr»ilÌiione poi auccessiva ne ha fallo 
un figlio di Neriman o Nirem. Neriman Messo, che nei 
libri di tarda età, si da per Aglio di Ghershasp, nel Zen- 
davegta non è cbe un aggetlivo { naremanonh, magna- 
nimo ] che »j adribaisce tempre a Kere^pa, il Oliershasp 
del Shuhnanieh. 



u 

, il magglon «Poe ed j) più cetebralo <l«l- 
t-'.:«popeB pursÌMia, ebe superttva tutti gli altri gsef'- 
rioi eh« Tivwaoo alle cnu. 

9;. Haatem può dirsi UM di quegli crai, iqaali, 
WMad» r aploioat di (ìisvanlMttiata Vico, suono 
^•nfpnaeakovt, cvne V Bn»(e dei Grèei, una ìd- 
IMs'vtA feoswlii di fatti meraviglioii e Rraadi, di 
BÉMuni di fona e di virtè porteatofa, quali sol- 
MMs ■' iiMtmmDB Belie Morie primitive dei popoli, 
feadla «tetta i^isa ctw ^i' aotiebi re cfacnui pili 
addiMv ricoHannio, sotto, a sostr» avriio, tic- 
tomo i sioaboti deHe dftcm elA per le qoaW gli 
iworfai pMMMno ali* cirilli della primilifa bar> 
bari«, e«Bì dalla eoniiiikrazlDne dei fatti e delle 
•pars e id«U' etA anribaiu a RaMas, ci induciani» 
BBcbe a credere che in Ini trovici rappreMotsta 
la'««rt (Ai «roica dti popoli iranì. Della quale 
uarsi però rieovan an^e tatt piwta mnifesta 
dagli anni di vita ^e U iradidORQ gli aUribaisee; 
raeflontaai iafMti A' egH naMMse negli ultimi aaai 
del TC^n* di Mioocibr, e metio per lutto il r&* 
%aa £ Ncndor, di ^Zav, di Gfaerabasp, di Coltad 
dw regnA ocat* anni,' di Gavns ohe governò ta 
Persia per ceaioei[K|MM' anni, di Cbosrev Hama< 
yua il quale fu re per sessaat' anni, di Lobrasp 
che 'per cealeveoti ansi, e di GH^iasp che per 
WMaata tenne il trono; dbnodocbè tenuto conto 
Soltanto della durata del regno degli ultimi cinque 
re, egli ebbe la sterminala vita di seicento novanta 
anni. Rirsvasi anche una prova di ciò che afler- 
miaoio, dal considerare ebe la tìu di Rusleni in* 
comincia al tempo di Minocìbr, che è a dira ■!• 

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13 
lorquando entrava la vera eti eroica, e fint»«e in 
uà teopo in cai jjià cominciava a diminuire 1' an- 
tico ardore guerresco e la potenza persiana a de- 
cMnare, finché poi fu rovesciata da Ischeader a 
Alessandro Hagno (4). Con pertanto stando leoMe, 
si puA facilmente inferire da ei6 che si è detlo> 
che la vita di Ruslem, abbraseiando uno sterminale 
numero di anni e eomin«ando nel tempo nel qnale 
destavasi I' ardore militare, e d' al^a parte andan- 
do a terminare laddove easo comiaciava a dimi- 
nuire, non rappresenta M non l' tìÀ veramente 
eroica della Persia,, nella quale o vissero pareeofai 
eroi stati poi confasi in un solo di nome Rusiemi 
esso Ruslem, se pure si vuol seguire il prinoipio 
del Vico, sta a rappresentare da solo tutu colesu 
età alla quale apparteneva. 

7. Meravigliose ed infinite sono le Iraditioni che 
r epopea ci ba tramandalo inloruo a Rustem; ed io 
qui ne rieorderò aloune, e quelle specialmente che b- 
ranno meglio oeooscere 1' età «^ca della Persia. 
Rustem adunque prima ancora di nascere aveva 
dato a divedere cb' egli doveva essere un grande 
eroe, poiché quando Radàbeh ne ere ancora incinta, 
Zd marito di lei dovette invocare il Sìmurgh» bc- 

(t) Si noti die Alessandro Hagno è divaatatv in Oriente 
personaggio mitico. Nel Corano (oap. XVIII) figura sic- 
come messo di Dio. Per conoscere le favole intorno ad 
Alessandro die trovansi nei libri persiani, arabi, siriaci, 
armeni, si vegga il libro dello Spiegai: Die Ahx. Sage. 
Quanto poi al finire della potenza persiana al tempo di 
Alessandro, la storia coincìde con la tradiuoae epica 
persiana. 



15 
ciocché alleggerisse alla moglie gli iocomodi e i 
fastìdi della gravidauzs; e già Io stesso Simurgh 
aveagli predetto che gli sarebbe nato uà figlio di 
slraordinarìa rorteiza, dinnanzi al quale dovevano 
tremare tutti gli eroi della terra; i leoni dovevaDO 
baciare il suolo drnoanzi a luì, e le subì non do- 
verono passargli sopra il capo. Quando venne alla 
Inee,' dieci autrici non baslavaiio a saaiarlo, e poi- 
ehè fii slattalo, mangiava per cinque uomini (1). 
Cre«ciuto negli anni, e divulgatasi sempre più la 
sua foma, diveotò il sostegno e la gloria della Per- 
sie; né sorgeva guerra alenna senza eh' egli non 
la vìrtcesse quasi da se solo. Tra le sue imprese 
quella che più di tutte desta la meraviglia, è la 
spedizione contro ì Devi che nel Mazenderan, l' Ir- 
casia degli antichi, avevano fatto prigione il re 
Cavus. Combattè io Sìria, in Grecia, in Egitto, in 
India, acI'Segsar, paese favoloso, gli abitanti del 
quale hanno la testa di cani (S). Alla corte dei re 
di Persia molli erano gli eroi, quali Tfaus, Guderz, 
Oostehem, Ghev, Gtirghin,Ruham, Berzin, Feriburz; 
ma tutti erano superati da Rustem, il quale perciò 
wlttm ottenuto il privilegio di poter portare in capo 
vn» corona reale e, secondo il costume dei re, di 
dare udienza sedendo in Irono. Aveva il nome di 
tme del mondo (3), portava una tunica detta Be- 
hrib'eyan eh' egli si era composta con la pelle di 
DO mostro da lui ucciso sulle montagne di Siria, 

(1) Firdusi, Stiahnameb. 

fi) Bnrhani Ksthiu, in Vallers, lex. pers. v. Segtar. 

(3) la persiuno gikanpeMevan. 



e di tal natora che doo potevi nd bruciare, nfr 
sommei^rai nril' acqua, Déesaere oOsa dalle anni» 
e te sne armi erano urna spada e uoa dava. Uose 
Conneae, alorìco anoeno étA qotiitatseoifl di Cmta. 
dice ebe Ruatcm avera la furia di cento veati «•• 
vaHi, e ne pone la atOTla ne) Fcnte addmafidola 
con la favola del Ciclope IViliInno <(). Sfolli hM< 
^ dall' Iran, cetcbri per le ÒBpreM di Ini, por- 
lana aoeoFa il auo nome, e non lootanD da'CMr» 
man-scbah nd Curdistan |>ersÌaao, bsIU ceMwe 
rape di Behistan, trovaai aacora oggidi scoipka oo* 
figura coioiaale di cavaliere eon elnio e caraua, 
armato tti tanoia, cbé §lì abUaoli del paese, bai-> 
(die con errore, cbiaiDano anoara ai nostri giorna 
il ritralto di Suatem (9). 

8. lo non mi sarei moi fermato a parlar ooai 
a lungo di quralp grande eroe peNlono, te non 
avessi avuto in animo di dùne^trire quale foase 
la natura delle aaticfae tradhiooi di Persia, e se 
esso Ruslem, seoondo quello cbe si è detto, non 
la rappresentasse tutta quanta quaaì da se aoIOj 
Ora però conosciutB celesta età eroica o le origiaì 
e l' indole dì essa, c<nverrii ricercare oofM se ne 
sia eonservota la aiemoria. B prinrieraneate dirò 
come col succedersi delle geneiraiioai la tradizioBe 
epico neri sì spense in Peraìa, ma si perpeiaò n«l 
popolo passando di boeea in bocca fìadièpoi qual- 
cuno sì diede peosìero dj raccoglierla e dì con- 

(t) Hosè Cureiiuse, Siaria, amen. Venci. 1811 — 
Hiaer, Erdkuade, p. tt, 1. 3, pag. 183. 
(i) Dubeux, la Perse. 



«rnrla per metto della sentluML Ma se vi fu po- 
pola il quale Ivae «atreoawenta geloso di cansar- 
v«re U memoria del propris fiasMlo e di tramaa- 
darl» ai posteri, oua, a prefvreitia di tutti, fu il 
Ptrwna. Scmevauo inflitti i ParsiMi le loro iilorie 
sol dono delle patrie monikgne, au tjuello stcue 
rupi, ehe aacbe oggidì d «.arrano le gloriose iiD- 
prew dei re « degli erti e ci diduaraoo i riti e 
le ieggi e le eosAuBoaue «tei paose. I re sletsi, 
Meoome rÌ legge nel libra di Efiter, registravano 
nelle istorie dd regHo i fatti più notevoli che ac- 
atdevano, e le opere fiohi'i e virtuose, e teocndole 
oistedite nei tesori reali, se le facevano poi leg- 
gore dai loro «cribi (1). la un lecapo pei di iDolto 
posteriore, eioé nel sesto secolo di, Cristo, Anuscir- 
no o CMToe prioM il grande, decimoUavo re della 
stirpe dei Saisauidi, loeoti'e ^i studia di l'imettere 
io lOaore la reUgione di Zoroastro e fa tradurre 
dal sanseriio io pebievieo il libro del Psociatantra, 
si di aocfae cura di racoogliere le antiche istorie 
d« re persi«ni e di disporle secondo 1' ordine dei 
tempi, lu ciò egli fu imitalo da Jesdegerd terzo, 
ultimo dei SoaBaoidi, il quale aiutato 4a un dotto 
dei iSuo tempo, Oanifihver di nome, dopo aver rac- 
oaltfi quaiKe memorie potè intorno alle storie de- 
gli antiohii priuoipi, oe jorraò un libro che si disse 
Cbiul«jr«ftuidi, libro del re,, o Bostaa-nameb, libro 
del giardioo. Segonobè le storiti benché favolose, 
di una serie di re antichi e polenti e di eroi cho 
avevano lungamente combattuto con le stirpi del- 

(I) Esther VI. I. 



r Asia settentrionale, non potavano essere ignorate 
dai popoli circonyicini o da qu«Ue genti che avea- 
no potuta comunicare coi Persiani. Cbe ami è s 
credere che esse fossero note anche al di fuori; e 
ne fanno fede dua testimonianie, I' una di Hosè 
Corenese, il quale oltre all' altra noticia intorno a 
Ruslem, da noi poe' snxi allegaU, parla delle cru- 
deltà di Dbuhadi, I' Ak1)Ì Dshakadello Zendavesta, 
quinto re di Persia, e del come Ferìdun eh' egli 
nella sua lingua armena chiama Hrodsn, lo tnca^ 
lenasse io una caverna del Dranaveod (1); e dò 
uè fa fede che aoche oell' Armenia erano sparae 
te tradizioni persiane. Seconda tesiimonianza è 
quella di Maometto, il quale al capitolo trentesimo 
primo del Corano minaccia le pene eterne nella 
vita futura a chi non ascoltando gì* insegnamenti 
a lui rivelati da Dio, va piuilosto in cerca di vani 
racconti per sviare gli uomini dal retto sentilo. 
AI qual passo i Commentatori arabi, e tra questi 
il Beidhavì, nolano come queste parole si riferi- 
scono iid un certo Nodhar o Nadlir Ibn el-Harilh, 
il quale, avendo viaggiato in Persia ne aveva por- 
tata la storia di Rustem e di Isfendiar figlio del 
re Gushtasp, e l' andava leggendo ai Corcisciti, 
tribù di Maometto (S). Ma non solo i re davanti 
cura di raccogliere e di far scrivere le tradiiioni 
antiche, e non solo queste erano già conosciute 
fuori di Persia, ma ancora, e ciò è quello cbe più 

(1) Mosè Corenese, Slor. arra. Venciis 48i!. 

(2) Corano, eap. XXXI. 5-6, e ii CoDimealo arabo del 
Beidhavi. 



L,.,....C()0^^le 



17 

imporla, correvano per le boccile del popola e 
specialfucnte degli ab itemi delle canipaf^Det i iiuali 
lostsai dalle città, avevano meglio degli altri con- 
Mfvato quelle memorie. Dibgan cbiamansi in per- 
siaoo gli agricoltori, e questo nome pa^sò di poi a 
signiGcare storico o narratore dì glorie, pracbè, se- 
rondo r autore del Vocabolario persiano detto Be- 
bari Agem, i villani soli e gli agricoltori conosca 
vano le etorie dei re; e però a bwo ricorrono i 
poeti epici, eopie Firdusi e Nizami, per irar materia 
ai loro canti (1). Erano adunque queste tradizioni 
un patrimonio del popolo che le aveva esso slesso 
e create e svolle, né da altri le aveva ricevute, co- 
me poi più lardi ricevè dogli Arabi la tradizione 
dd Corano; laonde questi racconti che rirenvansi 
all' antica gloria dell' Iran, e cbe verisimilmenle e- 
rano cantali per le ville e le campagne in roxzo 
metro, non abbisognavano che di un grande poetali 
quale avesse saputo rHCcoglierli quali erano, informi 
e ronzi, nella mente del volgo, e dar loro una veste 
poetica conveniente all' indole ed all' altezza del 
-soggetta e degna di et^ere tramandata alle altre 
generazioni ancora. 

9, Ma ii^olte cause l' impedirono; e tra queste la 
prima e la pili grave fu la conquista itegli Arabi. 
-Gii il regno persiano dei Sassanidì, indebolito e 
4aUe discordie e dalla corruiiotie, pareva ormai vol- 
.gere alla fine. Fondalo da Ardescir Babecan nel dne- 
centa ventisei di Cristo con 1' ultima vittoria da lui 
riportala sopra gli Arsacidi che prima regnavano in 

(!) Bebari Agem, in Vulters, lex. pera, alla voce AAj3». 



Persia, era venuto crescentlo fino al sesto secolo, 
lincilo toccò la sua maggior gr<indeiEB al tempo di 
Anuscirvan o Cosroe primo il gi-ande, dopo i) quale 
« per la debolezza dei principi e per laQorruzione 
dei nobili e del popolo, declinò irrepjrabilmente > 
e si ridusse a non esser più clie un simulacro di 
regno, come lo chiama Abulfoda (1), solto lo scettro 
dell' inlclice Jezdcgcrd Icreo, slato poi ucciso d» un 
mugnaio a Merv nel seicento cinqunnladue (2). Ha 
in quel tempo andava rreseendo di giorno in giorao 
e a dismisura s' afforzava la poteoia degli Arabi, i 
quali toltisi dai loro deserti e spimi da uno zelo 
eccessivo di religione, cercavano di propagare Ih 
nuova dottrina dì Maomcilo. La Persi» ancora Tu 
invasa e conquistala al tempo del Califfi» Osman, al 
quale poi essendo succeduto Omar, uomo di altis- 
simo sentire e di indole generosa, ma governato do 
una soverchia venerazione per Maometto ed il Cora- 
no, fu per lui dispersa e distrutta ogni cosa che ri- 
cordasse V amica coltura e la passata potenza per- 
siana. Distrusse egli i templi del fuoco ed arse l« 
biblioteche, e allorquando venivagli presentato qual- 
che libro persiano, nel ricusar di riceverlo rispon- 
deva che per i veri credenti doveva bastare il Co- 
rano. Così allorcbò Saad figlio dì Abu Vassaf, ritro- 
vali in Persia i libri degli antichi re, gli fé' scrive* 
re domandandogli se poteva portarli con sé in Arabia, 
Omar gli rispose comandandogli di gellarli tutti 

(f) Abuir. llisl. anlaisl. arab. p. 98. 
(3) Drryss Chronologie Universplk. — Aaihera Kufi 
Annali, in persiano, in Wilben, CItrest. pera. p. IS%. 



19 
Hcir acqua. Racconla poi Dcvlet-Snhah, scrittore per- 
lisDO, nelle Vite dei poeti (1), che un giorno avendo 
hh uomo presentato ad Abdaliali Iba Tallir, Emiro 
del Corassan, un libro ch'egli diceva mollo bello e 
composto dai dodi al tempo del re Anuscirvan, 
l'Emiro sdegnato gU rispose «b' egli leggeva il solo. 
CoraDo, e die Tuor da esso e dalle scritture dei 
l^ofeti non faceva uso di altri libri, i quali non e- 
nM cbe fattura di Magi, poscia comandò di gettur 
seH' aeque quel libro, e pubblicò nn decreto pel 
quale' ogni opera persiana doveva essere arsa. 

10. Cosi passarono alcuni secoli, nei quali la Per- 
sia, fatta ornai Mussulmana, pareva aver dimenticata 
l'antica potenza e la propria storia e scordata I» 
stesa» lingua, daccbè tutto scriveyasi in arabo, e 
xiguardavasi siccome grave colpa, secondo D«vle1- 
Sebah, usare la lingua del paese. Ma verso la fine 
del nono secolo, allorquando già erano sorli e fer- 
RiAente stabiliti alcuni prineipalì in Persia, benché 
soggetti ai Califfi di Bagdad, incominciaronsi a ma* 
nifcBtare evidenti segni di una nuova cultura, la 
qsale, per essere come un riverbero della splendida 
egjtura degli Arabi, fu Araba essa stessa. E Mir- 
Uiondi, storico persiano del decimoquinto secolo, 
racconta come il principe Ismail Samanida, stato il 
pHma a regnare di cotesia famiglia, proteggesse i 
asptesti «he furono in gran numero sotto il suo re- 
gno (2), Ma il principe, siccome si può 



(I) Dcvlet-Scliali,in Wilkcn,Chresl. pers. p. l«7esegg. 
- (3) Mirkhondi, Hisloire dea Samanides, lente persan, 
par Defrémery, p, 5. 



,.„.,,, .CAK,gk 



20 
dallo slesso storico ora alIefjBto (1), parlava arabo 
e i doUi eh' egli aveva alla «uà corte, cullivavana 
le scieoze soltanto su libri arahi e Talevanai di qu»' 
ala lingua allordiè BQri*cvano. Tuttavia, al dir 4i 
Devlel-Schah, regnando 1' Emiro Abmed figlio di 
Nisr inoominci^ ■ risorgere la poesia persiana col 
poeta Rudeghi, il quale tradueeva dal «anstfiLo i! 
libro di Calilsh t Dimnab e oonpenova odi e apt^- 
gbi e favole di diverso genere (S). E al raceoMa 
ancora conte osi deeimo secolo ooo dei principi 
Sainanidi avesse ordisalo al poeta Dekiki di versi- 
ficare le istorie degli antichi re persiani, s come 
Dekiki gii si fosse posto all' op«-a aUor«hè Ai uè- 
ciso da une «cbiavo, mentre non- awtVH condotto a 
lennitie un centinaio di distici (3). A questo tempo 
adunque, al decimtf secolo cioè, noi riferireoM il 
risorgimento della poesia pernana, la quale prima 
di coleste età o non fu oollirau di vero proposito, 
corse solunio per le bocche del v»lgo in fuftoa 
roEia ed incotta. Noi però non iiremo che essa 
dapprima fosse dd tutto trascurata e cbs nessuno 
pensasse mai a hr versi sia per ignwanza sia p«r- 
Gbè gli mancasse « materia o i^nrauone. Sollaato, 
lenendo conto di alcuni indili intarno a questa an> 
tioa poesia e di eia obo accadde dì altri popoli ofae 
irovaronsi nella stessa c«ndlaioiie della Persia da 
que' tempi, mi induco a credere cbe essa poesia 
fosse coltivata anche prima in forma, verìstmilmente, 

(1) Mirkhondi, Hial. des Sam. «te. p. 13. 
(S) Oevlel-Sohih, I. e. 

(5) I. Alkinwn, Soohrob a poein. Cilcutla 1811 pref, 
pag. 111. 



SI 

pia roiù e (jie J mooniiientì di essa, appunto, per 
«cacr talli sieno aodati perduti- Ni maacaDO intoroo 
a ci<t «aegipi e. indizi. Lo stesso Devlet-Schab infatti 
il quale ai meraviglia come alcuni dotti Persiaoi ab- 
biaiio pwiBtto ohe ^rima d«i Samaiudi e di Rude- 
§bi Ann fosso aUU in Persia poesia di sona, affei^ 
mando ebe non ci è pervenuta raccolta alouna di 
odi » di oanti anteriore ad esso ftudegbi, ci eoo- 
serra taltaiia alcuni esempi di antica poesia persiana 
in un verto di Bebr«m Gor che regnava nel teno 
secolo, in un altro del figlia di lacob Ibn Lara da 
lai improvvisato nteotre gìuocava die noci, e in un 
distico che lei^evau sulla porta del castello fabbri- 
cato dal re Rervls per l' amante sm Scirin tra Hol- 
uo e Cbanicbia (lì. Si sa poi d'altra parte obe 
per cotesla Scirin il canlm^ Sarbi^d compose le sue 
trenta famose canzoR,i delle quali ni rimangono ao- 
<coru i aomì. Ma se elodie mancava allora o scar- 
aeggiava io Persia la poesia veramente letteraria, 
j^ni cosa ci oondoce a credere cbe il popolo , il 
quale conotceva, lui solo, le Iradisioni auliche, a- 
oando di sentirsele ripetere avri pure avuto i auoi 
«autori. Restava adunque cbe qualche grande e po- 
lente impulso venisse dito alla novella poesia,. la 
■quale aveva in «è, benché in rudimento, tulle quelle 
queliti che erano neceasvie a renderla bella e pro- 
«perosa. 

1t. Questa gloria t«ceò a Muliroud dì Gasna, il 
quale salito al trono negli ultimi anni del decimo 

. (I) Oevlet'Scfaah, Le.— Abulfed. Ilist. aotcisl. a- 
rab. p. 93. 



.C()o>^lc 



22 
secolo, dopo aver fatte nell' Oriente stermiaatc coiT' 
quisle, cosicché it suo impero stendevasi da) Mar 
Caspio tino al Gange, riordinato il regno, « diede 
alle opere della pace e procurò di continuare e di 
compier 1' opera nella quale i Buidi e i Samanidi 
l'avevano precediiio* Fino al suo tempo erasi scrìtto 
arabo in Persia, ma egli adottò la bella lingua per- 
siana per la corte; o capitatogli per caso Ira le ma- 
ni il Bostan-namcti, nel quale si Barravano le istorie 
degli antichi re persiani già state fatte raccogliere 
da Jezdegerd terzo, e compiaciutosene assai, ne 
scelse le sette istorie che gh parvero più belle, e 
le diede a selle poeti della sua corte, acciocché le 
ponessero in versi persiani. Ansari, uno di qtiMt 
poeti, vinse la prova colla storia di Rustem e Soh^ 
rab, la quale riempi di meraviglia tuUi quanti i 
dotti del tempo. 

12. Ha già Del novecento quaranta di Cristo era 
nato a Shadab e secondo altri a Riivan , piccolo 
villaggio di Thus metropoli del Corassan, da umili 
parenti che esercitavano l'agricoltura, \ba 'l-&nini 
Mansur, più conosciuto sotto il nome di Pirdusi. Lti 
sua famiglia abitava sulle sponde di un grande ao 
quedotto staio giA costrutto dagli antichi re per 
condurre dai monti le acque che soarseggiano att- 
r andò suolo dì Persia. Firdusi, secondocbè si rac- 
conta, sedevasi spesso su le sponde dell' acquedotto 
ormai rovinato, e tra sé pensava alla passata gran- 
dezza della patria sua, che allora vedeva avvilita e 
falla preda di un conquistatore. Diedesi allo studio 
della lingua araba e più ancora della peblevica Bella 
quale erano scritlc le storie antiche; e intesa in 



morie di Dekiki, avvenulfl nel novecento sossanu, 
eoneepì il disegno di compier l' opera che que(;li 
aveva appena incominciala. Prociiralosi allora, ben- 
ché Il fatica, una copia del fioslan-nameli di Dani- 
sbver, si pose all' opera con grande studio, e già 
ers giunto all' anno irentesimotlavo di sua età sen- 
za che alcuno il conoscesse neiomcn dì nome, al- 
lorcfaé Aba NaDsnr, prefetto del Corassun, venuto a 
cagaisione dell' opera sua e dilellatosi grandeBienle 
de' suoi versi, prese a proteggerlo. Cresceva intanili 
a dismisura la potenza di Mulimud, e già sparge- 
vasi la fama ch'egli desiderava un poeta, il quale 
prendeHse 1' assunto di cantare le storie dell' antica 
Persia. Firdusi allora, il quale già da luoghi anni 
vi avea posta mano, consigliato da ehi ne conosceva 
i meriti, partissi da Ttius e si rcc<ò a Gasnn alla 
cort« del sultano, alla presenza del quale potò io- 
trodurgi per presentargli la storia di Hustem e di 
Isteediar cb' egli aveva posta in versi. Dicesi che il 
Sultano l'cslÀ nwravigliato delia belleisa e della for- 
za della poesia dì Firdusi, e ohiamatolo pressa di sé 
|04*0Be tra i poeti della corte. Poi, crescendo in 
lui tempre più la maraviglia ed il diletto, imposto 
al poeta il nome di Firdusi, che in nostra lingua 
su«Ba Uomo di Paradiso, gli ordinò di porre in 
versi tutte quante le storie degli antichi re, e as- 
segnatagli una moneta d' oro per ogni dìstico, gli 
fece fabbricare un padiglione in un ameno giardino 
vietando a chiunque di distui-barlo. Era il giardino 
adamo di figure di leoni, di tigri, di paniere, di 
elefanti, di focosi destrieri, le quali parlavano alla 
tantasM d«l. poeta; e mentre egli scriveva sedevaglJ 



•>si^ 



24 
accanto tin giorinetto cbn toccava maestre tolneMe 
le corde di^l tiiilo e tratto tratto |iorgc«agli a bere 
«Da taisa di vìoa. In quellH Holiliidine FirdiMi «on- 
poie il ShahfMtmeb o il Libro dei Re in c«ntoveo- 
timìla veni, e lo ini net mille e undici di Cristo, 
nei seltanUsimo primo anno di ooa eli, eon <i«este 
parole; ■ Queir io che gii composi questo tibra, ho 
« riempito il mondo della mia gloria. Sempreehé 

< qualcuno avrà anima fede e intendimento, mi no- 

■ miliari eoo lode e con lenaraaione. Quali' io che 
> ho aparsa la (emeiia delle parole, non morrfr 

■ mai, aocbe quando lo spWito ri portiri da qoe- 

< alo cuore >. 

15. Ha intanto i SMÌ avversari, nei quali invidia 
em nata dal vederio onorato aopra gli ahri,eeroa> 
rono di farlo cadere bi disgraaia M principe. £ 
perchè egli era della aetla di Ali, mentre Mahmnd 
ara oitodoaao, con tale pretesto gli suscitarono con- 
Irò I* odio dìBaasan Halmendi, primo ministra deUa 
corte. Mabmnd, il quale eostringeva gli altri poeti 
a recitare ulta sua presensa i canti del Sbabnameh 
ehe verisjmilmcnte erano accompagnati della daHca, 
ftllorebè ricevKlie dalle mani di Firdusi stesso l'in- 
tero poema, comandò die gli fosse donalo un ele- 
fante carico d' oro. Ma il mioMiro, prese tossonta- 
fflila monete d' argento, le mandi al poeta che 
trovavasi sllom a) bagno. Firduai eselamando ch'egli 
non aveva sostenuta cosi grioda fìitìGa per essere 
poi compensato in monete d' argento, Ira il bagna- 
iuolo, Il veiidkope di pinfpescbì ed il proprio servo 
sparti i denari del principe. Sdegnossi Mahmud quan- 
do seppe r opera del ministro, ma lasciossi poi ìn~ 



n 

Ipminre ialìa maizQgne di lui e «rdintk che l'ìn- 
leliea poeta, siocome BettwiOi doveMfi morire caXper 
Hato da tm etcfatite. Firdusi udita la terribile sen- 
lenaa, ai recò alla carie, e gittatoei qì pieài del prlo* 
cipe, improvViià una oaoBCKiQ io sua lode. Mabmud 
loeao Bel poorc gli perdano; ma il poeta vagendo 
di aoa pater più roslare alla eorle, CMeegBala ed 
tn auo araiao um lettera fluggellata eoli' ordine di 
prewotaria a Jialunad dopo veati giorai, « parti 
da 4}aMB,.e aoggioraahi alquanto nel Htieoderan, 
M- rccA a Bagdad, laddove fu oBoreroleaMMe accollo 
dal Csliia Al-Gadir KlIaU, Ha la lettera ohe t'amico 
di Firdusi aveva poi presentata a HaboHid, eonte- 
neve uoa violeDtà aatira contro ^dì Itti, che giunse 
fino B<noi; « noo è a dire quanto il prinoips se ne 
tdsgnaiae e con qual preoHira pfocaceiaBse di rto- 
veee il poeta che ormai era fug||ple> ordtoasdo allo 
«teeao CaUffo di sonsegnarglido. li CmHB» che non 
poleVa resislerB a Halunnd, consigliò a Firdmì la 
Alga; ed egli fuggi ritopnandoseae alla casa paterna 
presso r antico acquedotto. Colà visse ancora quaN 
du aBoo, Gnebè un giorno, avendo udito per caso 
tn fanciullo ohe andava recitando aleuni versi del 
Shahnaneb, prese da improvviso dolore od ritor- 
sani alla mente le sue sveoture , cadde svenuto. 
Truporute alla aua casa vi mori neir ottanteatmo 
MBo di sua fltè, eormida il mille eventi di Cristo. 
■ Essendo poi.oenvenato di seppellirla in un giardi- 
■■ta, gìA la bara era sulla porta delU casa, allordiò 
£ incontrò in akuoi messaggeri riccamente veilitii 
i quali da parte di Hahmud pentito ornai della sua 
' ingiustiaia, venivano a ricbianure il poeta alla corte 



56 
e recavanglì magnifici presenti. Questi Turono offet^ 
ti alla figlia di lui, la quale riaposfi che la figlia 
di Firdusi nou «veva bisogno dei preseoti dei re. 
Allora, avendo uua sorella del poeia proposto di 
iaoalzare eoi denari del Sultano pubblici edifiii ia 
Thus, fu aecoDsentito alla ma domanda, e eosì nU 
lora solamente fu restaurato l' aotieo aequedottOf 
sulle sponde del quale Firdtui, quan^' era giovanetto^ 
meditava Ira sé le gloriose istorie degli antiebi re 
persiani. La sua tomba, che fu modeata assai, u 
vede ancfae ai nostri giorni non lonlaho <ta Thus (1). 

14. Ora pertanto conosciuta la natura delia trft- 
dizione persiana e la vita del poeta che seppe rao- 
coglierU e vestirla di una maguifiea forma poetica, 
daremo qui una rapida cnitnicrazione di tutti ì ri- 
conti che trovansi nel ShabAaineh, coniÌocÌHBdo dai 
principia e man mano conduocndoci alla fine. Inco' 
minciasi adunque con la storia degli anticlii re, 
primo dei quali fu Gaiuraers; alla storia di Gaiu- 
mers succede quella di Hoseeng, poi queHa di Tdfa» 
muras, di Geniscid, di AzhdHbadi o Dlrabach, di Feri- 
dun e de' suoi tre figli, di' Minoeihr. Qui cominciano 
le famiglie degli eroi, e tra queste le prima è quella 
del Segestan, e peri si narra la storia diSamedi 
ZaI, di ZaI e di Rudabeb, dai quali nasce Ruat«n che 
diventa l'eroe maggiore della Persia, coiiccbèsona 
sue tutte le gloriose imprese che glcrifieauo i re cba 
regnarono al suo tempo. Dopo i regni diZav, di Gfaer- 
shasp,di Cobad comincia quello di Cavus, re stolto che 
tenta di conquistare il Hazenderan abitato dai Devj e 

(I) RIHcr, Erdkunde, th. Vili. s. 201. 




l' llaitiavàr: caduto poi in poteslà dei Devi ricorre 
a Rustem die lo libera. Segue allora la storia di 
Sohrab, quella di Siynvusti, del ritorno di Chusrev 
Hamayun e della sua alleanza col re Cavas. Ven- 
gono poi le storie del Devo Ak^an, dcjili amori di 
Bftlien e di Menizlieii, del regno di Chusrev Hu- 
mayun, e del come <^li sparisse lasciando il regno 
a Lohrasp. A Lohrasp succede II Aglio Guslitasp, 
sotto il regno del quale Zerdusht, il Zarathustra 
del Zeiidavesta, Zoroastro presso gtt Antichi maD> 
dato da Ormuzd predica nell'Iran la SBa religione. 
Segue allora la storia di Isfendiar figlio di Gush- 
tasp e delle sne sette avventure per liberare le sue 
sorelle tenute in ealiìvili da Argiaijp, e della sua 
inimicizia con Ruslem "fino alla morte di quest' ul- 
timo per le arti del fralella Sceghad. Dopo 1 regni 
di Bchmea, di UBmay, di Darab e dì Darà si giun- 
ge »d Iskendcr o Alessandro Magno. A questo punto 
il Sbahnameh passa dalle favole dell'età eroica al- 
la storia miaia di favofoso; quindi al regno di Is- 
kender succedono gli Arsacìdì e poscia i Sassanìdi, 
coi quali si giunge al seicento ci» quanta due di 
Cristo (1). 

tS. Da ciò che si è detto, sr può ora facilmente 
conoscere quale sia la natura del Shabnameb. I rac- 
eooti che trovansi in esso quanto alla prima parie 
appartengono alla tradizione, e quanto alla secondai 
incominciando da Artaserse Diraidest o Longimano, 
•ODO di natura isturica, benché con molle favole 
eommisle. I primi erano antichissime tradizioni che 

(]} Shahnameh, ed. Turoer Macao, Caltulta 1839. 



correvano per In bocca del popolo e che erano rac- 
colte e maoUiiuie vivo dki Dihgan o agricoltori, i 
quali siecoiue gU antichi lUpsodi dei Greoi> le a«- 
davsno caotando per le ville. Il poeta adunque non 
Ila inventato, ed ^li steua ci dice come ognora 
faccia ricorso aUe storie pchleviche ed ai racconti 
deiDibfait; egli aoo ha che vestito di una tphiu- 
dida forna poetica uaa mtieria roaia ed infbrRie 
che trovavaai nella menta del popolo* £d è. UkMa 
vero eh' egli non ioveatò, che nella atctSH maniera 
rhe preaso Omero ai introducono Femio e Demodo* 
co a cantare quello ste»80 ehs canta Omero (1); coù 
prima di Firdusi altri poeti, veriiimilMenie di miaor 
merito, dei quali ci sono restati i nomi, come De- 
kiki, Rudeghi, Anuri, Farmchi, avevano gii preso 
a versificare le belle istorie ohe ora abbiamo nel 
Shahnameh. Donde ai può intendere in qual manient 
D»n si possa comparare il poene di Firdusi né al- 
l' Eneide di Virgilio né allaGerasalemmedel Taasoi 
perchè e il Tasso e Virgilio a modo lopo si hanno 
conformata Ih materia del loro raceooto. Si potrA 
invece giualamente compararlo al Bamayana ed al 
Hahabharsta dell' India, ai poemi di Omero, ai Nie< 
bdungen degli antichi Germani, alla Kalevala dei 
Pioni ed all' Edda della Scandinavia, perchè tutte 
le tradixioni di cplesli poemi, eoei eoa» qnelle del 
Shaboamch dì Firdusi, erano proprietà d<d popolo 
che le cantava e lo udiva uanlaro eoa indicibile 
piacere. 

(1) Ilomer. O.lyss. J. 399 3^ — Vili. 72 e se|s. — 
ib. 409 e icgg. 



29 
tG. Mn essendo Firdusi troppo lontano dai fatli 
di'^li raeoootava, troviamo ancora nel mo poema 
parecclii lodili delta tarda eli nella quale egli Ti«se. 
E eoine fu notata che Virgilio riTeriTa al tenpo di 
Enea, di Latino e di Gvfindro usi ecoslumaaiepro- 
prie dHI' altiiDe età romana; cosi Flréosi rappresen- 
tando la vila d^li anltohi eroi, parla delle corazte 
greche, cosi dette perchè fabbrìcavausi a Damasca 
«lata già soggetta all' Impero Greco, della bevanda 
che i Mussulmani sogliono prendere alla lOattinn, 
«tribuendo tale uso a' suoi eroi, e di atolte altre 
case che sarebbe lungo assai rìoerdare. Cosi non si 
possono riferire all' eli più antica dei popoli quelle 
idee cfa' egli di quando in quando esprime inlomo 
alla irifdiciti degli uomini ed alla necessaria miseria 
della vita: Spesso poi, quanto alle soe Idee di mo- 
ralé> esce in ammonimenti e sentente, cbe gif an- 
tichi poeti epici per la semplice etft alla quale ap- 
partengono, non pongono mai nei loro canti, sia 
intomo alla giustizia ed alla yhtò, sia intorno al* 
V amore ed alla fiducia in Dio, delle lodi del quule 
•eoe piena del continuo le sue storie. Ma l' idea 
the signoreggia su tutte, si è quella del Fato che 
governa tutti gli avvenimenti e li conduce a un fi- 

'lie irrevocabilmente stabilito. Questa idea introdotta 
tn Persia dalla religione di Maemetlo, campeggia in 
tatte le parli del poema; e mentre Firdusi attribui- 

'ée« a Oio tutto ciò cbe v'ha di bene nel mondo, 
così d' altra parte fa risalire al Fato I' origiiVe del 
male e delle calamità che afSiggono gli uomini. I 
grandi eroi, i quali noh valse mai a vincere forza 
umana o arie o potenza di Devi, di mostri o di 



oj;lc 



fiere, soggiacciano al potere del Futo che a poco a 
poco così li avviluppa eliP in&ae li doma e li trac 
a morie. Pur tuttavia, mentre essi sanno cbe dev^»- 
no cedere a cotesla misteriosa potenza, per quanto 
possono, lutlaHO con essa e cerceuodi elBderla,alla 
stessa maniera che Prometeo presso Esetiilo sfida 
le minacce di Giove ancorché sappia che devono 
compiersi alla fine. E avendo in «niniodi allegarne 
un esempio, recheremo quello di Solirab, il cpiale 
era destino doveste essere ucciso in battaglia da 
RjiSlem suo padre, senza che 1* uno cnnoscertse L'al- 
tro. Prima però della battaglia Sobrab, sapendo che 
nel campo iranico trovasi suo padre, interroga He- 
gir sul conto sue nella speraiita che egli glielo ad- 
diti. Ma Hegir per tema di perder Rustem, mendi- 
cando scuse tace quel nome, e Solirab dato l'assalto 
al campo irano, sema saperlo trovasi a froote di 
Rustem. Al vedurlo egli è compreso di rispetto 
e di venerazione, esperendo dì riconoscere in lui 
il padre si fa a domandare s'egli è Rustem, ina 
Rustem il nega. Dopo un combattimento di un 
giorno intero , sopraggiunta la notte , ambedue 
tornano al campo; nella sera Sohrnb domands ad 
Human se Jl guerriero col quale ha combattuto, è 
Rustem, ma. Human gli risponde di no. Al dì ve- 
gnente si rinnova la battaglia, ma prima Sohrab 
propone a Rustem di farglisi amico ed alleato, pur- 
ché gli dica il suo nome, ma Rustem glielo tace. 
Allora, come Apollo abbandona Ettore già presso a 
combattere con Achille sotto le mura di Troia (1)* 
il Falò acceca Sohrab, e toltagli ogni forza lo at- 
(I) Homer. Iliod. XXII, 313. 



ogl. 



lerra per mano del padre. In lai maaiera gli eroi 
ili Pirdusi cercaao di eludere il Fato, e benché in 
&ùe debbano cedere alla saa poletua, cedono tut- 
tavia resislendt)^ 

17. Firdusi ci ba nappreseatati i suoi eroi (juali 
glieli^ p«rgeva la tradiiionc, grandi, operosi, amanti 
delle falicbe e dei disagi e nello stesso tempo ri- 
pjeni di una sincera fiducia nella provvitteniB divina, 
E se fu detto acconci amen le che mentre l' india ci 
ba dalo ì sacerdoti, la Persia invece ha prudotli i 
veri eroi, tali ancora possiamo affermare averceli 
conservati Firdusi. Il quale benché fosse Mussulma- 
no di religione e benché gli fosse toccato di vivere 
in (empi nei quali dell' antica e gloriosa Persia non 
restava più che il nome, pure lui solo potè com- 
prendere tutta la gloria e l' indole operosa e guer- 
resca delta patria sua, e solo in mezio ad un- po- 
polo che s' era fatto arabo, seppe mantenersi persiano, 
It paese dell' Iran arido e in molle parti incolto 
epslrinse fin da .principio chi venne a porvi sua 
stanza, a vincer In durezza e la naturale infecon- 
dità del suolo ed a provvedersi di difesa e di riparo 
contro le belve che lo infestavano. L' uomo quin- 
di, essendo costretto a domare la natura con l'o- 
pera delle proprie m»ai, trovavasi come in con- 
lÌDUft lotta, contro di lei clie sembrava negargli con 
la. propria infecondità il vitto; e però in quella paria 
del Zendavesta, laddove Ahuro Maicd^o narra a Zo- 
roastro come Yima, il figlio di VivanUvanth, fosse 
il primo uomo che da lui apprendesse il suo culto, 
si legge ancora come il dio donasse a Yima per arma 
l'aratro, accipccbè provvedesse di cibo e di .ibita- 



52 
Eione sé e gli «limali delta (erra allora ÌDeoUa(l), 
Questo era come uo segeo della vita operosa dei 
prìni eroi di Persia; e se l' imnaginaziooo popolò 
i monti e le selve, 1' aria ed il mare e il mdo i* 
Etesso della terra di mostri, dì spiriti maligni e di 
Devi che sbuffano al veder germogliar le biade e 
si pongono in higa quando bisndi^gtaDo le spighe; 
lotto ciò nuir altro sta a siguilìe«« fuorché le dif- 
ficolti che dovevano vincere gli antichi erai nel 
coaibatiere e dooiare la repugnante natura, ebè in 
Persia è 1* eroe ^e doma la natura, e io India per 
lo contrarlo è la natura cho rìpieoa di vigore sog- 
giogo l'uooto e ijuasi le annulla nel gran molo 
della vita universale. Di li proviene la diversa in- 
dole degli eroi presso ì due popoli; inquanlochè 
aiqto gli uni gli eroi lottano e vincono per propria 
yntù, come Tahmuras che fa prigione Ahrimane o 
Gemscid che chiude l' inferno. Rama invece, il rasg- 
giwe oroe dell' antica India, è iucamaiiooe di un 
dio, e come tale vince ì Raestsi, J Giganti dell' i. 
sola di Lancj, dei quali il pia terribile era l'imma- 
ne Cumbbaearoa (3); ed Argiuna il l'anduide, dub- 
bioso dapprima, è persuaso a combattere da Vishou 
incarnalo In Griehna con un lungo ragionamento 
che fuma un poema (3). Donde si vede che i pri> 
mi vincono le fòrze repugnanti deUa natura sim- 
boleggiate nq;lì spirili e nei devi, ma per propria 
virici, restando ai secondi 1* aiolo immediato degli 

(1) Vendidad, 11. 7, ed. Koisowicz. 

(3) Ratniyona, Vuddhakanda. 

(3) Bhagavad gita, epis. del Mahabharata. 



ss 

ita, ebe^ ee«ado k dottrina psBUistEca, rappresen- 
taoe la Dklurk isletea deificata. 
- Tale easeodo 1'. indola degli er«i persiani, Firdusi 
aeppe consoTarla. Dinnanzi ai lO^gtori pericoli, vi- 
cini « cambattnve con nwsiri t devi, essi non (»■ 
«nono ni indietraggitoo; e se alenna volta scmbrimo 
perim momeM» scawrifsì, pensando al potere dal 
Fai* al quale non possono sAiggire, invocando lut- 
(a*ni & Dio d«Ì loropadri e rteordoadosi leraprcse 
già c«npiutfl e quelle del loro avi, si rincwano, 
né ritornano se non vineitori, otvcto uceonbono 
al Fato, non mai ai lor& nemici. Firdusi isteaso am- 
naira la virtù de' suoi eroi e par che goda nel ee- 
kbrame i fatti, cbi dopo aver narrato come H devo 
Akvaii avesse gettato Sustem nel man, e eam« ifoe- 
sii spaventasse col bagliore ddla sua spada i n>ortri 
marini, preso d' ammirazione esclama: ■ Tali eono 
■ i veraci eroit cbe se aloino per propria virtù 
< elernamente potesse rimanere in vita, non gitni' 
« gcrefebe mai il P(Ao a domarlo. Ha tale è la sorfe 
€ nostra t essa divisa eg«almeiBt« ai mortali e il 
( bene e il male > (i). Tanto grande era in Pirdu- 
si il concetto eh' egli aveva di un eroe. 

18. Parte notevole, specialmente negli antitlii 
poemi epici, sono le immagini, p«* le quali si cerca 
di dar fona ed evidraia maggiore alla descrizione. 
Tali immagini da princìpio non si ponevano ad srte, 
ma avevano Migine nell'animo del poeta, il quale 
nel descrivere aveva presente alla mente e la cosa 

(1) Shaimaineh, Storia di RusUni e di Akvan, IV. 
( sotta il r« Cbusrev ). 



54 
descritia e ciò die le somiglia, e nell' impeto di una 
poesie spontanea non potendo dividere le due idee 
cbe gli eran sorte accoppiale nella mente, noe 
poteva nemanco estH-tmcrne una e tacer 1' altra. 
Per la qual ragione s' intende come le imma- 
gini dei più antichi poeti siene semplici e per 
lo più consistane aell' accennar soltanto che fa il 
poeta alla cosa cb' egli pone siccome .termine di 
coDflronto, mentre accostandosi sempre più la poe- 
sia all' arte, le immagini, semplici da principio, 
si fanno lunghe ed artificiose e minute, e finisco- 
no poi coli' esser poste e nei luoghi e nelle oc- 
casioni che r artificio insegna. In Firdusi le imma- 
gini sono semplici, artificiose raramente; e come fu 
osservato che Eschilo trae le sue immagini dalla na- 
tura selvaggia, da leoni, da tigri, dalle selve, dal 
fremito del mare e dal fragor delle tempeste, 
mentre Sofocle, più gentile, le toglie dalia vita 
comune, da fiori, da uccelli, da cavalli, come ia 
bellissima in principio dell' Elettra (1); cosi Fir- 
dusi, tra per l' indole quasi ferina dell' età da Ihì 
descritta e tra per la natura dell' animo suo maschia 
e robusta, ricorre ad immagini forti e luccicanti e 
quali ad una fervidir immaginazione poteva dare il 
suolo di Persia. Esse poi non sono mai tratte dalla 
natura interna, ma bensì dall' estema soltanto, sic- 
come, accade di Omero. 11 quale appartenendo ad 
una età, quanto alla riflessione, quasi infantile, non 
poteva usare quelle immagini prodotte da una os- 
servazione profonda e come da Uno studio interno 

(4) Soph. Eleclr. 39-28. 



d^r uomo. E io queste cotali é maestro Ddote; aè' 
in "tutto Omero aè in tutto Firdusi ritroveresti im- 
nugine eguale a questa: 

E quale è quei che cosa inoaiitì a sé 
Subita vede, ond' ei ai raeraTÌglia, 
Che crede e- no, dicendo: eli' è, non è (4), 

perchè per comporla era necessario uno stadio del- 
l' animo umano assai maggiore di quello che poteva 
avere l'antico Omero, e, nel caso sioaigliante ^ 
Firdusi. 

19. Firdusi seppe usare la vera lingua persiana 
astenendosi, per quanto poteva, dallo parole arabe, 
le quali in grandissima copia aj erano introdotte in 
Persia dopo la conquista degli Arabi. Il modo suo 
di esprimersi è robusto, nervoso e privo di quei 
gi(u>chi di parole e di quei ghiribizzi incerti che 
tanto spesso incontriamo nei poeti posteriori imita- 
tori degli Arabi, quali sono Hafiz, Cbakani, Saadi, 
Giami e molti altri ancora. Incoatraosi spesse 
volle ne' suoi canti 6gure e similitudini veramente 
grandiose, le quali però non toccano mai il tuo- 
atruosD, come quello che occorrono talvolta nel 
Ramayana e noi Mafaabharata, né vanno al ri- 
dicolo ed allo sciocco come talune della poesia a- 
raba e della persiana che la imitò di poi (£). Spesse 

Ut Purg. VII. 10-ia. 

(2) P, e. ImrulkBis, pneta arabo anteriore a Manmetto, 
descrivendo le dita della sua bella, li assomiglia ai vermi 
della valle di Zebi e agli sluzzlcadenti di lagno di hhil. 
\ ImruuIkaUi Huallaka, ed. A. Hueller, 37 e 58). — Cho. 



36 
T<^e ptrò i prolisso e tolora riesce naioso con la 
frequente riftetizlone H dà che poco prima ha (tet- 
to, e col proIuDgare eh' egli fa fifor di nodo i di- 
scorsi di coloro che iolroduce a parlare. Rarameate 
e assai brete descrìve ì luoghi: né a torto Alosaan- 
dr9 Humboldt eelkt secoada parte del CAsmos (t), 
parlando del divano seMnaento (^e ì diversi po- 
poli ebbero della natura, giunto a trattar della poe- 
sia perstena, osservo ^e essa laaoea di quelle vive 
poasenti descniioai dì tst^r ehe trovansi in 0- 
tnero « ■« poenn ìadiani. Della qual eosa ^ii noa 
può assegnare che una ragione sola, che cioè nella 
Persi», In pftì partì arMa e dtoserta, mancano qudle 
selve infinite & profonde, quelle eccelse montagne, 
quegli ampi fiumi, e infine tutti que' meravigliosi 
spettatoli che ineontransi nel suolo dell' India, e che 
dovevano ìmptimersi fortemente nell' animo di chi 
lì amnnrava. Ha toraantfo a Firdusi, Firdusi è sem- 
pre UB gran poeta, dacché ti parla al caore, li eom- 
Diove, ti' scuote c<hi un linguaggio vivo ed appassio- 
nato che talvolta ti fa ricordare in lonlanania O- 
m^o, col quale alcuni stimarono ch'egli potesse es- 
sere paragonato da vicino. 

20. lo lascierò da parte questa questione, poiché 
non mi lascierd mai indurre a credere che il Shah- 
nameh di Firdusi possa essere paragonato coi più 

IjUh Abdallah Vajsnf, poeta persiano, dice; u Sorge la 
notte, dacché si è rovesciato il calamaio del cielo n •— 
Hilàli di Aslerabad, pveta persiano, ehiania la rugiada 
il ivdore dttla luna, 

(t) Kosaos, Eniwnrf einer phys. Welthescbreibuog voa 
A. von HiualKildt, zweiter Band. 1. 



57 
^andì e pili bellt poemi epici ch« si godoscooo, e 
però mi à parso bastante il dire cbe Ulvolta egli 
tìeordt io loaunanu Omero. Parlerò solo di uoa 
questione alla qaate alcuno ba fatto ceaito indiret' 
tatnente, se cioè Fìrdasi abbia eoaoscìuti e imitati 
i po^mi omeriei. Di ciò noa afabianio mssuoa me- 
mwia, e solo Bar Hebreo o Abol&ragio, scrittore 
Siro, er^tiano del deeimoteno secolo, nella sua cro- 
fisea siriaca parla di uo oerto Teofilo Bar Tuma a- 
stronomo della seaola di £dessa, morto nel sette- 
eento ottanlaeinque di Cristo, il ({oale aveva tradotto 
dal greco in siriaco i due libri di Omero intorno 
ad Hio. come ^li cUama l'Iliade e l'Odissea (1). 
^ ciò fosse Tero, potrebbesi credere che per tal 
via i poemi Ornaci avessero potuto farsi noti an- 
che io Oriente. Uà neutre Abalfaragio ci dà -que- 
sta notizia, né gli altri bUhìci parlano della trada- 
xioat di Toofilo, né si è mai trovato frammento 
alcuno di essa. D* altra parte ei racconta Abulfe- 
da (3) come Sapore, secondo re Sassanide del lerto 
aecfdo, facesse tradurre dal grano in persiano molti 
libri, ma essi erano di filosofia. Parimente la filo- 
sofia greca fu assai stodiala dagli Arabi, ma non la 
poesia, la quale non poteva essere intesa da loro 
per y indole dei due popoli cseeniialoieDte diversa; 
e mentre sappiamo che nelle scuole arabe di Sdesaa 
„e di Bagdad leggevansì e oommaitavansi Platone. 
Aristotile, Ippoemte, Euclide, Tolomeo e molti altri, 

(1) Bar Hebrlei Chraa. lyriae. p..l33-133, «Bocdiger, 
Cbmi, lyr. p. 4S. 
(3) Abulfedte Uitl. aateist. arali, p. 83. 



ss 

non (rovìamo tra tanll nomi qnelto di Omero né 
di nessun altro poeta f;reco. Né, se gli Arabi igno- 
rarono Omero, ì Persiani il conobbero, siccome 
quelli che ricevettero da loro ogni lume di sapienza. 
Soltanto potrebbero porsi a confranto molti passf, 
nei quali Omero e Firdusi mirabilmente si incon- 
trano, cosicché vi Bnrebbe anche ragione a credere 
che questo abbia tolto da quelloi sebbene ce ne 
manchino le memorie. Ha l'o stimo che in tali con- 
fronti si debba procedere cautamente assai, consi- 
derando che lo spirito umano in certe condizioni 
si manifesta nella stessa maniera anche nella più 
grande disparità di tempi e di luoghi; E perchè io 
non mi dilunghi cercando altre prove, giorerAi ri- 
guardo alla imitazione, recare un esempio. Descrìve 
Firdusi nella storia di Sohrab un combattimento tra 
esso Sohrab e una fanciulla guerriera di nome GUr' 
'daferid e figlia di Ghezdehem. Sohrab le drìixa 
un colpo di lancia all' elmo e glielo svelle di testa, 
e allora soliamo acéorlosi che it suo avversario è 
una fanciulla, se ne innamora. Tutto ciA ne ricorda 
il combattimento di Tancredi e CloHnda mirabil- 
mente descritto dal nostro Tasso, it quale certa- 
mente non ha conosciuto né Imitato Firdusi, Ora 
siccome deve stimarsi caso fortuito la coincidenza 
di Firdusi col Tasso, così p^iso che debbansi anco- 
ra considerare siccome casuali latte quelle somi- 
glianze efae possono trovarsi tra il Shabnameh ed i 
poemi di Omero. 

31, Grande é l'onore nel quale fu tenuto e si 
tiene ancora Firdusi dagli Orientali.il suo sopr«a- 
nome è quello di Sapiente, e 11 .suo poema, -cait 



S9 
ìromaginB accwnodala al pensare di que' popoli, di- 
eesi il gran Cipresso (i). E qui sul finire gioverà 
riconiare come Togbml Iba Arekn, 1' ultimo dei 
Sultani Srigiucfaidi ebc regoiroDO io Persia nel do- 
dicesimo secolo, tanto antava le* poesìe di Firdusi 
che nella battaglia nella quale perde la vita, vista 
ornai rovinala ogni CMa, ti lanciò nel pid tolto del- 
la mischia recitande quei versi del Sliahoameb: 

< Allorquando là psltere sì levò dall' esercito ne- 

< mieo, il volto dei neelri eroi iopallidi; ma io 
r levai la mia possente clava, e apersi un varco 
* alle oùe schiere; allora il mio «avallo balio come 

< un elefante, e parve ohe la terra sì agitasse co- 
irne il flutto de] mrel • (i). Tutto fio Sta a si- 
gnificare mìrabilmenls in qual conto fosse tenuto 
dai Persiani il loro maggior poeta, e si pab dire 
ohe dall'India fino' alle <«sle oMidnatali ddl'Asia 
il Shahnatneb ò ancora quel lìhro ehe desta io chi 
il conosce la . menviglia a raiB[otraztune.,AmRiira- 
tiooe e .meranglja ehe leggendolo provìKroD anelie 
noi, popoli {>iù colti d' Europa, poìehé a tutti si 
b .sentire il bello, e nessuno ai sUnea né sì stan- 
cherà mai di amaùrarto e di studiarlo neUe opere 
poetiche specialmente, cbè i grandi poeti lasciano 
non sa», ma con sete gli ascoltatori. 

S2. La storb dì Sohrab che qui si dà tradotta, 
appartiene al tempo del re Cavus, secondo della di- 

(1) In persiano terv i kalan, v. Vullera, lex. pers. alla 
T. lero. 

(3) Grammaire persane de Sir William Jones trad. );ar 
A). OareiD de Tesiy. Paris I84t>. 



IO 

nattia dsi Chei, ed è nos delte (^ Mie *(«rifl che 
Irovmii nel Sbahiunwh. L' ^^\9Ut dou li toterruB* 
pe imi, ma procede regdanneRte liso aUafiae eoa 
DaUiralesu e «oa inlcnMe dw ta Maii»« ercsecudo. 
1 pen«Da(^i che vi prendono forte, ei tono np- 
preseatati con eviéeosa mertngtmu fiudi li da«» 
la tradiuoiM persiana, né bmì ai cootraddìcooAJ 
SelHvb, Ruiten ed il re <j»TÉa looo i prÌDcipdi 
personaggi di qveiu storta. Sahrab dèrappreaeo- 
tato come un giovÌMUo tbo altre aoa desidera ohe 
la gloria dsUe armi, » etòandoBMido» all' impeto 
giovanile, per trovare il padre soo Ruatem, poa 
mano all' inopreta ddU oonqisìeu dall' Iran. Busteur* 
il grande eroe, besehi' veerino, eoaserva quella 
ttnamtà e costaaza di animo- eh' «gli ba già mo« 
rirato'ia tutte la altre im[»«M. Cavus Invece ci è> 
ritratto come «n re superba e stolto, geloso taue* 
nemente d^a propria poterata. Cosi pure oi ò rap» 
presentata eoa «videnta grande la fedeiti e la eo- 
sunsa di Hegir, il nobile atiiMM di fitiden, la'sag.^ 
getta di Hanao, e la generoeiii di GurdaferJd. B 
poi la storia così ben condotta, ette Guglielmo J<m 
nes ne aveva tracciata una tragedia eon lia coro di 
Magi o Adoratori del faoeo (1). 

23. Hìrabili poi sono alauni traiti di essa. Ora* . 
zioso e delicato è il secondo eento, laddove si ce- 
lebrano le nozze di Rostein e di Tebmìna; vivaraente 
descritti sono i combattimenti dì Hegir e di Gur» 
daferid con Sobrab e 1' amore di quest' ullimo; pie- 
na di forza e di vita, è la descmione della oontesa. 

(1) Atkioson, Soobrab a poatn, io preface, p. XtX. . 



I • 



a 

4r CiTHi tèa Riutem; mmhUoaeattt nppnteùMA 
è V «Mia di Sobrtih ebe dftansda ad Hugir qutl- 
tba ÌBd»i« M pidM «m; U imMc di Ziodeb-rcini 
jBidiM mmlMltìoiati dì Bxtttcm eoa Sohnb elool- 
pwéoiu» per Ì'c?ideDta e fa forza eoa oui sodo de- 
aeritti, e profondamente «t eoiBnM*ve il duiore di 
Kiistem per la morte dal flgUè da Idi iatoiHapevolp 
■HMn Béflisa. ìa tutto IroTaasi imEMgiiri graudtose 
a aeri» di eapraaiÌ MiC T sta ebe il poeta d«seriTas 
ami o po^B affl[ii«BÌDMnti « acotenie morali. Tra 
taàtt pregi l6lla4ÌB HKoslranii atouni difètti, tal^ 
Totta anebe graia e della stessa a«ta-s di quelli ohe 
già aetai partuKlo del ^ abati a te h ia geaerale. 

S4. Per la ttadutiose cbe qui si dà della storta K 
«y Sobrab, mi jono vris* ddl' «diltone di Caleolta | 
£ fiiaeomo tikiaseo (1). E qui ai noti cbo la pr»- 
aeote traduiioae non è aMta fatta per obi ai dedico 
^o studio delle lingue d' Oriente, né per ctu Togtla 
«onosceie ioiiniaDieBla L' kuMe della kHeretura per- 
staoa. Se io aveui vaiato lerrìre al fine che eoato* 
n ■ propongono, od loro studi o di letteratura o 
A filosofia, pìer render I^A fedalmeate il pensiero 
e il modo di «^rimani di un poeta peraiaoo, avrai 
dovuto presentar loro ima tradwiooe in prosa, la 
quale per molli capi sarebbe riuscita inutile e ri- 
dicola. B dieò inutile, perchè potri sempre servir 
toro il lesto stesse del Sbahnameh ovvero le Ira- 
duiioDÌ assai letterali ebe ne sono state fatte, ira 

(1) Soohrab, a poem of Firdousee, bejng a portion of 
Ibe Stuhnaoiu of tbat celebrateti po«t. 8y Jataw^ Atkin- 
Mo etc. CalcuUa 1814. -"""^ 



i'2 

le altre, in prosa franceie dui Mirili e io versi tie- 
flesehi dallo Sehack (-1). Sirebbe poi stata ridicola, 
perdiè la nostra lingna mal si sarebbe potuta pie- 
gare a rttrnre strettadieate il nodo di eapriràersì 
ilei poeti' persiani. Io' adunque per queste ragioni e 
per altre molte ho itimato di dover tradurre noa 
in prosa, ma bensì in Ter». ; 

SU. Le traduzioni in verti possono, a mio parere, 
essen più o nieào libere seeonde la naturo del le- 
sto. Libera è la traduzione dell' Eneide tttta da ^• 
■nibai Caro, e piò teuwale è quelh che il tfoàti ci 
4ià dato dell' iliade; ma mentre lo stile di Virgilio 
è faticoso e dilBciHssiMo quasto alla espressione, 
quello al òantrario di Omero Ò owllo pìA sciolto 
e piano, e però estremaraente pia facile- ad esso* 
reso letteralmente atKhe in' ver» ilàliani; ed ecco- 
la ragienn della dtfEcreoa dei due Traduttori; e se 
il Caro avesse voluto tenersi più stretto al teaìoi 
non sarebbe forse riuseil* a dwci la bèlla tradu» 
sione cbe ci lia dato. E veramente od una lradu> 
ziooe lib«^ dovrébbesi sem|«e preferire qnells cbe 
mèglio segue il testo; na qnbndo ciò nOa possa 
Tarsi, riuscirebbe sempre vano il tentaUvo di colui 
che parola per parola Voleste recare nella sua li»' 

(.1) MoU, le Livre des Ro», Paris. — Soback, Ueldeo- 
sagen von Firdusf, Berlin 1869. — La traduzione ja ver^ 
inglesi della storia diSohrab diJ. Alkinson (Calcutu 18(i) 
è troppo concisa, noo esprimendo che per mela il testo . 
— H The (ransiation,^ egli dice nella prefazione, is oiucli 
aiiorter thsn the originai, hàvlng sToided ali the repeti- 
lion* and redupdaaores wiiich. I oould noi preserTe,^tli 
avf degree of success <i. ... 



. *3 
gUa »a libro apparlenenie ad uo popolo diverso 
assai di giusto e- di tiKirnaiionj. Ora che dh-emo 
ddla' poesia permana, la quale >d tutto e pw tutto 
si diveraifiea dalla nostra T Non moverebbe le riso 
ooa irtrdHiione in versi italiani ebe seguisse penso 
passo e servilmeDle H-testoT L'AaguilUra néo tra- 
dusse, anri rifece, come diee ti Parini, le Hetamor- 
fbs di Ovidio, tanto volle esser libero in qnella 
Iraduiione, benché traducesse tin libro latino' dì 
gusto asmi vicina al nostro. Tal libertà più t^be a 
ehi tradnce libri greci o latini è dovuta B ehi si 
pone a tradurre opèrft persiane od arabe; ìiDt 
perocehè nella letteratitra araba e neHa persiana 
trovansi alcuni libri dt un fare tanto strano e bìz- 
larro, da non poter essere tradotti non dirò in i- 
taliano, ma quasi in nessuna lingua d' Europa. II 
libro però di Firdusi non è tale, e può essere reso 
eonvenien temente anche in italiano usando dt una 
certa libertà che ìorfier la ragioni dette, ho osalo 
preadermì. È poi dell' indole degli scrittori d'Orien- 
te in generale il saltare da una idea all' altra senza 
esprimere le secondarie e intermedie; ne) che di- 
versificano essenzialmente dagli scrittori classici. E 
però in questi rapidi passaggi che trovansi anche 
in Firdusi, ho cercato, per quanto ho potuto, di 
fere in modo che se ne senta lo stacco il meno 
possibile. E se in ciò si trovi difficoltà, e non pic- 
cola, il dica chi, come me, vi si è provato. Né me- 
no difficile e scabroso era il ridurre a nostra frase 
poetica la Trase della poesia persiana, sempre di- 
versa e talvolta stranamente conrormata; ciò che 
mi ha fallo dilungare alquanto dal testo. Si trave- 



ranoA pure alcune imoiagiai, le quali io ho amplia- 
te, qwlì Boao quella del leosa e del toro e quella 
dd mscigno al canto M»to, e quella del leone 
e deU« damne al quttordifeùaio. OonfeMBodo la 
libata «be mi aoa preie^ spero che ciò ueo mi sa- 
rji po*to a evicoi Infine io noii powo dire se non 
quest», die eioà ho voluto rendere italiana una sto* 
ria nìr^lmente bella e dilettevole, ma efae peri 
non parrebbe tale a ^ la leggesse resa servilmente 
in italiano. CU poi amasae di conoscerla piiì da 
vidne « readeni stretto conto dd fare dd poeti 
pentiani, e rieerra ad altre traduzioni o la l^ga 
nella Uagua stessa nella qude i Mata scritta. 



„,,.C.K>5le 



STORIA DI SOHRAB 



Storia de' prìsdii «rei, qual tra ■ pastori 
Un di solca narrar l' oom de la villa 
Di vati antiqui ripetendo il mrme, 
A cantape incomincio (1). — Innanzi al giorno 
Pallide gii ù fean le stalle in cielo, 
E tutte gii dei aionti nel lontano 
Oriisute vestiansi 1' ardue cime 
Di rosea luce, allor clie l' ouoie 
Piume RA&tem lasciò, Ròstem del saggio 
Za) r animoso figlio (3). In sn le Iràbra 
L' usato riso non avea, ma torva 
Gli ardeva la pupilla, e gli battea 
D' ansia ripieno il cor Dell' ampio petto. 

(I) Intorno ai Villani cantatori di storie, vedi il parag. 
S del discorM premesso a questa tndaiione. 
> (9) lolorno a Bèstem ed a ZaI v. i parag. ti, 6, 7, del 
disc. prem. a qoesla (rad. 



46 

ScazB malo e ia sileazio eì per hiag' ora 
Sedendo là si slelto, indi la grave 
Faretra, che sul oapo gli pendea, 
Slaccò dalb parete, e di sonanti 
Dardi riempilla, e dietro da le spalle 
L' arco gittossi, 1' arco che alla possa 
Noa cedei d' altro braccio, ed ei con lieve 
Sforzo allentar sapea. Così dell' armi 
Cinto usci dalla stanza, e !' animoso 
Suo Racbsh cercò, il deslrier eh' alle bat'uglie 

, Solea portarlo. Poi che un legger salto 
Ebbe spiccato e in groppa ritrovossi 
Al leggiadro anima), lo spron cbe acuto 
Dal tallo» gli sporge!, ratto nel Sàuco 
GÌ' infisse, e quei volò, di polve un negro 
Turbo dietro levando. Alla nemiet 
Turania terra (1) diriizò veloce 
Rùstem i passi, qual lìon cbe tatti 
Fiutando i spechi della valle, in cerca 
Move di damme o cavrioli. Ai verdi 
Boschi di Tùran poi che giunse ( il sole 
Nel cielo alto splendeva ) e poi che a torme 
Correr per la campagna e onagri e damme 
Vide sema sospetto, il cor già in pria 
Doglioso e tristo gli balzò di gioia 
Improvvisa nel seno; ed ei gli alali 
Dardi fìior traili, un ne innestò di morte 
Apportalor nell' arco; quei fischiando 



(I) Intorno all' inimiciEJa tra Irani e Turaoi v.i pang. 
3, i, S, del disc prem. a questa Irad. — Turania s 
Turao sono la stessa casa. 



47 

Volò né in Mìa cadde. AltH ei dal teso 
Nervo ne liberò; cadean sot fisoclii 
E sulle terga dei fuggenti onngrì 
Le mortifere punte, e il piaa d' iiecise 
Belve così eoprian che giA di sangue 
Rosseggiava U molle èrba del prato. 
Balza allora di sella l'animoso 

Figlio di DèsUn (1). D' aridi vilucehi 

E di foglie e di rami ehe la possa 

Del vento sparse avea pel campo, un aito 

Mucchio compone, e da un» pietra il vìvo 

Foco fuor tratto con la spade, in scccbì 

Rami il raccoglie e al cumulo 1' acoòsU 

E dagli esca e fomeeto (i). Al eiel la Gamma 

Salla tra ì &>lti rami crepiteado, 

E Rìiatem nella selva s un verde palo 

Fatta Ib punta, ìntier v' infisse un [nngue 

Onagro a cui già tratto av6a con cura 

11 molle cuoio, ìndi il locò eoo molto 

Avvedimento sdì carboni. Intorno 

Dalla possa del fuoco poi che furo 

Rosolate le carni, prontamente 

Tolse tutlo alle fiamme. Le fumanti 



(I) OèMan è il »prannome di ZaI, padre di Rùstcm. 

(ì) Questa maniera di olleaere il fuoco non è notata 
nel te»to, ma si trova in altre porti del Shahoameh. I 
PersisDi dicono ehe Hosceng ( zendo Oaothyanha ) 3° 
della famiglia dei PeshdadiJi | zenda paradhuta) tu il 
prinio a tfurrs il fuoco dalle pietre. Quest' arie è ricor- 
data anche nei Classici v. Soph. Philoc. 297, Virg. Aea. 
I. 471, VI. 7, Georg. 1. 13S. 



o^ic 



4S 

Carni aUér fece ia peni, e iofrinte l' oisi 
Uscir ne feee U leaaro midollo 
Accondamente. S' idagiè su 1* erba 
Al fin ààV flf r», « della fieri i Mdti 
Lombi p8iH»4«, ri «bramò dd cUw 
Che apprettato s' avea. Di li aoa Imifii 
Mormorando una foste ditcorraa 
D'uo bel plaMDO al pie, seapre di verdi 
Erbe rìcinta. HàilOD ipento jn quella 
Della «età 1' ardor, pei dm dtseieito 
Bacali eUte al paHO, d' sa li« la spoglia 
Stese aoU* erba. Là del sonno io grembo 
Posò di Difllaa I' amaoio figUo. 
Vaine aUor di turaniei predoni 
D' armi cinti im drappelle.' Diafrcsando 
Li ve Hdstem denaia qui e li pel piano 
Le tartare potedre, si giUara 
Di preda ia ewca; e Bacltth visto ebe io riva 
Sen già pascendo a) fonte, i fiesuMai 
Lacci gì' inviir «tm ioipelii alla tcata) 
Pur speraodo di trarlo oUe lor case . 
Polveroso e dimasao. Jnalberosti 
Racbsh all' aiaallo repentino, i laeei 
Schivò d' un balzo, e semivivo al suolo 
Fatto con l' oesa rotte un de' Turani 
Cader di MHa, eo' raUtioii nrarsi 
E io un co' piA di vita il toìtt. Cinque 
AlQri Tnraai e cinque su rareoa 
Così giacquersi estinti. De' compagni 
Vista la sorte, accorser dispiegando 
I lunghi lacci e in un 1' aste e le spade 
Gli altri tutti strtgnendot e il geaereso 



49 
Cod iiii[rigliAr die avviato ai tor remoti 
Alberghi il trasMr, là Bella prtrfonde 
Turaaie seln. Ogaun trarne gran preizo 
Id cor sperava, chi gagliardo e bello 
E BOtra ogn' altro io terra celebrato 
Era di R<ÌMlem il destrier. Con cara 
Essi il locar d' un ben costrutto albergo 
Nelle nitide stalle; e tra le genti 
Corse la fama poi che bea quaranta 
Puledre ancor odo dome ei fecondasse 
In quella notte, sì che a Racfash simile 
N' uscì poscia la prole, cbè nei paschi 
E Delle stalle dolornodo assai 
DÌTenoer madri, e il lor signor d' equina 
Gagliarda raxia ier jricoo e beato. 
Rùstem alfin destossi, e alla campagna 
L' occhio volgendo riposato intorno, 
Cercò il suo Hachsb, che a lui primo votava 
Di aua mente il pensier; na poi che vota 
Giacea 1' alta foresta, né all' orecohio 
Il ben noto nitrito gli giognea, 
Ma sol canto d' augelli e tra le fronde 
Il molle sHsurrar dell' aura, in core 
Turbato si levò. Del fonte in riva 
Vista la sella riversata e in pezzi 
Le barde e rotto il freno, ornai perdui* 
Lamentoodo il suo Rachsb in questi accenti 
Usci r eroe: Oh me deserto ! oh dolce 
Compagna di mia sorte I Estinto forse 
Piangerli io deggio, o vivo ancora in trista 
Servitù addotto il (no signor lontana 
E quella man desiL che un di solea 

4 

,„ ,.C()o>^lc 



BO 

Heggerti «I corso ? Di tue spoglie eurea 
E dell' asta e de) braodoT di ((ual genie 
Recheroiniai alle caH e chi di tatto 
E di mensa ospibtJ tarammi lieto, 
Me ramingo e deserto? 1 inonti e i ttosebi. 
Da me già corsi un giorao, e i -conriialtuti 
Castelli « le citli vinte e le torri, 
E del deserto i piani iatermìafttj 
NoQ io vedrò più m^ì, cbè al cor la possa 
E al braccio maoca. De' Tupkiì, il veggio. 
Scherno sari il anio nome»- e recfaerasai 
A lode ogauo d' un oltraggioso d«Uo 
Far segno questo «ape. — Ecoo, qitrì forte, 
Quel GÌ Taatato BtUtem, cai la terra 
Al mare e a! cielo insieme un 4^ purea 
Picciola al guardo, senza Aaohsh imbelle 
E vii s'è fattoi Ab uon 6a mai, noa^fia 
eh' altri di me si rida, chd La poasa 
Al braccio taeot mi reata e al c«r l' antica 
Fiamma. Toglisfuci, orsa, toglìamei alfine 
Da questi lochi, lo tutte di Turania 
Correrò le cittadi e le profrade 
Selve, e quei tremi che di troppo audace 
A Rùstem non tmè &r tanta olEesa t 
In tai delti venta per la campagna 
Le di^rse reliquie raceagLiendo 
Rù^m. La aella e l'aroo e la faretra . 
Dietro le spalle si gilLò, e con molta 
Cura seguendo del suo Radiah le impresse 
Orme nel suolo, i rapidi sentieri 
Prese che di Samùogao su 1' eeoelse 
Porte meti^aot SactuìBfpm di biade 



Città feoooJa, di mrrlate torri 
Ricinta e di bastile, in sui eunfinì 
Di Torania loeaU. Kè Inng* ara 
Trascorse già, cbè torto ne) lontano 
OriiiflRle iiMttrAm di Sanùngan 
GÌ! ardui aleeeati e i ben oostrMIi alberghi, 
Sede di prenci, e BMem Ter te giura 
Accelerava it pano. Degli araldi 
E de' sargtfkti ohe oon 1' asta io pagao 
A guardis «lavad delte porte, asaosn 
BùsteiD al guardo Boe resl^ ma in fretta 
Al palagio regai- à' eletti fanti 
Corse uu pioeio) drappello, e del valente 
Figlio di 2al ebe a. piò aeoza il veloce 
Suo eurridoi' wovm Ver la cittede. 
Annunziar la imtita al lor signore. 
Batto levotsi a tal novella il aire 
Di SamAngafl, t tutti da' lor seggi 
Levìrsi i prenci, lo ihh recftrsi i Inngl»' 
Scettri dorati, e il erin molle rlcioto 
Di gemmate oopone, cavaleando 
Bianchi puledri, dalle porte Inoenlro 
Mosser di ZaI al figlio. U re pel primo 
GittOBsi a teraa, e tigìtlAp d' un solo 
Moto i proBci del pv> quando d» lungi 
Il vider odia via. La man Gorteie 
Gli porse il rt, ma scorta la pupilla, 
In pria serena, rilor torva e di sangue 
Tìnta e il goarilo atterrato) m tali accenti 
Domandami il veoiat Austen, s' inganna 
il core, o qualche gran dolor ti aliigge. 
Smairito e incerto è il guardo... Il damo e (' onta' 



ogk 



9ì 

D' alcun mediti fané, o pugne e ssnki 
Ordisci nella mante T... & ehi, chi mai, 
Dione, ti offese?... lo questa terra, in <|oe6ta 
Alma cittade ognan t' è amico, e tuo 
Serro soa io, cbè prwio e onoro « stimo - 
Chi ognun viaee di possa e di virtsde. 

Rasserenassi alquanto 1' animoso 
Figlio di Zal e sospirando disse: 
Al ver ti apponi, o rege, né dal labbro 
Vani i detti ti uscirò. Alto è lo sdegno 
Che mi nede nel eor, che mentre un dolce 
Sopor tulle m' avca prese te membra 
Là neUa selva, il mio leardo, il mìo 
Rachsh geoercso s' è fuggito, e questa 
Che tu vedi, è la iella. Ateon per eerto 
A viva forza il prese e qua 1' addusse, 
Che r orme io n' ho seguite in fino all' alte 
Tue mura, o re; né so ehe altrove o sdva 
Trovisi o fiume di chiare acqoe o paiidit 
Atti a' cavalli. Or tu il rìeeroa, e grande 
Caoranza o' avrai; se no, paveal», 
prence, il mio furer: tale lo farei 
Vendetta allor, che agli ultimi nepoti 
Ne sooerìa tremenda anco la fama. 

E di rimando il re: Rùstem, clii a tanta 
Audacia mosse, e mente e cor dai cielo 
Stolli s' ebbe per certo, allor che io pria 
Venne alla luce, che noo vegg' io tale 
Cui, d' alti sensi e della mente integro, 
A Unto basti il cor. Ha tu dall' alma 
Scaccia ogni rio peasìer. Qui ti rimani 
Ospite caro, che gradito e accetto 



o^ic 



É il f<H!eatMr die da ImiIsdo ai nostri 
Alberghi it ciel craduee. Or sr rivolga 
Alla mona il peosier; del via, del «ibo 
Dolce a luUi é il coaforto, mn più ancora 
Al vi'ator cke «ta»co io su la sera 
Al caro wtel si ronde. Alla (^Dune . 
Alcun de' servi o de' valletti andnsne 
Del tQo deslriera in cerea, onde dogliosa 
Hai r afasa io petto, nò celalo a lungo 
Quei rwlerassi, il eredi a na, i^è a tutti 
Le forme ne wo note, e il none «io 
Alto OTUoqoe risona. (^ ti riaoora, 
E datti paoe. Un lieto fine, il sappi, 
Del cor aen s'ebbe mai l' impeto o l' ira. 
Con dolci nuMli iaveee aneo (ran-esti 
Dal SQO covile un mostro, e tra la gente 
Il condurresti icnoeno e namuoto. 
De' saggi delti al cor scese di Ràstein 
Dolceil confarto» e sovra tutto «ll'^raa 
Cara e accetta gli (» dell' osfutale 
Mensa l' offerta, lì re ipoi che nel rollo 
Basserwiato alquanto raaiaiiiso 
Figlio di Dòstan scorse, alle regali 
Soglie veloce volse il passo, e i preaei 
Con Rùslem il segoian. Le riposarsi 
Sugli ordinati scanni in un eceelso 
Portico tutti, mentre i diapeaaieri 
AppresUvan le mense. Un tal precetto 
Aveano essi dal re. Poi che apprestate 
Pur con tuira le mense e acconciamente 
Spartito il cibo, in bei drappelli entràiv 
Giovanetti l^gfiadri e gu>v«nette 



,„ ,.C()o>^lc 



1» 

Con bea succinte vMli, e di spaitiaitte 
Vino i rieslffti «ati»I, movendo 
Veloci intorao pw I« sals, IdttanEi 
Veninn ponendo si pnmei. Indi Me cAre 
E a' liuti ditr min» e d' OH- soave 
Concento «chogfffar^ Mnn («»« del regie 
Oslel le v«htt, si etie 9 RftnetD l' Alma 
Si coafbftava in pelM. Tal la «unt 
Fu del lir éi SattAttgod^ ha ptlpebK 
A tutti in Qne t^grawò lento il frodBo 
Domator de' monalf, «if' al riposd 
Gìnoe ciascuti. Le shcrtle • ha* oditnta 
Stanza RClRtCìn guidth-, lA <^ le meoibra 
StaniAe ri pmd, drtaentieo d' aSabtif, 
In grembo a undetM soano abbandoMto. 

II. TenalM u i» Mstn. 

Già a nMBtoe era ta hotié, « su campagne 
E su monti flpten4ea sileMioso 
Sirio in eiel ttefflolando, allor ebe «dissi 
Là ve Rùstem dormi», come un susatra 
Dì sommesse pBh>le, e dolcemente 
Aprir s' ndV la porta. Bra TMMilita, 
Del Signor di SatDftngaa l'elma Sglla, 
Che a queKe stanze sed venia per l' aMa 
Notte, e la preeedea fida aa' ancella 
Al cliiaror d' nna face. Ella Venia 
Tutta bdla e vezzosa; agile e snella 
Di eoTpo eli' era e slmile a un cipresso 
Cbe in un giardino il sottil fu^ al midle 
Spirar dell' aura dolcemente i] 



.Vslc 



55 
E n' oiidegf;iano i romi. Su Ih fronte 
Vezzoso l« recesD le ciglia un arco(1), 
E la papillft le «frlendea d* un' alma 
Luce die il cor fePiv«; in essa un grave 
Pmsier stava seoipilo ei dublnosi 
Sguardi ben maniftisto. In sul ricolmo 
Petto gìA dagli orfcctri ìndiche gemme 
Le pendesno t zaffiri, e in fra le labbra 
D' ogni dolMzva piane io doppio giro 
Come eaaéide perle o dianKitt 
I denti le sppaHan. Mostrossi in quella 
Stanza la gìovioetu qual la sera 
Appar Venere in etd tra T altre stelle. 
Si cbe un aagel parea, non mortai cosa. 
Rùslem destosfli e attonito si st^e 
La Tanciulla mirande, indi invocata 
Con pii^ boeca dal cielo io su la Utrn 
Pace e felieitade, E tu cbl sei, 
Cbiedea poscia, « ftociiiKa, e qual ti addusM 
Desire alle naie stame, e ohi per T alta 
Notte «creando vai? — Sommeseamente 
Gii rispose la bella: Io Mn Tchmlna, 
Una figlia dd air di questa aulica 
Cittade, o Itàstem. Alta cwà io petto 
Che m' agita diresti al rimirarmi 
* Pallida in toHo. U cor d' altere voglie 
Pieno mi fé nattn-a e d'alt) sensi 

(1) Aver le sopracciglia riuoite net mezzo è segno di 
bellezza presso i Persiani, e cosi presso i Greci ulie chia- 
mavatio viio^fVi tM le aveva io tal modo riaDite;cfr. 
Aotcreont. Od. 28, — L' irDnlag;iiie del cipresso è co- 
> Ira i poeti perMeni. 



•>si^ 



96 

É quesl' alma capaee. il mia oonoubia 

Ambir superbi re, ma qìuo vaatosii 

D' avermi tocco il cor, chò tutti ia sprezio 

Quanti stao «otto il eielo, e fliun la mia 

Voce non udì mait oè mai tpa i biaoehi 

Veli mi vide delle mie ripotta 

Pudiche BtaDie. Ha dettommi in petto 

Iguota meravìglia il tuo gran none 

Spesso udir nmnorar, 1' opre di quarta 

Tua man spesso narrarmi. Aaco soveute 

Udii ridirmi obe non tremi ai fieri 

Ruggiti dei l«<Kii, né di tigr^ 

Né di devi (1) di mostri, ehè pareoch: 

11 mv ne nutre e la selvosa terra, 

L' impeto noB paveod. Udii che solo 

Per l'alta notte le oemicJM selve 

Di Turani* discorri in tua virtude 

Solo, o saggio, fidaado, e che le fiere 

Coo gli strali trafiggi e di lor.eanii 

Palpitanti ti cibi. In soeno acuto 

Sibilan l' aure iotoroo allor ohe il brando , 

Id g,ìro movi lampeggiante in caccia 

Di leoni e di tigri. A queir oiteeda 

Luce paventan I' aquile e stridendo 

Dai gioghi nuvolosi su la .preda 

Non osano piombar. Ne' lor eorili 

Si riolanan le fiere, e par che in terra 

Dalle nubi discenda una di sangue 

(!) I devi ( eh. i daeva del Mod } sono spirili maligoì, 
dei quali si compoagoito le teiere di Ahrimaiie; v. il 
parag. 8 del disc, premes. a questa trad. 



Orrenda ptava, aliar ebe bu pei «ampi 
E su pei moDti corniscaado il raggio 
Vibra quesU tua spada. Io ipesso udia ' 
RipeteTBii lai cose, e a<qiiel paeeoato 
Quasi da invidia moasa io mi mordea 
la aecrelo le labbra .e di vederti 
Fea voto in core, ìnfin ebe ai nostri albei^i 
Il ciel ti addusse... Ed or, cosi la bella 
Timida protegnìa, poi che nessuno 
Né terrestre animai né ai^d cbe vola 
Pel ciel mi vide, se ti sono i mìei 
Detti graditi, qui san (uà, qua spinta 
Venni da fier desìo. Se mot fecvado 
Di EospiraU pnole il ciel iacesse 
Per te il mio grendio, ob sia possente in armi, 
Qual sei tu, ^uel mio fi^, e de le stelle 
Gli cooeeda e del sol que^i la luce 
Cbe r universo regge, onde beata 
Chiamar mi suita tra l' Iranie spose. 
Meravigliando ad asc«Uar si «lava 
Rùstem Im b^, e poi ebe qu^ cdesle 
Volto fu saiio di mirar, quel volto 
Cbe in bellezza vioces gli alati spirti 
Dell' etra abitatori (1), a sé d'accanto 

(1) Qaesli spiriU sono le Pili che carris|>oiidoBO al 
sendo paitika, spirili maligni fenninili abitanti it Vae- 
kerela ( ora Cabul ), che con la loro bellezza coadiuono 
gli uonaioi ,a perdizione, come accadde a Kere^fpa 
( Vendidad, I. 30 ). Nella mitologia peraiana iavece col 
nome dì piri ( alate ) sono diveacta fate benigoe ( IdsU, 
. Haodb. dar Zcndapr. ); e però i Persiani chitmaoo Piri 
certi spirili belli e . benigni, abitanti la terrai alati, i 



?8 

Dolcemente chiaoK^a. Bisn d' Mcanto 
Ben B* MUM hII' eroe, ben U nn mano 
Pose neila aa» nmn, ma prfa, Prometlì, 
Rùstem, pro»«(li « me, dinse, che dctmo 
Dimani aadninne al padre mio, di questa 
Terra ni sifoore, e lì pregtiBPi clie farmi 
Tua apasa ci non disdegni. Lo sua figlia 
LieU ei fari d' im tnl eonmilrio, « lieto 
Atidranne ei por, che do' neptfll a tatti 
É gioconda la speme, ma plA ancora 
A etti la BOgHa di vecebìena ha tocca. 
Biìsiem promise. V, tonto aHa dimane 
D' antico senno h> vista un sacerdote 
Di Samùngan «1 sire appresentotsf 
E, Rditem, disse, la tua figtir, o prence, 
La tua figKa ti chiede, ta beato 
Lo fa d' DM tal spot». — B lut beato 
Far6 d' una tal aposa, di rimando 
Rispose it re, se cosi brama. B Heto 
la quello istesie di con regat pmnpa 
Fé' sposa a BM»m h sua figlia. Allora, 

quali priraa de^I uomini Insieme ai roaligoi dtvi o ginn 
ubitavauo lulla la terra, ma poi dopo la creazione fu- 
rena coaflnali net gianUlan a paeie de! demoni. Là essi 
abìlaM le città di BIkai m fcam ( diletto e canlea(e»a ), 
Covftar-abad ( eilth dette gnnme ) e Anbiw-iUtad ( città 
dell' ambra). Le Perì, al contrario dei devi, anana e di- 
fendono gli nomiai; «se sono formate di luce, meravi- 
glioMrmente belle, « prive d' ogni cosa rozza e volgare. 
Si vestooo del raggi del sole, vivono della fragrania dei 
dori, e li bagnano nella rugiada delf aan>r« ( SdinllSE, 
Handbueb d«r peralHtkcn Spraabe, pag, M eco.) 



Toi che qtul sodo eoa aa{;a9lt riti 
Per sacro i aacerddti, e ■ Rùiteni 1' Alla 
Sir ài StaèagM presentò la figMa, 
QuaDlì «en ndla reggia e giontiiMIi 
E «aauli TcglÌArdif su tptd aspo 
Dell' Ewrao ianvAr la pKe in quelli 
Detti ciascimo: Di (otiiia al core 
Costei eli' ora a le vico sposa diletta, 
Ti (ìb, ftùttem, oagione. I! cM per luoghi 
Anni ti guardi, e oBlla polve il capo 
A chi t'è nvnrto auMi end' et ne fremal 
Placida intaiilo in- cui sulla la notM, 
Allor che la fomùntU alla ma stanza 
Ràstam coodme e disioso aeeaoto 
Nel u« letto, r aenlM. E allor che il sole 
Comparve all'. oniEMate Colgai-antki 
Con Ifl «««He d* or, RAiMm dal braccio 
Un monti si onè nel mentta assai 
Per virtù celebralo) e in mans il pose 
Sì dicend» a Tekniaa: QuBstoi, o cara, 
Honil t' dtibì da. lOft QaloaaiaeBte 
Tu lo cooserra, e se del nostro amore 
Frutto ne desse aospirato il eìelo 
Candida figlia, il prendi e tra le sue 
Molli chioma V isireceia, onde beata 
E felice «Ha sia. Che te feeendo 
Di maschia prole il grembo tuo faranno 
Gli astri del elei, questo che a (e consegno 
Monii d' arcana possa, nel suo braccio 
Poni, mia cara, e del diletto padre 
Segno eterno gli sia. Poscia negli anni 
Cresca ugual nelle membra a queir eccelso 



...Kvsl'^ 



00 

Sam di -NaiiaKU] figlio e Beila toni 
Uguagli e Del vaJor che i forti esalta, 
Quello in tn gli avi mìei molto onorato 
Cherìm il saggio (1). Con gli acuti strali 
Giù dalle nubi io Urrà i volatori 
Tragga 4el -cielo e il sol stesso di Uee 
Vìnca, e gioeo sì faccia oe''desertf 
Di pugnar co' lemì e gli elc€aatt 
Sfidi e Doa treni t — Io queste ed altre molle 
Parole traUeoevauM, e ^iì sole 
Di. sua luce vestla l' umida terra 
E il mar profondo, aUor ehe affitto io core 
E già pronto a partir, Rùstam la bella 
Sposa al petto si striofe e in troMe un mesto 
Bacio le impresse. Quella «stai piangendo 
Ricercò le sue sMdMi il cor d' acerbo 
Doglia ripiena. Co' suoi prenci in qoelbi 
Presentossi alla aoglìa di Sanùngan 
Il canuto sìgner. Ràstem il capo 
Chinava amilemente, e quM la mano 
Stretta all'eroe, T'allieta, o figlio, di^} 
Il tuo nobil leardo, il tuo diletto 
Rachsh s' è trovato: ddla reggia all' alte 
Porte ci t' attende. Rilkstem alle porle 
RecossI in fretta, e là d' ogni sozzura 
Con r onda ohe seorrea ne' bei lavam, 



(1) Sam (zeodo fama), figlio di Nerlman t> pare<» 
( sendo naremanonA ), padre dì ZaI e perb ava di Rm- 
stem, fa Mlebre capitano di Ferìdan ( zendo tAroe- 
foona ) «sBto re po^adtda. V. «nabe una nou ai parag. S 
del disc. preiD. o questa tra4. 



r 



61 
Mondò il sao Raebeb « il terse, iodi la sella 
Gli adattò sa. la groppa^- Salutalo ' 
Ch'ebbe il str di Sandogan, ai selvosi 
Hoati ar«H»si del Sistdo (1) eoi ano 
Generoso destvlbr por cam^ e fiami 
E per selve corrmlo, e per le vìIIq 
Del Sislàa meeootò come Tehmioa 
Fatta sposa si avesse. Per le genti 
N' andò quella novella. Bla al paterno ' 
Albergo poi cbe giunse, U tpa i verdi 
Monti del suo ZabùI, I' alto caiuubio 
Gelosameote ia>cor teMM naseosto. 

■ IO. Nuota k Souub. 

Tehmìna intanto poi che io tati suacesse 
Nove lune si <uro, essa la figlia 
Del signor di Samdagan, d' un fanciullo. 
Simile in tutto a fulgid' astro, il fianco 
Sgravò nelle sue stanze. Al risairarlo 
Sam o Rùstem parca, tanto net volto 
DI queir inclita stirpe manifesti 
Impressi «veva i segni. Allor cfae il riso 
Su le labbra infantili in prima apparve, 
Sohràb ella H nomò. La notte e il giorno 
Alla culla vallava e del suo latte 

(i) Sùtan Segegtan ( nelle iscrizioni cuueifopmi 
fMka. Spieg. Allpera. Keìlinscbr, ) è ia l^fnyy làvn 
dei fireci e confina con 1' UiniloaUn. TI Zabul o Zubuli- 
stan era im fendo della (amigita di Hùatem (V. il parag. 
del discorso pren). a questa (rad. ). 



6J 

Vcoiralo. Dittrendo, ne' natami - '^■ 

Pensieri assorto, £gli ai>ÙBW« ÌBlaalO' 
' Cresceva e toHe, Abow nott enn IroiUi 
Gioraì trascorsi da ebe in pria iti «ole 
Vista la luce «ve», «bs «d un iitwmilla 
Di ben dottici luoe «soaìgliava 
E nel volto e nel etrf^ Egti i dMlrini 
Domar prese al ttiPs' mod, e 1' aiwi al quioto^ 
L' armi cagtoa di pianti e df aespirf, 
Cingeasi ÌDt«>n0. Poi cbo il Aema' boro 
la ciel si ,vdU«^ ia quella di goerrìtri 
Terra allrice ti Mn da aìiwe in campo 
L' armi osava trattar col giovinetto, 
n^le eccelsa di «mi, sbè grande a bello 
Era egli e di gran forza ne' robusti 
Omeri e ne' bei fiwcbi. figli la, olav» 
Traiuva e il di«ee, e niuu di maestrìA- 
L' avaniara, ekò tutti di prsateiza 
E di valor «inoeva. A lui diletta 
Brano e gioco con Iwni e verri ' 
I sanguinosi aasalU oa' neceaai 
De' verdi boschi. La naa ferma, aleorso- 
Velocisiiow il pie, «) «he pai campi 
Avanzava correndo le puledre, 
E a lor nel lungo crin posta la manot 
Le arrestava fuggeiuì. In bnetulleu* 
Tal fu di Rùstem I' animoso figlio (I). 



{() Cosi Achille a set laai, quaod' era aitoara in «Ma 
di Filira Milo la guardia éì Chirane Caiitauro, vinoeva 
al MTto i cervi e accid«n leoni e cinghiali. Pindar. Htoi.. 
HI. Ì5.5Ì. 



.Cogk 



63 
Della madre alle sterne un di reeossi 
Sohràb di ^ao maUioo, e Ira le ancelle 
Lei ritro¥ata, ardito io tal maniera 
A favellar le presa: Poi che, o madr^ 
Quanti soD di am eie predi gareoni 
Cosi sembro avanur (àe sale enei 
11 mìo aosH alle iteUe, (n mi» stirpe, 
Qual' è dimmi, ie ten prego, e da qjat schietta 
Trassi, o madre, i naUli. A lui ette il oome 
Mi diiedecse del padre, qflil riipoeta 
Dar da me si polrìa, da un eui tutto 
Fiaor tacestil Se quel santo oeme 
A me celar tu vuoi, oh non ispera 
Di rivedermi pìi!^ madre, su questa 
Terra ancor vivo! — A qael pnrhr temette 
Di B&stem 1' «Ima sposa, e al giovfnetto, 
Odi, fanciiil, rispose, e in petto il «ere ^_| 

Al mio dir ti s' allieti; ma KtflKda 
L'impeto giovaBil. Itùstem per padre, 
Nìrem, Dèstaa e Sam vinta per avi 
Tra le genti, o mio figlio. Al eie] stellato 
Bene a dritto f««ri dir che ii tue s' innalia 
Inclito nome, tu d' eccelsi eroi 
Glorioso rampollo, il tao gran padre 
Immortai bma già con 1' anni invkle 
S' acquistò Bulla terra, egli ctie i ntostri 
D>;ir ÌDfecondo mar doma e le atre 
De' boschi abitatrici. E chi potrla 
Vincer quel forte? Da che in elei la luce 
Del sol pose l' Eterno e il moto a quelle 
Lucide sfere impresse, oh non comparve 
Sulta terra un mortai mai ehe uguagliarsi 



64 

A fiùslem si polene. E ohi ael nutodo 
A Sam la ^aale, a Sam che il enio appicoo 
Volle ia terra beato? Di virtude 
Contender co' tuoi padri o dì sa^^nta 
Ninoo osò mai, foss'egli di poweati 
Cittadi regaatore orver ael mondo 
Lodato per saper, ehè eeeelsi, o ^Uo, 
E di gran pocsa faro i padri tnoK 
Cobi TdimÌDa, e poseia le «ecrete 

Arche aprendo ne trasse ed oro e gemme 
E un foglio che a Sohràb, allor die nato 
A SamùDgan il seppe, dai confini 
Ràstem d' Irania eon coosigli e preghi 
Gli Bvea mandato. Tra le man del figlio . 
Il ripose Tehmìoa, e. Prendi, o caro, 
Prea<U, sì disse; questi doni un giorno 
D' Irania Ràstem ti mandò. Li guarda 
Gelosamente; un dì forse potrai 
Trame gran fruito. Allor che il padre tuo 
Ti saprà grande e bello, a sé dappresso 
Ti cbiameri, mentr'io soletta in queste 
Stante deserte rimarrò piangendo, 
Madre ìnfeltte. — A tal peosier la sposa. 
Di Rùstem s' arresi^, poscia un sospiro 
Dal sen traendo. Questo, o dolce figlio, 
Ch' or ti dissi non sappia, proseguìa. 
Di Tnraoia quel sir che tra le genti 
Afrasiàb si Doma (1), che del tuo 
Gran padre egli è nemico, egli onde piange ' 

(I) iRlorno *d Afrasiib (zando fraitrofyan, psblev. 
frùfiyap ) T. Il parng. i del disc. prem. a questa Irad. 



r 



E de' suoi ibnai ognor si lagoa 1' alma 
Iraoia terrai Manifesto £ 1' odio 
Ch' ei pel tuo geaitor nascoade in petto, 
Si cbe danno e sventura ognor da lui 
S' aspetta questo cor; la madre tua, . 
Madre beata un' giorno, or per te trema. 
Trema pa te, che dell' affanno altrui 
V alma si pasce del Turanio sire. 
A lei che ancor piangea, dolce rispose 
n giovinetto allora: Nino potrla 
Quel eh' or dicesti, o madre, a lungo Jn petto 
Tener nascosto, né il tuo figlio è tale, 
Cile tal noi partoristi. Il nome santo 
Tacer come potrei del padre, e come 
A me il celasti, a me, qaando pel mondo 
Per te bocche de* grandi celebrato 
Di Rùstem sea va il nemeT... Dei Turani 
Bellicosi mm vado ecco ai confini, 
E là per l' alte selve alia mia voce . 
Garzoni e vecchi gli archi adunchi e l'aste 
Bipiglieran fremendo, e i monti e i piani . 
D' Irania innonderanno e per le ville 
Spargeranno la taotif. Dal suo trono 
Io Càvus caccerei peti ne la polve 
De' suoi prenci «.^IThai calcherò il capo (1), 

.(I) Intorno a Cavos (zetiito katìm^Èiéit sanscrito ufa- 
nat), re dell* Iran della famiglia ^n^ey e %' ■!> essa, 
v. il parag. 22 del dtsc. prem. à q. trad. ^^ Thas ( zendo 
luca ) figlio di Ne,Tder ( lendo naolara } principe persiano 
alla corte di CavuR. Distrusse il palazzo Rhihathroeaoka, 
e alla fine del moedo aiuterà il Salvatore, il caoihyanth, 
osila riturreiione dei morii ( Josti, Handb. der Zendspr.). 
5 

t'^H.^l- 



«6 

Si che, me vivo, aluno per la sacra 
Iraoia terra per guerresche imprese 
Potrà vaotarn, che la stirpe io tutta 
Spegoerò de' suoi prodi. Il serto allora 
Regale a Rùslem con le gemme e l' oro 

10 darò di mìa maDo e poi de' Persi 

11 porrò so*ra il soglio. Abbandonando 
L' Iraoia allora, alle monligae i pasH 
Volgerò di Turania e una disfida 

A quel sir manderò eh' emulo larsi 

Del padre mio non teme, e a luì col ferro 

Regno e vita (wrò. Queste fien l'opre, 

madre, del tuo figlio, A te ben cento 

Cittodi obbediranno, eiiè di tutte 

Regina Ìo ti fero. Se il regal serto 

Di Rùstem sulla Ir<»>le fia che un giorno 

Per me si posi, o madre, e degno a lui 

Figlio possa cliiamarmi; da lor sogli 

Quanti per l' ampia torra di dtladi 

Si noman regnatwi, nella polve 

In quel dì seenderan. Se nella notte 

In GÌel regna la luna, e se nel giorno 

Risplende il sol, ebe vai s' andie brillando 

Pel notturno sereo vau l'altre stelle T 

IV. SOHBAB SI CERCA DN 



Odi, madre, a Tehmìna il giovinetto 
Cosi parlava, se recarmi al sacro 
Deggio iranico suol, sì che del padre 
L' amato volto io vegga, in tnl viaggio 
Generoso destrier vogl' io che infrang» 



r 



D^e mont^e scalpitaodo i sassi 
CoD le zampe ferrate ed i leoni 
Vinca di fona; e quali per la selva 
Fuggono i cavrfoli, e quali in cielo 
Van r aquile rolando, al corso tale 
Il piede abbia veloce onde con gli archi 
Ricurvi e eoa la clava della pugna 
Nel più folto mi tragga, che agli eroi 
Non convienii affrontar ( tu, madre, il sai ) 
In eampo 1' awersaro, ore tra 1' armi 
Di gran forza un destrier dod ti soUeoga. 
Volse Tebn^na sottrando al cielo 
A quel parlar la faccia, e a' mandriani 
Comandò che dai paschi alla cittade 
Adducesser le mandre, oait un corsiero 
Il figlio SUD aeegliesse; e quei eoa cura 
Quante eran mandre di eavalli o al pasco 
Per verdi monti o in ben costrutte stalle. 
Tutte guidaro alla dttade. In mano 
Sohràb 1' armi si tolse, e fuora uscendo 
A quel destrier che disct^rVa robusto 
Di membra e forte, il freno in bocca e al collo 
Ponea te briglie, ìndi la man sul dorso 
Per tentarlo appoggiava, e quei dal peso 

" Oppresso al suol cadea : tanto di forza 
Era io quei braccio. Al suol cosi gemendo 
Si giacquero io -quel di con 1' ossa infrante 
Molti e molti destrieri, e niun trovarne 
Che il sostenesse, non potea di Rùstem 
Quei figlio invitto e sen dolca nelt' alma. 

Tra quelli allora un giovinetto, a luì 
Facendosi dappresso, Se a me credi, 

,,.,„.,. Cookie 



68 

Signor, disse, un deslrier nelle paterne 
Mie sulle nutro generoso figlio 
Di nobjl madre, come vento al cono 
come itral veloce che ■tridmdo 
Esca dall' arco. Dgnal, credo, nel mondo 
Hai non si vide. Allor che per i eampi 
Con I' unghia forte pereoleodo Jl (uolo 
Gorre quel generoso, anco nel seno 
Del mare inseminalo il fatai mostro 
Che il ciel steUato in un con la feconda 
Terra sostiene, ai gravi colpi ineurra 
Gemendo il dorso (1); e se tn starsi il miri 
Li fermo e ritto, un monte allo stupito 
Guardo ti sembra, e folgore il diresti 
Che piombi dalle nubi o augel ebe voli 
Per gli spazi del eiel, quando le oscure 
Valli attraversa e pe' selvosi dorsi 
Delle montagoe scende e gli ampi gorghi 
Del mar non paventando, in sea dell' aeque 
Dagli scogli si gitta. A te soltanto 
Quel destrier si convien, prole d' eroi. 

(1) Come I Greci favoleggiarono che il mondo fosse ap- 
poggiato sulle spallo di Atlante, e gli IndiaDi ae lo im- 
maginarono sostenuto da una coaehlglia ( fankha ); cosi i 
Persiani finsero il gavmahi < bue-peice } che è un animale 
mezzo bue e meiio pesce abitante net mare esosteneaie 
il mondo col dorso o con le eorna. Come nel lesto' presen- 
te, questa favola servi presso i Persiani a molte belle im- 
magini. Così si legge in Hirkhondi slorieo persiano ( Hist. 
des Samanides, leti, persia, Paris 484tl, p. 73 ) che netta 
batuglia tra Abu Ali, Naiir Ed-dia e Seif Ed-devteb Mah* 
mud nel 99ti di C. a Thus fa tanta grande il nomerò 
dei morti che il gavmahi curvb il dorso per il peso. 



69 
Sr fé lieto SohrAb, che gli soiiiro 
Graditi al cor que' detti. Gli adduoea 
Quegli iotaDtQ il cors̫r bianco e locentfl 
Si come neve ancor non tocca, e forte 
Nelle gambe e nel petto, onde all' eroe 
Ben s' addiceva. Ed ei poi che nel collo 
L' ebbe alquanto palpato, in su la ^opp« 
La sella gli 'adattò, poscia spiécaqdo . 
Un lieve salto gli fa sopra. Il mobte 
Paree di Ksiua (1) al vederlo; io mano 
Asta eccelsa scotea. Simile a quercia 
a forte pino che sui monti ul soffio 
Crebbe dei venti e poi speglio di rami 
Dai fabbri a sostener gli archi fu posto 
D' un bea costrutto albergo. — Or che trovalo 
Di me degno ho un leardo, sì pensando 
Seii già Sobrftb Ira si, di pugna in pugna 
La sacra troverò terra dei Persi, 
E a Càvus ton>ò il regno e sua possanta 
Io struggerò. ■— DÌ U verso le avite 
Mura si volse, e già uno stuol di gente 
Armata ad aspettarlo in su le regie 
Porte si stava irrequieta, i curvi 
Archi scotendo e 1' aste. Di fidanza 
Pieno allora Sobrftb, che a tanta impresa 
Chìedea consiglio, di Samùngan venne 
All'almo tire; e quei del giovinetto 

(I) BbtuD o B«hiataa è la celebre rape ia Persia, che 
porta molte «colture .eil iterìzloai, non luagi da Kirman- 
lebab. É il ^ay'taritnoy opp; di Diodoro. I Persiani di- 
. (ODO che Ferbad scolpi coteita rupe per amore dell' a* 
manie sua Scirin. . 



70 

VUto il nobile «rdor, 1' ai^te lucenti 
Aprir léce tglì araldi. Elmi e eorazse. 
Opra di greci «rte&ci, e forbite 
Spade e bipenni e t«^e e d' oro e gemme 
Una gNO eofiti e nobili eortieri, 
Tutto a Sobrib donò quel di Sami^ngaa 
Magnifico signor, sì tthe di gioia 
Il cor balzar al giovlMitto io seno. 
Ad Afrasiib frattanto, Ìl «re invitto 
Ddla fertil Turania, alto sonava 
Già di Sohrib la fama. Eì gli upea 
Che de(r Amo le gelide cotrenti 
Varcar bramava i! ^ovinetto. (t) e 1' anni 
In Iraoia portar; sape» ebe mille 
Guerrieri e mille stavansì a' suoi cenni 
Obbedienti e pronti; anco sapea 
Che al desim' anno arabi e saette ed atte 
Di Sohrèb fur gii oora, e eh' egli il suolo 
Innondava di sangue allor che baldo 
Alla pugna movea. Ha se degt^ anni, 
Di Torania il signor eosì pensava, 
Maggior iu della mente in lui la possa, 
A che la meraviglia t Lui che figlio 
Di Bùstem volle il ciel, come potrìa 
Vii «hiamarsi e codardo f — Di Turanìa 
Tal giudizio il siffM>r, del figlio invitto 
Di Rùstem e Tebmlna ia cor facea. 



(1) L' Ouu ( in persiano ,1mii. Ah, Gihm ) è il fiame 
che divida l' Iran dal Taraa. labvoo al modo eoa «ni que- 
sto conGDa fu slabiUlo, si v«d> jl paragrafo A dal discor- 
so premesso a questa traduzione, 



V. ArBisiiB unoA a Sobub 

LETTERE B DONI. 

Si rè lieto in mo cor r ■Ito signore 
Della fertìi Turaoia, allor che tali 
Novelle udì del i;ioTÌDetlo figlio 
Di Tehmina e di Rùsleni. Da aue aefaiere 
Scelse ei ben mille prodi, da lung* anni 
L' armi avvezzi a trattar; Barman per dnce 
Die lor con HAman per gueiTesche imprese 
Ambo Del mondo celebrati e ceri 
E fidi a Ini sa tutti. In sa la sella 
Già stavaa dessi per partir, gii l' aste 
Strìngeano io pugno, allor cbe a sé ehiamolU 
Afrasiib in disparte e lor si disse; 

Un gran secreto etemam«ite io Voi, 
Prodi miei, stia sepolto onde poi griito 
'Il vostro re Vi sia, che a voi s* affida 
Opra audace e stupenda. Il padre suo 
Sohriib al qual vi mando, eh* all' Irania 
Move or la guerra, ignori, e niun gliel mostri. 
La gloria ignori ancor, 1' antica gloria 
De' suoi grand' avi e lo splendor per lente 
Generadon perpetaato. Io queste 
Mie schiiere ecco gì' invio. Corra con queste 
Tutti d' Irania i eampi e lattaosa 
Vi susciti una guerra. B se mai fla 
Cbe tra Persi s' appicchi e tra Turani 
In qualche loco una battaglia, inerte 
BAotem non si stari, ma in armi tosto 
Sniderà per gì' Irani, e padre e figlio, 
V ano dell' altro ignare, a fronte allora 



72 

A pugaar troveraasi; e se dd figlio 
Per man Ga che nel eampo il geaitore 
Cada trafitto, allor che spoglia Iraoia 
N' andri di lai difesa, ìd armi, o prodi, 
Tutti noi sorgeremo, e trono e vita, 
Poi ehe nostri saran d' Irania i piogjii 
Campi con le ciltft, torremo al veccbio 
Di Cobàd suecessor (f). Da man sicura 
Vibrato nella notte un ferro acuto 
Sohrib di vita e noi farà dì lui 
Liberi a un tempo. Se per man del padre 
Fia mai che Sobràb cada, il cor paterno 
Opprimerebbe allor oosì l'angoscia 
di' eì della mente il ben ne perderla. 
Così parlò Afrasìàb. I due scettrati 
Obbedienti al ;^b1 cenno io fretta 
Si mosser di SamÙDgan ver le mura 
Seco i doni recando che all' eroe 
Il lor signor mandava: generosi 
Destrieri alti e gagliardi con dorati 
Frali, e somieri d'.auro un ^ave pondo 
Portanti e argento e gemme e usa regale 
Corona dì gran prexzo e di forbito 
Avorio un trono. Dalla mano un foglio 
Segnato d'Afrasiib, Barman il saggio 
Con tal detti recava: Se d' Irania, 
Generosa garion, fia mai che in capo 
Ti ponga il regal serto, oh possa il suo 
Corso il Fato arrestar si che riposi 
Sotto il tuo scettro il mondo. Audace imivesa, 

(1) Il re CavDg saceessore di Cobad ( ceodo kavatn ). 



75 
Ma nobi) certo, or medttL La via 
Lunga noD è eh' a Iraoìa mena, e un solo 
É il cotiGn che Samùngan e Turaaia 
Divide e il suol de' Persi. Or questi prodi 
Aceetta, ecco io tea prego. All' alu imprasa 
Forse iniitil non fia 1' <^q che il brftecio 
Lor prestar ti potrà, che s' anche intero 
Tu ricercassi il ,sual turanio e tutti 
Tu discorressi i miei ampi confini 
Guerrier non troveresti che al prudente 
Barman e ad Human uguagliar si posM 
Lodato io armi. Guerra da lor ebiedi, 
E guerra fanno e pronta a' tuoi nemici 
Danno io campo le morte. Ecco a* tuoi cernii 
Vengono obbedienti, e tu li accetta •>. 
Come accettar conviensi o^ite oVmioo. 
A Samàngan così con lai precetti 
Barman ed Human inviava il sire 
Di Turania selvosa. Neil' avita 
Reggia il seppe St^iràb. L' asta che acuta 
Nelle stanne ei seriiava aspra dì ohiovi, 
In man reeosst, il capo d' un lucente 
Elmo coprissi, e rivestito in fretta 
Un ricco arnese, ratto ad incontrarli 
Si spiccò dalla soglia. Al rimirarlo 
Slupha ognun, che grazia e venustade 
Dell' armi gli accrescea I' adornamento, 
Ct^ eh' Hàman ancor mer^vigliossi 
Poi che innanzi sei vide, HAman il forte 
Domator di cavalli. Omaggio in pria 
Gli rese e poi dal sen tratto il regale 
Foglio e ai doni accennando, in coiai detti 



74 

Cosi parlò: D' avi seettratì *sWe 
Inditi protei Questi doni e questo 
Foglio ti manda di Turaoia il aire. 
Prese qud foglio, e poi che scorso io fretta 
L' ebbe Sebrìb, con amicherol cenno, 
Meco or 'si venga alta cittade, al prence 
Turanio dlsn, Ift ve grata an>ai 
Accoglien», signor, da qoei cfae sire 
É di Samàngan. — Si diéendo ì passi 
Volse ver la cjtli; rapida fntaoto 
Salla la notte. Ha del di novèllo 
Poi che la luce all' orleote apparve, 
Da SamAogan uscir con la bandiere 
Alto id vento spiegate io bei drappelli 
1 T^EaMMUinati e a lor dinnanzi 
,,,Cmuso nelì' ermi cavateando il figlio 
Di Ràstem giovinetto. Nelle trombe 
E ne' comi dier fiato e eon le mani 
Percossero i timballi. Il mente e il piano 
Ne risonava con la selva e al aelo 
Ripercosso saUa per 1' etra il suono 
E toccava le stelle. Da ]e ville 
E dalle case, come se di tigri 
Udo stuol s' avaiuasse o di leoni 
Cbe tra ì tuguri de' pastor la fame 
Caccia di preda ra cerca, abbandonando 
L' opre, fbggiva il buon enll(H>. Le selve 
Ardean co' pingui campi, e là ve in prima 
Incbinevansi al suol bionde- le spigbe. 
Qua e li pel piano il vento sol spirando 
Al cielo sollevò 1' atra favilla. 



"C.Mglc 



Vi, SOBRIB SlDItGB »LLi RoCCi BliHCA 
B C0IUATTB con ilBSllt. 

X>' Irania aui confini allo ■' crgea 

la ({Bel tempo nna rocca antica e forte 

Degli Inni difesa, dalla gente 

Biacca nonata. Hcgìr dagli improvvisi 

Assalti de' Turani, astai od mondo 

Per valor celebrato, a tender l'arco, 

A maneggiar la elava e ne la lotta 

Senza tema a durar da giovinetto 

Educata dal padre, la guardava 

Con l'armi e eoi valor. Tra quelle mura 

Custehèm pur crescea, di l^echdchèmme 

I) picciol figlio, a trattar 1' armi esperto 

la ancor verde etade. Accanto a lui 

Gurdaferid cpesoea, diletta suora, 

Che a portar la eoraiu «veva il molle 

Petto educato. Ella «reseea terrore 

De' nemici all' intoruo, e il nome ovunque 

Ne recava la fama. Allor' ^e un' orda 

Dì Turani avanzarsi Hegir conobbe. 

Si cinse una corazza e tu gli spaldi. 

La lancia in man tcotcndo, 1' attendea 

Nel pian spingendo il gaardo. Ha da lungi 

Poi cbo una nube d' atra polve aTzarsi 

Diseopcpse ne' eampi s a quella in mezzo 

Luccicar vide l'armi, al sno leardo 

Saltò veloce in groppa. Alla campagna 

Uscì con r asta in pugno, e de' Turani 

Poi che giunse alle schiere, voi che 1' armi 

Senta timor, gridò, portale io questo 



76 

Sacro suoli chi vi siete e dove i vostri 
Passi SOQ volti, prodi T Ignori al certo 
Non siete voi di guerra; al volto, all' arati 
Bene il conosco. — Non rispjrse a) franco 
Dir del guerrier Dessno, dìud toccò I' armi,. 
NiuD ai riscosse, chi ciascun la clava 
Temea nodosa e le robuste braccia 
Cbe le posavan sopra. li suoi guardando 
Stavansi tutti vergognosi e muti. 

Sdegnossi a quella vista l' animoso 
Pigliuol di Ràstem. La fulminea spada 
Tratta dalla vagina, qnal lione 
Cbe ad assaltar si lanci all' improvviso 
Di biondo pelo nn toro ctie pascendo 
L' erba quietamente a caso innanii 
Passò della'sua tana, e ni suo ruggito 
Risuonano le selve e le montagne; 
Tal con la spada io alto usù dal' mezzo 
Di sue schiere Sofarib in grtfn tempesta 
Profferendo tai detti: E comcj o stolto,' 
Solo a battaglia uscisti? E chef Ti pensi 
Contro conigli uscir, contro cerbiatti 
A caccia per diletto? Or via, ebi sei? 
Di qual stirpe sei tn? Dimmi il tuo nome; 
E il padre tuo chi è? DiUo, cbè innanzi 
CÌM il sol 'tramonti, il padre tuo d' un figlio 
Orbo, il safipi, n' andrà per questo aceiorot 

Questi allor rimandigli alali detti 
Regìr il forte: Tra Turani io mai 
Conoscenza oon ebbi, e volti ignoti 
Tutti a me siete. Ha saper se brami 
Qual è il mio nome, io mi soo tal che io guerra 



77 

Gli onorati perigli e gl'improvvisi 
Assalti non pavento, lo ne' deserti 

I leoni domar so come eervi 

Caosiassi o lepri, ìo prence, io di guerrieri 
Daee animoso. Heglr me chiamò il padre 
Poi che fui Dito. Or ti prepara, il tutto 
Poi che. sai, alla pugna. Io nella polve 
Cader fard il tuo capo, e al re de' regi, 
D' Iraoia al regnalor, per gloria mia 
E per tuo YÌtuptfo in una lancia 

II mimlerò confitto. Qui insepolto 
Stari il tuo corpo intanto, orrido pasto 
E di augelli e ,di cani, e 1' ossa ignudo 
Miserando spettacolo di scherno 
Saranno al viandante. — In cor sorrise 
A quei detti Sohràb, e 1' asta in pugno 
Strinse e in alto levollà. I due guerrieri 
Così con r aste a' ineontrftr che l' una 
L' altra parca; volavan le scintille 

All' alto cido intanto. Beglr di rabbia 
Acceso e di furor, qual va- le nubi 
Ergesi un monte, tal su 1' avverserò 
S' avanzò toirvggiando, e grave un colpo 
Al fianco gli drizzò. Sulla corazza 
Cadde la lancia in fallo e seintillaodo 
L' acuta punU scivolò sul ferro 
E neir urto stridè. Con )' asu allora 
Indietreggia Sobrèb, e un letal colpo 
Drizza al petto d' Hegìr; sprona il cavallo, 
E quella lancia immensa e poderosa 
Giù rovinando scende. Qual dall' alta 
Cima della montagna, dal suo loco 

,„ ,.C()o>^lc 



78 

Sucealo dilh pioggia un gru mtieigDO 

Talor si spicca e rovinando i faggi 

Seco trae eoa le qatrae e gU arditi gioght 

Empie e la valle d' un Eragow orrendo; 

Tale Begir cadde al suole e eome morto 

Giacque distcao, •.nhà il grao colpo i sensi 

Tolti gli ave». Diaceode Ja un baleno , 

Sohràb a terra, » postogli sul petto 

Il piede e io maa strelt» t' aoeiaro, il capo. 

Già già Bla per troncargli, allor che ■ seasi 

Hegìr riebbe, e quella man già io alto 

Levata per colpir lealo arrestando 

Invocò grazia. La lu«eate spada 

Sohrib ripose, e poi che sollevato 

L' ebbe dal suolo e pòrtogli di saggi 

Delti il conforto) i polsi dalle to^a 

Dietro gli avvinse e ad Human per gli araldi 

Al campo l'inviò. Drl giovinetto 

La vìrtude anuniraodo che dj ceppi 

Carco aveva un eroe come sa lieve 

Gioco stato gli fosse, Hòman nel campo 

It prigion ricevette e4 io dolci atti 

Molto ooorollo. Nella rocca intanto 

Captivo Hefpr s' intose. A tutti un rio 

Dolor ralaa occupò; muti 1' un l'altro 

Hiravansi i guerrieri, e vecchi e donne 

Beglr pÌBUgoan per le deserte mura 

E per gli atrii sonanti, e ripercosse 

nispondeano le volte ai lor lamenti. 



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VII. CouBàTOMiwo M Sona con GdbdakrId. 

Turbossi in eoe di GbezbdebéBi la figlia 
Hepr prigione adendo; e mentre intorno 
Vecchi fl donne piuBgean, sola in un tanto 
Ella nauta si slava e a quando a quando 
Grave od sospir tri«a dal sen profondo 
Hinaeoioaa nel guanto. Ella la figfia 
De) gaggio Gbezbdt^èBi, dalle bsMaglie 
Usa a tornar 1' asta retando e i dardi 
Di sangue linli, ella che il mondo area 
Risonar faUo di sue Iodi ( e tutti 
Lei celebravan senza egual ne l'armi, 
Senza egual n^la pugna), Ule in petto 
Semi vergogna per H^ che posse 
Pria le si fer lo gole e poscia a un tratto 
Divenner smorte. Immota ella per lungo 
Tempo si stette, e poi tieeome lampo 
Ratta sorgendo, grave una ooraiia 
Sì stringe al petto, il eapo d' un robuito 
Elmo sj copre, il oriu molle nasconde 
Di sotto al ferro, e strelia l'asta in pugno 
Dell' ardue porte, al sno leardo io groppa, 
Discende al limitar. Poi ohe all' aperto 
Si trovò, come falco, giù per l' ampia 
China laQNossi in man la fuigid' asta 
Sentendo aspra di chiovi. Al pian discese 
E de' Turani giunta al campo, un grido 
Terribile mandò coi ripetendo 
L' eco rìspoae; Chi di voi, la bella 
Cosi gridava, chi di voi Ȉ V armi 
Trattar da prode, e chi £ voi la pugna 

C(K)^|C 



80 

Affrontar u eon fermo core e ti lampo 
Non trema dell' aeeiar t Chi di coleste 
Srhìere è sigonre e duce 1 Ei venga, o un altro 
Chiunque ei sia, qa& venga; por ehe esperto 
Ei sia dell' armi, qui l'aspetto; ei meco 
Provar ai dee con lancia e spada. Ei venga. 
Come nobii destrio- ehe ad conflitto 
Si lancia impazìeilte I -^ A quell'audace 
Parlar niun fipetè, che il cwe avea 
A tutti ingombro un vii timorCt e ÌI guardo 
la volto a lei che li stava attendendo. 
Aliar niuoo s' ardìo. Ha lungametfie 
Gurdaferìd non aqNttò. La vide 
Sobràb -da lungi; leggerm«ite il labbro 
Si morse, e sorridendo. Oh guarda t un' altra 
Fiera, disse, t&i vien dalla fortuna 
Sospinta alla mia rtie. Oh del mio brando 
Il taglio or sentiri; sonforti ancora 
A menar colpi queste braccia! — Intanto 
L' armi si rìvestia, peneasi un forte 
Elmo sul capo. Al suo leardo in groppa 
Sali -d' un balzo e usd U ve la bella 
Figlia ancor 1' aitendea di • Gheihdehèmme. 
Si tolse la fanciulla arco e faretra ' 
A un tratto da le spalle, allor che scorse 
Sobrìb chiuso nell' armi alla sua volta 
Mover dal campo. Su la corda acuto 
Innestò un dardo, e. quel dall' arco uscito 
Stridè per le commosse aure volando, 
Ha Sobràb non feri, che 1' urto il grave 
Ferro sostenne, onde nel suol lontano 
Per metà si confisse. Acuti intanto . 



Gurd«l«ii4 «lardi scoccava, « a dritta 

Quei vaiavano e a niiaea, e.c0Bw «itm 

Pioggia oa^aa au upUMPi « cimtUi 

Htirte apportsoilD e affano Q* AUo «dc^DONÌ 

A tal vista SobrJib) bmI eap« 1' «npia . 

Xar(a ai pOM e fitto ai ««> dettriwo. , 

Lo sproD nal fiamo,. inaonwo alla lavcivllft. 

Votò pien d' ir*, Hoa irew^ la bella 

Figlia di ChwMehtm, au via gituti 

Metro nlle «palio la faretra l' are** 

E puQto il suo coTBÌor, r asta farrata 

Io pugBo itriRsCf di Sobràb qual lampo 

Ratta al fiaaco auro. Il letal colpo 

Sidiràb nanaato <ol pM^irei, aoeeco 

Di vergggaa nà volto, ^ual &i scaglia 

ineoatro al caociatw ferita tigre 

De' suoi ftarti a <^eso là ira i foki 

Rami d' una foreeia; taereMÌaBdo 

Tale aHor di)pt4C<»»i, a EurguBbiupe 

Nell'agpeUo aiodl <1), quol 4i TeboMOa 

Ardito figlio, lo aito la BM>rtale 

Lancia levò, la stHnie e in«uo « io bilico 

Reggeiulola col pitgao, ne ritrasse 

La punta iodieUo e la aaegliè. Nel patto 

Colie Ourdalerid, della cintura 

Tutti i aedi dueieUe, e la coruza 

L' acuto ferro iafraase. AU' urto orreodo - 

(() Meglio Aierguihnap, nome di un lenipio del Fuoco 
non JoDtano da Baikti e fallo edìGcare dal re Gushtasp 
( zcDd, Viitacpa gr. 'YuràunTK } che vi aveva nascosti i 
•Doi tewri; v. Rawlinson, Journal of the geograph. Socie- 
ty t. X. 



M 

Non durò-qu^a, Db» eoa l'asM-Jii puigDo 
Dall' arafM PJtM e)idd«. Il gtoVÌMIfo, 
Tratto r acciaro, c«ii un oolpe k msuo ' 
Le-riMMs ta laacia, ethle floofìiin 
Quella rinvnsl e- orata. Ifen t«ltfeb« - - 

2,' altro il Mbftd' aniw, vut tn gn» tempia- 
le A t» wpm «of Mvirito, ti «ape 
letal colpft tfl ^ina « h eelM* 
U svelle. Al VeM« NfeeM le Meede 
Chiome apparvcrn iHnra 8V«l»iEMide 
E sotto à ffiM/kef^i Ihitaiulta un volto 
Pul^o floaae il so) quando al ■naHinot 
Sorto appemi ^1 awr, «o' ^mi raggi 
Indor» folgorando il aottie e it ^aoo. 
La bella alquanto e rloatrar »i stolte 
Attonito SobrM>, lenta la «aso 
Sovra r elsa appofK<**<te> fi' che? fV Irani 
Handan le &glie ter, oml ftmwta. 
Con quell' armi alta f>ngaaf fe lo» fi)«KÌe 
Bene udii- rwerdaf, )' apre che io piMva 
11 nome lor f^ t컫to 9mo m IsMaai, 
Lodar sovmtc «dJi, «M le io tal guisa 
Scendoo le figlie tor pugnanéoia eadtpo, 
Quale fia mai coiai' virtèi, ie> i* eone 
Tanta costei n'nlbe^t -^ In td fnnsieri 
Disdolse il lattOi*^ • ^à ta jdom avbi 
Per laneiarlo itìfiUsa e il «radela. atto 
Accompagnava con Ui detti: Scampo 
Non sperar tu da me, faneìnlla, e i' alma 
Compuoi in pace, chi giammai non colsi 
Una tal preda, né, in mia R, dooielle 
in armi io vidi mai — , quando il hel volto 



«3 
Che al suol prioM %gea, Terso il guerriero 
Gurdaferìd leva (ch|4 altra «ti «Map» 
Via noi^ coDoblK ) «4 arrosuDdo alqvwto 
Sì gli fnaa a parV: D' WDlM padri 
Gagliardo figlio». ae^THrapio siMla 
Assai per.,cniDdj gH^jti -celcbnato,. 
Salve I di ooslr*. ^g«fi AjwUiatwi 
Ecco stangi i tuoi prodi -e del tiw bnom 
AmmiraDo i] Talor, meatr' ia ^pì sola 
DebiI faaciuUa 4 tua am^t lidfM, 
Or che a. ti)tti pal^e >l 'wUv iq]« 
S' è fatto e «oiolto ^ il orùe. al guardo eepMiA 
Di tutti mi rinaag». £000, Ui 1' o4i, 
Sorge un bì^g^ fint tue a^hierv, e eert» 
Di te parlai), «goflir, WfOi la fMicoa 
Possa tu prosegtttf, oocito 'etri lacaio . 
He coglier tenti, no fa^cwU») » 6*1» 
Vergogoa aoa j|« B«ati- ^Ob oessa il tuirp^ 
Atto cfie iacomioaiisli iwaou a '()ti&s(a, 
A questa turJ»^ ^ tl^uardiì Al mondo 
Celato e al ciel ai stia,:(iiè tal di tutte 
Porse è la via jaiglior- Valse. talvolta 
La pmdeaia t .gr^ad' opF% « egnor d«'«agg4 
Fu prima cura uMrla. Ecco quell' alte 
Mura cbe. vedi» ora apn .(u^; di pace 
Tra Doi fien pegno, sì obe oaesi iu noi 
Della guerra, il peneier. Soa tiw le gflouBc- 
Ecco e r or oUe li dcfliro ai racchiudo 
In lucidi foriieru Or .te sigoere 
Saluterai! mie genti tutte, e meco, 
Ove tu il vagliai là recar U puoi. 
Cosi dicendo al giovinetto il guarda 



8& 

Itolcemente vrig«a l' alma fanciulli, 

E quei peiMMO ■ rimirar si slava 

Quegli ocoiii e qneHe lebbra, ave parea 

Starsi etei'no il sorriso, e quelle ciglia 

Che nereggiando grazioso un arco 

Le facean su la fiMHe. A luogo sletle 

Sobràb sÌleazi<HM>, il cor da molte 

Cure agitato, e poi cbe saiio alSoe 

Fu di rairarli, Ik <ar, Naéiulta, disse. 

Non turbarti per me, né pel castello 

Natio t' afniggij che maggiori al eerto 

Nell'alto ci^o sen degli immorUtli 

Le stellate magionij ove ei aUeade 

Dopa <piest« altra vita. AHa tua rovea 

Non verrà daaoo, il sappi, ancor ohe questa, 

Questa clava cosi 1' alte tue mura 

Con le tue torri rovinar potria, 

Quand' io '1 Volessi, ehe memoria alcuna 

HesLar non ne potr^be, e niuo di spada 

Me ferirebbe o d' asta. — Non rispese 

A quel pHHar di Ghezhdelièm la ftglil, 

Ha sali sul corsier, volse le briglie 

Per tornarsi al castello, e dubiose 

Seguitolla SohrAb. Si aprir stridendo, 

Poi che Tur giunti a pie del rauroi a un trai 

Le ferree porte. Allor fitti ne' fianchi 

Del leardo gli sproni, con la voce 

L' incitò e con la man di Ghezhdehètnine 

L' animosa fanciulla, e via correndo 

Varcò la soglia. Come folgor ratte 

Si chiusero le porte, e fuor rimase 

Attonito SohrAb. Vecchi e fanciulli 



Dentro alle mura ttepr eaptìvo ancora, 
Hegir piaogean, piangeao di CUtezlvleUBime , 
La bella fi^ia che veder più mai 
Sotto il tetto paterno al geniiSK 
Non speravano accanto, tra le sue 
Fide compagne, d«gli eroi, che Irenia . 
Vai)tava incUti ia armi, altere fi^ie. 
Poi che tornata Gbtibdehéai la figUa 
Seppe illesa dal campo, ùuiecn di gioia 
Atteggiato e d' affiuuto ascorw, ed altri 
Scettrali Io «eguian. Quando dell' armi, 
E senza offewr aiata aoeor -)a vide, 
Rallegrossi in suo cor; ^' «ecbi (ti gim . 
Umpeggiavano al veglio; ei le tremanti 
Mani Btendeudo, Oh sei tn <|uì, mia %lia. 
Sclamò, DMa dolce figlia, assai tra- 1* altre 
Fanciulle celebrai»! ' 11 ùor pianto < - 
Grave oeoHpò Kasgoscìa, aliar cb« eipla 
Dell' armi nscigtl, di ,4Hell' armi al nolle 
Braccio pesanti di faaeialla. Il core -i 

Ancor mi trema,, ma par ta-4i nostra . 
Casa è salvo ¥ onor, poi che eoniuso 
Fu per tfr qqel fellane^ Oh questa è graaia ' 
Che diacendfl dal eiel au questo mio ' 
Capo canuto, ss odi'' aspro assalto 
' Danno non t' «ppwUr l' armi oemichet 
Sorrise I4 faaciullat iodi all'- aporia 
Sovra gli-epid^ Ufcita, e in sella ancora 
Scorto Sohrèb fremqqle allo merlale 
>lura ag^irqr» ìi)lornoy Q di .Tapapit, 
posi disse rid^doi inclito figlio, 
Guerrier valente, a che solétto intorno 



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E mM(o ftt v^Aeo? TI irìMra» at cantpot 
Or che vinti Htit l« [ttlgbfi, or' che son lue 
Ouest' ardue tAtrl. — E ~di HnMitdo a lei 
Sohréb cosi; Ouerrfeni, alma fanefulltf 
Da' bei Kftieiitnf, ^ual Nascente lana 
SpiendeoM In t6Ho, quiste itiWtt, ti bella. 
Queste tue lUUha sdltO' I spessi colp̫ 
Cadrai! Mia nrià elsva, e te, (tria cftra. 
Te, d'4iignnnl nneslr», avvinta 'io qtiesto 
Nodosa Tticeto prigioniera «f iebMt>a 
Trarrò de' miei l'ùraal.' AMf ab« ilf àiApa ^ 
Alia aisttvita H trovnVl « ^Mde- 
SoTrastava ti 'perigliò, ben dslMle 
Eri d'aver thoppA lif litlgtM' njtfssfl' -; ' 
Per AsfldarrMÌ ie - aHoi^ alle d«nR«sehe 
Frodi feMi 'rtcflfsd..; Or dmtMi- ìj^att» 
Che piit nieéo theisti, ort «•* Hb^ 
Patto non fitutto eò'Turaiil alciitto, ' - 
Gurdsferìd rispose, ili qoest' tilmft 
Terra gf inefiifftgtì, e sè-lbriuiia 
Oggi benigna rtoa ti arrise, M fet ' 
La-eolf» donne, ned a'#e; AA'l''bliAÌa 
Il duol ti vfnea, «he sconVientf à'tóttt 
Va soverchio deloi*. N«d la te fi^lfti ' 
Se il vero «stimo, di T'nraniO padre ' ' 
Credo al mirarti, clrif tlrtude hi p«tto 
Tal qual dimostrij chi (n Turani* s' ^be 
Il natal, non attH^.'Ifa se all'alto 
Signor d' Iranra ebe dal elei sa tatti 
I re s' àìhe 1* imper (i), fla éb£ mai giungo 

(,1) Fu proprio dei re Persiani darai fi (italo di re 



Di te Dov^na, tonmssi )a art»{ 
Ei con RùBMO allora, a cut <hki seppe 
Resister Ami ad or 'quel bÌ- Tantalo 
Vostro valor gaenmaa. LwiuMii 
Strage ei lari di ni, oA «e iti Boampo 
Avrai wi «D, ni so qiM) «iil U)o oupo . 
Penda Aita n*«^Io, «fcè di- mali 
II cor presago alla plia bmmo ^noro .... 
DipiOf e H earpo 'l«o-4tvi4» «jond* . 
Abbandonato M nel caiajpOy ai fine . 
PhU» « ad angioli, e l'alma mi nMcyata 
L* immago (MoroM. 8 s» non sprenii 
Di doona ti- il'CaBsìglIo> afa- ti: ritacpn - 
Di Turania •)(» tiiKek.ailttpstanie 
Mura ed* idibandobaat*, • lecn' nddiKi 
I prodi tuoi, ckè naegltft ia. Ben. gmAoi 
Del tuo bfBMlo ^ la pesca, ma dai edpi . 
Della clava di itkileM non pctrìa, 
prode, il erodi a «i«, fH«i-Beenra> 
Udì Sohràb quo' dalli e vc>gog«9BBÌ. 

Ha più si vergogni, cb^ aacoe làJ» piedi ' 
Come per diifidH>lo lo merialo 
Torri ai aUvtiD dal castaHo e P allò . 
Mora sofn i fonati. Bi U d' iolorn* 
S' aggirava fremeodo, e poi che ginnlo 
Pn li ve il ^nnre fuHa viva paain 
Torregglaado pelava « rivcaliria 
Di ti tutta parea, eoa la possente 



dei ra, Delle Itcrii. Cubeit. khtaj/athiya kfmtyalMyanam 
( Spiegel, Altpera. Kcilinschr. ) cfr. Strab. XV. p. 72» — 
ACKhyl. Pers. 806 — Esdrao VH. 12, eie. 



Sua clava a urtM4« 4nconÌe«òi Gaàea 
Con orien4> toifo* dufalttt il- mora 
Ai gravi colpi e- «1 ci«I wluj di polve 
Mista di sassi «a'-ttit» ou1m.«.ìI stle - 
iDtenebnffiu.ll ■ttokilctasMlai 
TuUo ÌD,-guiel"giom« «1 «noi «ifia'eadulo, 
Se a UD traUs-ii Seri^Mlpii pair:cb«'i' ri^gi 
Vide calar TH L''OMàdwtte, il fola» 
Sohrib boBoteibiM. -^ Un-gMmo é scOfio 
Sema prò, ««H» (UMr< «oé «Eitca, 
E la e^pi:0'i m»» che a aul(« I1411 v.aWa ' 
Quesl'aiwi.e' d»* «MI prodi il «tr -di ftpìtt' 
E di sansMA. bramoso^ Ha di-gaeiva 
Diman si levmè i' ovModS'f' id* 
Da nostre twdei e npparbatiW'^i ttoM» 
Al co#: nHHMrà di,i(bi'*Ì^arM ' ^T T 
E di Aura e di tQsn. 4' ''*>*' ^>*^*'li"> 
Arse dimaD.iie loslM aiiini'e:il:|Euua ' ; ' 
Al ciel futaUti- Or: vi. postai» f '■■■■' ■• '' 
Su le eoltriei ìfMAfr sta. rnaflto. 1. ^ . ' ' 
DioMBi iè.sAl si.kieid<'pe«!twi-! ' 
Disse, e volte le hriglieia. qB' bAtr-dib -.- ; 
Toraossi alla Ma' t«adH,« igVewtrAnHFle- : 
Per l'atmnolte il oedltar «- ataita. ; ' 

Vili. GuBZHiifiBiH Arrm rm iiinnU! i^ n» CiiVirs 
Mi-HTtH «1 Smrm.: , 

Sobràb cosi toraossi al campo. In cielo 

Con le stelle salita era la notte 
_ Già da lung'ora, allor cbe GbezdeliènUne, ' 

GbezhdehèmfDe .por senoo: in fra la gente 



l>*Irania.£^fibrato.«lTe de' Peni 

Un m^saggier nwndà, ebè forte e grande 

In lui era I& Una ^e| rtpeat^ . 

Mutar dell* -foctuif ■• la. adonta; r 

Foglio ei sì sct'mei. Hi Taeftù» usiut« 

Dalle TìllQ'fl-dai boBflhi^ ì assui opimi 

Campi ,Ìi|pe)ldàr,,liai;t)W)JGbe falaa^i 

Al sangue av.v«a^e, ««Ufi- rapine, e d'iR-clu - 

Ricurvi «mi^te. edi ft^ettei L «apo 

Di lor sl^ i)D;^ai;z.aDceUo, a cui- di sette 

Aivu,e,seUe,qMj|g>ar tu-oen daresti, 

Sigoor, t'cUde> Ei Dell' aipfiUa a uo alle 

Honle BOinjg|ÌA,ie il lolid al pai di sole 

Gbe si leva d^.mfu'f, sdleode, tìeliiara 

È la Tiiitude ebe-ne} awp.bsl foì/M- 

St rivf^a A chi '1 ifiir^ Egli nel pcUa, 

Nelle robuiite braccia ad uà lìene 

Somiglia che, sui ment^jq^eavi spechi, 

Vire di preda. jWI<^ I^' ^li oel pnga? 

ludico aEciwe #riiige.,e Gabaiqaado 

Il move in girO) ,aeii awlagaa a. fiume 

n ratlenebbe, nt. del maf proCoodo 

Il fluili» Biunauej'ina^dt. sangue 

Innonda allora • i teempi,. e. per ia giei» 

Che r «iQtfi gli nempie,. come tuono 

Che in noUe-usza atdle cupamente 

Romopeggiaado -va di giogo ia giogOi 

Tal manda ql cielo orrende grida, e 1' eco 

Gli rispoRda.da lu^. Un tal terriero. 

Se il vero. ottimo» le turaoie «cl*e 

Né Irania. dj^d^.nuii, né tal ct)e in campo 

C(m lui )' armi trattar potsa, non credo 



....Kvsl'^ 



90 

Che in terra 'sta, csH lai vVtr aneo'le Riera 
Allo seMfro nfin tcmtì C's' Vi nttir false ' 
Di Turania venft*», io 'l'BrèifBrti ■ 
O Rùslem o Hti efm iMh H/'ìs itìtpt ' 
Di Nerìraaa 4i*eMiAt. Sii- il «00 AoÙ^' 
Super brantf, signor, «IbIII; me gelili 
Sohràb udii aomal-lo^ Altor tftie ÉlT tUle 
Mura d' eslA enMf 'gittflÉri' cO* «bòi 
Guerrieri e ifiVhsfe K «Éifipa^rle, x Ingo ' 
Hegir non Indugiò^ m» corM air'AFni 
E in sella l( stro destici' 5èfrrtb nel' planò 
Disetae ad ìmontrar, d* tma lenzone ' ' 
Disfidando- 1 pc^gK, Aè'iton'trenM '' 

Chi ha co^ bMimto. 16 naf;"sfgAor, tioa ^7 
Tal ehe soifrh il fleswfl* rf-^ort>6ggì«we* 
Qual SshrMi tatreggiara. 'Bet da« prMI" 
Breve fu I' urlo, ma ftfcil; tbè «r satÀo, 
Di sella lotM da SoHréb, eafpesfa 
Privo di tenèff éaddo ffeglf. lVi(fl8*i« 
De' Turani «gW «hmS tu' frtJè MWe" 
Fidato alla é/efcb ifel glo^iietftr ' 
Che nella pogna H «fase e cori coitesi- 
Detti l' aecols^ ma il dolor gif «ppriolé 
li generóso spirto, si eb« afflitto' 
Siede or solo in df^rte. «M rf sd^gio - 
Avvciiar non si paò né étti 'biette 
Chi nacque a libertade^. Ór i'siH^e o^- 
Ugual mai non Ito tìMo { e moltt al certo 
Fur da me rfsti )i ak ^iien*i«ra in ttm - 
Credo che di vtriilt contender poma 
Con lui neir armi, pur qud geiwraso, 
Quel del prudente ZaI. figlio onorato, 

t;,K,gic_ . 



Si 
Quel savia -Biilliai nt^pòlvlii tn UilU 
Lui fugat-Mf ane Mhieiw • YtMCotn'Io 
Nelle tunHii« n fc w m sakf 
Iraoia libisrtr ^éallM 
Fato che le i 
BteraaEDente'é.qiMt'<!h'Mff t» *pAd« 
OisadarfA SafanMi^ V a«w d*^ MMta 
Viaoem tiitf «rdin Nf» ébe << «KAntf* 
tra le nubi iM upéf m«» U ¥II(»4 
PuA rovtaàv' iotmkb. S»4Uj « -ngnwe, 
Non Migialla tHìb w , «è k Me- Mhiere 
TI polli a 4ifM Mi ■■ ftiMib'ta ni* 
IM.snii .vittore aoa- pwrtè iti v ■ li 'OntcK 
A me vegli* mmioì Maraaneiilé 
Perduto è ti (Meco oaois rmifr tv gloria 
Del tMM Mot d'4rmi8, «pfolit U'uMndo 
Di oostui div«r*i^''delte'«ut'Mhi«fe 
Auetatc di nB{pték'•0^ sowf «M , 
Rgaal mai «on h *Moj A-ob« OMtii 
Par lo stesso 'Vi4oi>, né tta» fo viMo 
Tal che a brani deotriirl : i4 freM 
Ponga à «set' ei la, «ì- ohe il dirostl 
Sam redifk*- (t% ni puoaM» ìa noi 
TroTiMB «è ia fiMtro sohtere, «h do'* toof^ prenci, 
Se tua no» 4 la ««rat a «elM é vétta. 
Signor, l'aartu fotoni «Ad'cf col «ape 
L' alto efet'lc <*e toeebi. G fl»i cho il primo 
Assalto (ottrimano in -quwh) altero 
Castel rioetfini^ «AmT' ohe glft pM«ate 

(f) Sam, avo (ti Rùslem, è detto Sam i Smar, cioè 
Sam ii cava lieto. 



9S 

Più che moia taMB 1' or« atMurtie, 
RaccoglMfefli aatto» fartun, « i fmst - 
A lontaDe regiaoi «rd mot» uréÈ- ■>■'■■-■ 
Le campagne !■ yw ri» , «xìUirtiì ■"■■' 
E mesti TolgM««r S' feuclis Man 
Ci facessi m« « «eièrfa di ^MCnlte' ' 
Torri e di qucle iinpnir h- cU^. ir véna 
Fia 1' opn « aloUaT QtMfM ^Ér» all' »pM 
Assalto cedarifw tosto* chi granée ' ' s 

É di ^otiràb U pojM,^ ti M 4apprasM, 
Quaad« ÌMP> prodi "allft ^Miglia Jodlif 
Aocbe un Iìhki )4aH»rMi«l>ke. • tméo. 
Chiuse quel fg^ Ghw h dthtm— , «vd meiMy 
Parti, sì disset;».«H*^Me^ bmium J 

De' Ttmeivti. ^*u% «i«LiSÌr 4b' Persi v' 
Queit»i«cli0 B»«ir«Uf -w.Iifc doui éfUi 
11 lieeniìò, fHK MnttilM KcHla.- : .. 
Strada di quaU» M«e«-aÌ,pÌ^.«'«prHa ' -' 
Che all' apwtt adduSea pflv Mbdnvsl . . 

Sotterraaei MntMrit « aà ni-MrMw 
GheEhdehòmne.«iUe(M> ttiradiRMte ' 
Le gemmi « l'oro.'Xloa, r «hma i%li% ti»' 
CoQ GusteMoh w*>pi«aciie pxmiaiìb'y- u:. 
._ .Per [lufllla vip iwetA tlotstaUB a ib-iiaMÌ;>. 
Volse ai unoU ItfMw^ il .picQwlAth* « 
Figlio per nsa iMeBd* iMitur** . .- a-i 
Qnenwtlo Je sl^lk » U 4»w|kaj|Mi ' < ' 
Allor che iKsol-di.dìtti^ NetimdoV'-: <: . 

Sorse co'^ rni^i «11^ fmaMcne^ a.'WA»i - ^ 
Ne sorridea la terra, le lucenti 
Armi si cinsero i Turani; ua'^sla 
Strinse in pugno Sohràb poi cbé al leardo 



TroTOssì in groppo, e »' arriò con, tutti 
I SUM prodi al oasM, ébi, it-«tlea» 
TuUi aggMTBrno i'dlfei»»ri « »l eampo 
Trarli sperava ia ■por. Ha* pW-etfe a' piedi 
Delle mwa tnvussviaò giMi<ri«pe' 
Sugli «pkUi KMpem ( ab^andoCHc 
Stavan mtte i$ fni e J»>eddlt9)i . 
Di rabbia (Daadà un gfMo,.»B<tr alle -poMe 
Come l'ion laaoisMi e età < I» «la«F 
A artarie JDMianwiò.^ Qoatle ttfMmtfo 
C<H) oircBdft fngM eaddeiv ti'aaoltf 
Sconnesse e iafrtiMe, Psr l« li»gge altera 
E per gf a^ gitUmI 4Mti8< - . - 
Dì vendetta i Tvaai, -ow^awrìera 
Non scontrùr, non valletto, «hA fuggili 
Eran eoa GbecbdebènniB «bt>aadeaaiiA - 
Le donne e i ve««bi iaferni. Bsii, ea4u(« 
Poi che Tara la porto « de' Torsni- 
iDtoraa rÌ9iM>4» l^armj e le grid», - 
Tutti con le maa giunte a' pi* irwitaMt 
Si tra««- di 'SshrAb, gniia pei^i^, ' . - 
Graiia per «è ìsYoeaiido, e a'kir Jamenii 
L'eco da hmgi rispondea cemstosm. ' 
Tra quella torba cen ai»ion agoard* 
Cercò toste S«bràt> di GbftzfadebèoMte 
L'animosa faneHi(la,ie poi ohe et guardo ' 
Non gli ricorse il note volto eil bloado 
Cria cosparso di gemse, il cor d' acerba ' 
Doglia ripieoo, Abimà, pensò, o6e spento- 
È quel sol che la luee w or donava 
A quesl* egre pupille. AHor eh' te vidi 
Quella fanciulla in pHa, eerto te riellfl 



X.iMg\<:- 



Su questo Mpa <ti ifitain ouiigs* 
Si rÌTesttr fiumaa^o, h Ae^flota < 
Or mi lolioa t> |UMk Sili' BOI «Mip» - 
A disfidar qii tcum» «,l«»l.pnd» 
lo crederla p(M^iM«Horrch«-«l -caute- ' 
Mio g' ìdvoIÒ ififtl .iMRpo e 41 opr fwigin»' 
Di me porCotci « t'olaH. Qb coflK-«HÌ 
Agli KHobi ipi « «Od :qaftei'Cbeàoi volto 
Agli angeli iiwitlii a^ctHMe 
Co^ poli Uttmm -«bJc ù alrasg* . 
Ili pianto fMMo comT Db de'otòrttf 
Misera, torlel oon a'ofti L'iagnla 
Di ferir questo tea «M ImUÌ» o qiada, 
Ma ben mi ita l' idpiftt on4e o4Iom 
La luce n' i 4etL«>l,< pMO»d'.affa^ 
Questa ^wÙMOti. QiMli.iMf |i«**mk« 
In qpel |ttenl« n^Mfi :o (furi vùrtiklfl, 
Qati magicQ.^Mer* •' «Bcsr :U Ui>9aii 
Muta mi sta >a itoli « Mi rimaDg» 
Sileniìoiw ^i tra goicsta imlMiUe 
Turba cbe mi àmduì tacer nati >o^ 
Panni ve^ ^pu) i^rÌ 'tra le ìapcìuII» 
Mirar non .mi bt àHo, vtoor qua'.ilftli ' 
RisoaaDmi all' oraaebMi «Ade s' niem»c« ; 

Del cor l'«tgO0ai«. SiHl. fìftrif 4«gtì «brÌ 
Un rio dolor l9*ii»eolM% «bi triatoJ a tale 
Cui noo fAtrà d', aAlMOSO .aq^io» . 
Allenir mai la sm». A no.oon.j'aata 
Cfae solo lagnioiar, 4»ie ia dispari» 
Ognor struggermi in duoloi a ine ini^eo 
Che il Dome ancor doo «odi ohi «'-ha il «orel 
Cosi dicea tra ai tamta lùangcnda 

C..K,glc 



Oppresso il «or.gU me^ Gelwaiiteate . 
L'arcane ia KB Miie» naSDMt* « t^ 
Sen lagnava m difepMte. H» stkto - 
Amor DM iMélati die futes» il iaoao 
Del potala i Mf^ie.tt iret^àgiM o cura 
Del cor nHtieiHl i moti, «ttor ilaiifaui) 
V oppresso iiwtD i» ' (punito aoUna, 
SI ctw agli sgMnJt dphMMi «noiw 
Tosto si tnaifttia. H6 i' aogMoi» 
Lungamente SobrUi ^ftlè mosoiCb 
Tenersi in «off, ckè liwde le gDt« 
E smorte >glJi ai fstV'MVo.ipensHKlo 
A lei che 1' alata gipiÌHeUa/ia «to» 
Gli ana Do«gi)i4a. Jfa m, bts» ignara . 
HiìDxiD di :qtidl' amor ttmb, ^'ktwtì- , 
Sguardi e i soapiri (rattenuti, e lil ndi» 
Parlar Del fwo ,8«w«o, — . Un'iauMl-OSa 
Cura r affligge,' ei .si-^ieasò^tT vnexe. 
Son manifesti i «egai, «.oMoifiisti 
Nel sue volto io^li; vsggif^ (ù m^liOBscwKt^ 
Che timor fùtteM |»unge o.Awl.eent^lta . 
Di me vergi>ca«}.<deU«,4iuerr« mlwlo 
L'opre ei WD ora, ahè.U .mente e il core 
lo quQl:|MesÌ|Br «ola Jdp.fiMi* « glWW, 
S'altri jnaii i il «aanteatot — U gMvinetlo 
Solo allor 8t«.vfi, e il .lui 1« maa perg«pdo 
Hùmao eoiratiD, A -die ^u) s«J,.si disae^ 
Figlio, d' eroi, li stai, dò pio pemieui 
Son rarmi,ft«ttp«? ISou oasi «li aiUichì 
Eroi soleao* far,..m(ealre:jiUe lq;gi 
Obbedian d#' (or c«, .«a grandi e iteti. 



Fuor che di gloria e 4iwr RÌun' allr» cura * 
Albergavaa» ia iwr, ni per «mora - 
Si feaa codardi e «iti, -e 1' «tÉi» sltwa 
Nutrian d'eceali* eate.H%'4meté 
CombatteaD «Cleoni, « ven^ s -daane 
Coglieaa ne* ts^i, • a WrroiHVMi 'OnMe 
Strali so(Ud<o • aukel ed'SHeU- JoCiirvi 
Erau peosisro, uè ^i' dapM' ai-Wzt 
Il cor soOriaM Mfaia*». Il gadfdo. e il volto 
Di faneiulla sprccur- sa efii -Mi f«uo 
Viva si sente la virt* dejfli «vi, 
E nd alte cosa i«ira; « gloria e ftna 
E ODor sì aoquifU cbi d'«Bior ooa cura 
1 lascivi peasiefi. A te acon^eofl, 
Questo amor ti seoaviAB ohe il cor ti iffligg« 
In seno e ni ti Had« e mi pìaato isbelle 
Ti susciu dagh' «cobi; lai la via 
De' forti non f» saei. Te cbbnia figlio, 
Te il posseole Afrasiib, te della twra 
E dell' aizurro nare oggi le genti 
Chiaman signere, e al tuo valor a' affida 
Quest' alta impresa, -onde il paterno oatdio 
Tutti lasciamolo e al Bnneo tuo siam corsi 
Cìnti dell' armi, aiaono alle fanciulle 
Iranie e duo! recande. Eeeo, siam giunti 
A questa rooca, il veggo, -e Roatre or aono 
E le mura e le torri ; nt ee impresa 
Lieve fu questa, assai più grave è l'opra 
Che ne resta,- e tu il sai, «bi di ben mille 
E mille schiere cinto ecce seH' riene 
CAvus de regi il re; GAders il segue, 
Inclito duce, e Gbev il forte e il saggio 



«7 
Ferhàd (1) «oirRàitoia «vi-dilcttu ti f^ot» 
Soo eoo le belve l'-aspre' lolle; » questi 
Tiea Bòbpam dietro e fenmim- e tt Sgliù 
Gùrghia di llllftd «il. niente in armi ' 
Rùham co» Thus « c«n ' Gia-Aiefa, il pMde 
DumatDT'di «avalli, ed attrl'oMBi 
Cai nomar lUEi(».fora:'C eeMA) 4 nei- 
Vengan costar neUa wbutM nani ' 
Spade striagMd» e - tancidl il^ car nipicMo 
Dell' odio aii(lo»-clK '^ Inai in (uerra ' 
Contro i Turani apirtgk; et quid- bdtiusIì 
Sul nostro cìipo il fate, vb» sieoro ' 

Aflerourl» potrebbe 1 B M «ai nastra 
Sorte è comaMM» a'oooirai al qwl rivolte 
Nella pugna aanu tutte dei 'Persi . 

Le veloci saelt^ a «h* didogUa,' 
A che d' inor ti struggi.T'Oh lawia i tw^ 
Vezzi dell» foacialle, di coteMe- 
Lascive ingaii natrici,- e ne la mente 
Accogli della' guena i .gcBHOti 
Pensieri e della 'gloiiai onda- codardo - 
Non sji tra 1' anoÌT ekè « (e -sul si spetta', 
Più cbe adallri,' nastrar quella' eh« iu seno 
Virtù paterna albacgki, » t«'vhc a un^aJta 
E grave iuipResa,.b*n'clH aoew' JTauciuUo, 
La mane boi postai Ti|»',s«'più ebe il c^re 
Guida ti fia la. meste ì in^M'fidBBdo ' 
La compirai. Grande, a lee ar«di* è il aome 
Cbe s'ccquisu colui che Inaline -inleade 



(I) Non si confonda il Valiàd <(ui nómiaitb ' coir altre 
Ferbàil «naote di Sciria, di 'Cui V> una itala' at obbUi IV. 



OS 

A glandi imprcM e al Rn con termo core 
Sa poi condurle. Opsù li mastrn Adunc[ue 
Valente e fòrte e con quest' armi e terr> 
E mar coaqaìata, e tutti da' lorfrani 
Gittatì nella potre r regnatorti 
A lor di capo togli il serto e il cingi 
Vincilor an la trtmte, Allor le belle 
Non chiamate Terraftoo e omaggio- a' piedi 
Ti prest«ran- M aoglio. Ma chi Tinto 
A' veizi ìor »i mostra, «il ni rende 
Neil' opre e fiaceof ehi dal oer sa i moti 
Per converso frenar, ttmn »' aci|tiÌ3ta 
Che mai non pare, e di stopor comprese 
Ne van le gesti celebrando il nome. 
Hàmao così parlò. Come da un lungo 
Sonno Sohréb daatossi, e, Queste tue 
Parole, e prence, al cor, disse, mi furo 
Opportuno conforto. Un di giurammo 
L' uno all' altro ai»ict2ia etema, e il patto 
Ecco in tua man rinnovo. Un sol pensiero 
Il nostro sia, la gnerral Per la mia 
Spada su terra e mar l' impero avmssi ' 
II' signor di Turanla. — Si dicendo, 
Libero il cor d' affanni, il giovinetto 
. Alle tende reeossi, ed al Turanio 
Sire un messo inviò. Poi che atteirate 
Seppe le porte dell' iranis rocca 
E Gbezdehèm fuggito, rallegrosai 
In suo core Afivsiàb, d' encomi e laudi 
Colmando di Tehmina il figlio invitto. 
Di Ghezdebèm frattanto ent all' eccelsa 

Reggia di CAvus giunto il messo, e il foglio 



Porto gli avea del suo signor. L' infausla 
Novella ricofendo, rsltrìéiMs) 
L' iranio sire ed a consìglio ì prenci 
Chiamar tè le^to. Accorsero, e dintorno 
la bell'ordine a Cftvtts sui lueenli' 
Seggi posarsi. Thus v' era col fotte 
In anni Gùrghin e Pei4iAd, l' invitto 
GheT, Bèhram e GAderi e il prudente 
Ghésfavad con altri assai. Lesse dall' allo 
Trono CÀim quel fogfio, e lor che intorno 
Tacili gli sedeanj dì lor consiglio 
Tulli richiese, é poscia, Lunga, o prenci^ 
Sari, disse sommesso, ÌO bene il veggio. 
La nova guerra; Oh e zh deh tffi fuggendo 
Da ogni cura si tolse e la- dfrcsa 
Del regno a- me lascidt ma voi, mi ditCi 
Che far contro- Sohrìb t Chi il violalo 
Confin- mi rende e chi, dite, a battaglia 
L' eroe turanio éAda T — Alle montagne- 
Vada Ghev tosto del Zabàl, concordi 
Bisposer tutti allora i prenci: il grave 
Periglio gt! sppresoeti in che d' Irania 
Si Irova il soglio' e alla regat magione 
11 conduca di CAvui^ tbi Ini aoio 
Di noi tutti è presidio. — Alle lor case 
Si ritornar, ciò detto, ì prenci. Intanto 
Di grande esperienza un cousigtiero 
Presso il re eoo lo scriba nella reggia 
A lungo si restd, ehè grandi eTeoli 
A Irania preparar pareano i fati. 



659542 A' 



IX. LlTTIU DSL U CaTP) i RàlTEK. 

Questo ■ ILjiitam'iavndò Tvglia o4wab> 
D'Iraoia il sin Glori» e paasansa it eielo 

Ti conceda, « figa», «ìl dia io vtrtiide 

NìuD ti tigmglj nel nosdo. ( oaiei c«nBai 

GioTÌoelta ^a^ftìtr dalle profbndq 

Turaniq iflve usalo, da ban iw^9 

Scbifirc «Hnmiato, dHol mmio a Inaia, 

Osò leste varMril' altere' iqura 

Della roflca- occupd etn tra !• geoti 

Dì Biatvca b^ il nome. ■fibeilKMièa eo'figU 

E con gli altri guerrier aesn^o e saWena 

Nella fuga cei-«ò.'FoKe é U* Ttmoio 

Eroe (}u«t' tigre o qaiH lina obe ìn folti 

Montani ìtoitbi eoeUn «ve d' amaDD 

Piede r orna nw troprire aUnr eb' ei pugoa 

Niun de' nostri 1' uguaglia,- qÌB9 elw nato , 

In Irania si laslit. Ma 6nc«at«i0' - 

Sol potresti V org9gU« ti« obe'is euip* 

Come foljor diseesdi e a' Mm- aenki. 

Poi che atterralii (li bai, «trappi' <tel petto 

Col COI- la vii«, tu ne^ nacado assiti 

Sovra tutti «qopatA, degli noi 

A dritto, il pr«n<>< Be' guwpieri IrMui' 

Ta forza sei, tu gloria, tu posmnaa. 

Unica speme tu, tu.cbe a'iwni 

Di fortezza non cedi* Tu dei devi 

Hai la possa delupa» nUffr ebe ai l>06ahi 

Del Hazind incantati e alle cittadi 

Vineitor li recasti; tu i castelli 



iÙÌ 

Hai vinti d' HtMavir (i^. AUoi* che m giro 
Movi V wcin- .ìiUbìmc^ aìbiJiado - 
Fendonsi V aan iotwnot e di «Mgaign* 
Splendor N «Ulte ><irribihMaH< in, del* 
Colorin^a si vmm <8). Al ei«l a'taaaLifl 
L'atra pòlva.dftl, pie n««Mt AH ma 
Rachsh geiHiMtt, qml di uǤro funo 
Tenebrosa eatoiiai;. fii i U«iti 
Ne'boMbi domi s;ne' -deatirt^ « i mOnlit 
Alior che il tii»,dt»ti»er ma le iuntB ■ 
Zampe panole il «iHdo« idle iarpatt 
CrollaBW ipstMM, (U ta mI U poisa 
D'o^ DlQitalciHaon» e U d'Iraoia 
Difesa Mi,, si ebe. |kfr le l' tlipt^ 
Capo adnfAftr d'ielaì e dì tertii preÉci 
PoMwi 4« fferoÌK. Oh foMunali e al cielo : 
Assai più UH {U evi .tiiM« 1' anliw 
Merìmaji.e fibcnifiMpe e H oavalU 
Sam domabir, ^ te 4i lor ptogeaie 
^ber mppoHft illuMttr te cbe 1* ampi* 
Tnra disoém.c la eoBi|iiilli, e gi<tcd 
Ti fai delle, hHUgtìe cen imai 
. Nei dnerti « té» tigei l A nw s' allieta 

(1) Qui Bf all«d« atb cMqaìtia <4el -HanadaMn o Ha- 
zand ( xeuèo Maxama ). 11 rft Gàvnt lanlb di ooo^isUrto, 
mB [u pniM 8t|B ifisfdle 4el D<«o BUnoi. — Per Hama- 
var o HamaTaran i Persiani inlendono la Siris. S[iiegcl 
peDsa all' Humavarlsa dei CuneiFormi. 

(3) Alla ietterà: per la tua cIsTa piange il soie e per 
la tua Bpada al (iin ros6e le stelle ( Tenere spec. ). — SI 
ricordi il lettore dri patta ifl OHian-, Th» nari art atha- 
nted ofOy preMME amdtum.a»id«thiir-tpiirkliitgtgm. 



Al. vederti, o signUr, ideata Mén vita 

Che or grave ini s'è- fatta, «r che alf Iraaia 

Un parìgiìo- sevruta, oncte agitato 

Da tema i qaesMeor. INmand alt'^ako 

Mio mìDo assisi, alktr ctie kH« il -f(^lo 

Fu lor di GkeilidehèmnK, i prenci Hitt! 

A una voeevgndir oV Me tue oaM 

Ghev Ben venisse Oiiev uteUt ii i aaose i 

Gùdert' il nobil i^o,' e a' ta un Ngal« 

Foglio KAuae, perchè. ta'd''Ira«lai 

Conoscessi U- peti'glio a te ne anrton 

Di salvem vnn spanK AJlor ito qiiràl» 

Mio fogli» avM, •iii-Toae>'«iv«i< tRbicidjr '^ 

Rtsplenda il sol, non ftr<|iiaM'>di-TaM4 ' 

PensieH «Ila tm mctatev aM-tl aMlla 

Che grave è l'ora. Sn^Ga tnairobié à soMie'i 

Allor ti Irmi in igrsmbo,- 1' okobb 

Piume abbaad0B8,.aiò'ÌDdtiglBr, Ria tKtti 

I prodi tOM rattqno e :4eUa pian 

Alza fin dalZabùI 1' otfindb gdd»> . ' 
Si che il pian ne rism e il méidr.-AlctiW ' 
Resister noa ptrtrta, a« il ter Mi>n»nii 

II saggio Ghéthdafaòin, fatr cto rieti ibraiici»'' 
Tuo, signor, la virtude all'armi ÌOTilIe 

Del Turanio guerrier. Ti desta* a Corte, - 
Ti desta adunque, e d«' Turan- al' caaipOi 
Dì morie apportala, splof^ i nidi prodi.. 
Di eroco e d' odorata ambra un suggello 
Càvus al foglio appose é del prudente 
Gùderz pòrtolo al figlio, in cotai detti 
Licenziando il venia; Vanne, a mio prence 
Seoli le -briglie al Im ^irìer 6ul collo 



o^Slc 



103 
E a Biìstém vanne. Allor ci» alle rideDtì 
Coavalli dt)l Znbùt giunto e egli alberghi 
Sarai di Dèstaa ben cosIniKì, a luogo 
Non ti fermar, ma at al cndér del sole 
Sarà tM uniw, al dì vegnente a questa 
Reggia mia ti ritorna. A quel valenti; 
Figlio di Zal dirai che «rréoda guerra 
Or di Turani» ni levfr, che aita 
Irania da lui chiede e scampo auende 
Da sua virlude. Accorra adunque e ni suolo 
Natio sua man non nieg^i, thè un fuggirsi 
Sarla «Udì' armi s' ai negasse alla, 
ned io malvagio allor potrla stìmarìo, 
Ma bea vile il direi... Tu iotàfito, o prode 
Figliuol di Cùdepz, parti, ni di cibo 
Né di bevanola per la via ti prenda 
Pensìer nò di riposo, ebé in periglio 
E Irania tutta, « del tuo re, tu il vedi, 
Piena è l' alma d' affanno e pieno il eore. 
Prese quel fojjlio riferente e in seno 
Gbev sei ripose e si parli. Splendea 
In cielo il sol, splandea bianca la luna 
Per la noUe serena, né di posa 
Cura si prese mè^ di senno il saggio 
Piglino! di Gdden, ma correndo in groppa 
Al suo dest^'ier, ttanco ai ridenti colli 
Del Zabi^l giunse. Allur che da lontano 
Di Zal scorse le toirì, all' improvviso 
S' alzò dalle vedette uà grido alterno, 
E a Zal corse un araldo, e. Un cavaliefo 
D' esto castello lien la via, gli disse, 
E in gran fretta s' avanza, chi di negra 



10* 

Polve al eie) vola un turbo dal leard». 

Ch' ci correK^i ie*«io: Inutio. ti cnedD 

Air insegD#,.di« p9rU> T- A W. novella 

Rù§leni layOBW 9 il^l MHtfll». umìo. . 

Con vM4i «.c«D imnvi ( il regfi tatatm 

Onorar voloq Za| ), Mn pM «lift vid« 

nùstein rwr c»'pnwiìi- alstial.jdisaHe 

Ghev co' scudiarì; at .suol 4i)0tM il fi^io 

Di ZaI c«' prese! Mteefi & falla lieca 

D' OD corteie «luto H fiudenidf, 

Di C^vi^ dinandpJlo « degli croi 

Che at re stAvwo «1 Cmoca, iodi jiL caHelU 

Rivolse ij iMioft. 6bw, pei cbe il regate 

Poglii) jn nafl si' ^be poalo, insieme eoa gli altri 

A Iato f>ì.$i pale, e a qiuodo a. quando 

Di Stthràb /«vallandogli e del falò. 

Novel che a Iraaia sovrastK parea* 

In diversi aiyonenU w lied ar .Iriui, 

Il venia pel esnaniwt.ìnlraUeaenda. 

Scorso in fretU quel fegUn, ad uà aortiso 
Apri lieve le labln» il genereso 
Figlio di ^l..iiu poi di loeraviglia 
Tocco nel cor, abé «Uani del prudeala 
Gbev gli pareano i dalli, a cafo ebino 
Seguitando la via, qaosU penaieri 
Volgea aeli:a|ma; Tra Tunuti pa prence 
Domator di. Divalli, a Sam uguale. 
Comparso è adunque. Se d' Iraoia alate 
Calla gli foue il sacro «lol, se padre 
NobiI ventasfie (1), allor nulla in me fora 
(1) Come gli antichi indiani e Persiani si diiamavano, 

i primi arya («mmct. ) e i leeendi alr$a <«Dd. ) cioè 



405 
Lft meravigliti tas io toran]» petto 
Tal virtù SOR «Iberpi qHl fe Ami 
Di lui » celebrando, q ft bm mena 
Tal racconto 4a me. Kaa'n dell'alto 
Degli Mtri Affitetor M qoat «i tMcooda 
In ciò coniflio «-CIBO,. Qi-cMtai 
Chi sia OM- •• et»' >AÌam tra fatMecia 
D' Iraoia jUe fsMiulIt, alte padtfbs. 
Spose e alle nadri. Un figlio, or nm p«eh' a*m', 
A me, il sor.partw) la bella iglia. 
Del signor di Samimfam, »» n il two 
Io bene esttaa», ^iedolett» ancsm 
E lenerello egÙ i, ni smnr MI' ami 
Carcar puote lo vataitra. Alter «he w messe 
Alla madre io .nandet, gmoms recando 
E d' oro un fnn» pondo, tua del figKo 
Mandandonii noFeNa, e Aoeo» non molto, 

* Al meaaeggter eì disse, » gHode e bello 

* Quello mio figlio m tatit tu intwMo 

■ Reca i Ai« dcUì a flàsUn * -•-. PicoioleUo 
È ancor qud figlia* mio, ipoeonda apame 
Di questo .cor. Verri, vcrrA per cerio 
(fui di cfae fa pateeoa aau vibrando 
Scenderà io campo qnd mìo figlio, e al «nolo 
Molli eader farà prenci e gHerrieri. 
Calpesti .• TM^ognoal. Allor che ^ beno : 
Hstenie aarà tolto a. il cibo in pria 
E il Tìn giocoado g«ste*ft ebe all' dna 

vtntrandi, calsi ì Peraiani moderni diconsì axadegan cioè 
voMi, liberi. Tatto cK> sU a conferma <li quanto G. B, 
Vico dice tntoroa «Ha boria MI» muUmK 



40« 

Vigore apportai senritcri la pagiU, 
Cercherà l'artni loiu^ obè pragctiie 
Egli è d' HHicU wot, dj BAHam iglioi 
Figlio a me *pr«tìil«tli». La Mpobia 
Del TuNM» igueìKilBr -cqb qaMt« intasto 
Spada per qm H^Mcbit'a'vuwriiri 
Sodo l'MW'saifflEBn' ■<*r lal«o*^w%ea 
Rùstein tali peoaierìt all«r 41». al ^lie 
Cosidissadi^iMonu All' 110110» 
Hagion degli «41 «Mft.tt.M^gnidita 
AccugHosMi l' ■•vni' dai ^fndn-oiio. 
Signor, ten .vimii li jte.fat.JwiwUB 
Guerra t potretDA UriiJar; rhi nin " 
Il Twaoio gtoerribr. là idt dirni. - 

Con GhevoMÌ dicendo ,i patatidl'ialt» 
Oste! «olle, di Nmip. JW; Min«(ii ; 
Atrii fenntosit fl< poi. cfae.iiato^a lon^o 
Id nlemio At Béstaoi; No, aon tm*^ 
Gridò, ««a.'ieiaa il ni I uperbi ospflHs 

' Il eepalcr» e i'wbUai tal M-fTunMia 
Guerpier uiA ia^MCtet B l« ehi ei^ 
Costui ncn lai! La patria e il tmme e il pa^re 
Ne ignoroD >ttitti, a alcaos il sul -» Bispoctu 
.Tal diede il r^al messoi Lui di forti 
Non Tince, il eredi a ne, aè 'di . vìrtude 
Un provatto guerrier, cb6 tefreggiaodò 
Alle queroe «i.aoai^ia in man la dan 
Tenendo fliaotl». Un fisuailo par V ossa '. 
D' orror scorre a chi '1 vede e le roboste 
Membra ne ammira. In campo egli la lancia 
Tratta e la spada, e dell'acciaro i raggi 
Qua e là per l' aer ballati a chi li mira 

........ogh ^ 



^0f 

Sembra^ ^'^{1^ Ufla/pìog^ia che dal cielo 
Scenda nd -n^r^^trid^qdo* ^Ufll vederlo 
Di sett' aDDi-iiitggìor Dop^ damti 
E di 4^itt l>taKhti ,ina.,fitB^fo«4a 
Giu((g,^'de^cjel(t;.^l|*aÌto, '« d^U ■Iranj 
Niun %ìft.,adi«r.#',af*ii(i'wW'Pel e»mf 
Con lui (ratmrì.E^r.lWiiMlt«'rw«la. 
Magion di ^yu^ bi^CHWflj )» L'.teqoiiw 
Stanze sì )iel4».lfit,pfiia;.4Ì4vpl> d'' aSaiMio 
Piena é -I^aIohi ii..-Ci^nit.vH fM' Iraiua 
Guerra or «ffmt» tlgHu»9t- .4(1 «mI», 
Pochi gÌ0t1^<o''!*oVi<<:An»*;«Kll dì -»l)a ' 
Hegiff^tà ct|pe^tP^4Hi>tc^^.«nillt« 
Il irasse eb.ean4fM.,.4U:t0weir.RM pu^tn - 
lu&fHS, teq]w II0B fuà'^ii ÌQi ^>m^ù «iwo 
Suolo 8' eh^«riL iHiplt^.«t)é 'QMglt i triflli 
Disperdtyfr «bfri;,wÌTW»o^«g8« . ■ ' 

E a ini I\às4w:.K<d?BH>4da .pv^ vrta4» 
Ghev celebrAM «Mii)i, .dfi.s^pienl» 
Giìden .aelfilf) ^Uo, o< 4aifiie(: quttfM. 
Tristi peasieri e< lifitOK'ffcwi.i^,|eH ftrqgo, 
Oggt'mq»;niiiaftti> ifw^ 'f iDaMagHe : 
Per poco e,r«.^i||i«itif:l|ÌAB»o«'C l'alva 
Dischiudiania ada 4i<Va< e. il'W^ gwsoado 
Che Jl ««r confwtfl>^gli aijdìJiD' baciti 
Lnhbri ei'le hmiì ae.risiègrh Al sin 
N'andfaw pMoia.d' Ifania e a' pPeDjej «uoi. 
La via Doi 4n««tr4rai|i ch'^iHa. vittoria 

- E al trionfo eoDthMe. Se la stella . 
Or m' abbandona che! besigna i gfffiii 
Miei fitto ad od giùdà... Ma BO, «hi i forti . 
11 cicl protegga, « grave al valor mio 

'-■""81'^ 



408 

Non BftfA tal« iinpraM. A me tUimmzf 
PuggM qael Mhwe: ■ll«r cbe Pone* 
Si sollevft dui fiiMc e per i colli 
Si spande e per k vHle, aoehe cn Jneendio 
Che alla selva appJi^liOHt, idnanti al flutto 
RisofiMHe sì spegnet AH«r die al vcate 
Vedrà spiagat» i' div mio ■mnlli» 
Avantani <la imkgU ano» se a lieto 
Coofil» allor si ì99vaek,éi- marte ■ 
Gli sGomri^ per 1' osaa e pe^ le- nne 
Un subito tMooor. Ha <A« «H* amico 
ZaI di battaglio «apèrto AA au» 6gtio» 
Di Rùsteoi rhswr* Io possa) o il sangae 
Di San, di ffaem so o nwtpof queste 
Mie TOM e tV cor 1* inpeto aotico e «II' ohno 
Sua «irta rettori, 1' ami fwl Miope 
Con tanto ardir non (ntUri, mei- erodi, 
Cotesto eroe uowUo. A noi noa spetto 
Oprar per ora, rite -sarto di danne 
Ud soverchio sfraHarsic» giwdi iiaprMs 
Valso iovene lahroU» t» ìotìo indogìoi 
Disse, e il via (è- t^pan». ToOo tpiel gioiiK» 
E di Civile immoiBori e doH'omi 
E dalli ooTB gworra, in le taico 
Stetler B^ateo) « 6bov. Sorse il aeeofido 
Giorno in eialo fratlaoto, e allop peMioro 
Ràstona sì die di sua portila e gU or^ 
Apprestò la farotra « 'lo ■hiBa i a 
Lancia e la spada, e per q«el giorao al labbro 
Non accostò la tasia. AUo partomt 
Non peasò all' altro giorno, ma le isoDse 
Fé porre a* dtspouim. AUor ch«. sau. 



Di cibo tatti -furo e di baw*Bdd> 
In beli' oritia »' «Misor aui politi 
Seggi ìd ud' tuia ceolsa e i giovaoeili 
CbiaoAr did eauM esperti. Alle soavi 
Note dtH' arpa e <W liuto iatcnui 
Tutta eebef^iava 1' ampia slama e il core 
S' allegrava <!•' tvHii in- enrio mt«BlD - 
Salia la nMt&t &H«r che su la terra 
Sorse la quarta aurora, il vìn giocondo 
Fé Ritetom apportar, ni tra le tatuo 
Di Civus rÌMnioiai. AH' a)tra giorso 
Ghev, d' aspettar gii stan^v io- tali aecfiit), 
Tiirbata,'ianan» gU si fts Ilietrda, 
Riìstem, la tua promotsa; all' in tnoliBa 
L'alma ti) il sai di Ciias, irò dì sana 
Hentc spassa ci si laonra. Grave al corta 
Or r ^ifrìoie la gatrra e 1' alna fl il «ore 
Di triateii» SOB pianiì insoaai e IsBie 
Seorron per lui le notti, nè^ ii cibo 
Pensier u preiKte^o ooim Se qui alungo ' 
Nm ci nstiam, maggior, lUtsIaot, tu il vedi,- 
Del re si fii il po-igtiOt a ■osteseroe 
L' ira come poirem t Qrav» io la pena 
Per tal« ioiiugia aspetto... fi tu' ooo sai. 
Di Dèstan fi^Oj dw ne9«lB la possa, 
E pur te) ditfi, de) Turaoio trae- 
Sa con l'armi frenar? Non sai die Ìl foglio 
Allor che a Die die Cim», pili e pi4'vòlté 
Queste parole r^è, che Irania 
Spoglia sen va di difensori? —^ E a lui 
Bùstem cosi; Gbev, non temer, prudente 
Figlia dì Gùden, niun mortai che in seno 



fio 

Abita all'ampi! tSmi tpspfio audace ' 
CoQ me non àseti, Undb, mostrarsi. 
Disse, e fatta appoKttr la' mairutirta 

Alma bevanda, inafenle a Ohei' '^H' armf 
Gli atri pensieri «Mecacciò «ón 'qoclte {i). 

X. ItAsTM TI IH lii*nUJ B ClTtH 

SI iBini COR ivi B CDli fiUBTi 

A Rachsh, at sa» <kst>ler, fé allor là «ella 
Rùslem porre e le barde, fili scadieri 
Pronti at suo' cenvo le luceoii- briglie 
Posero e il fréno ■ Itacbsh, d' iàrgento e d'' oro 
Recar la Sèlla é grave ((illa groppa 
Con cura 1' ailatifti-, pomia dier fialo- 
Nelle trombe canure. K monte e il piano - 
A quel suono echeggiAr. L' udir dal fbndo 
Delle paterne Slance i prenci invitti 
Abitatori del ZabAI; leiarsi 
L'armi, l'artnl diietfendo, e coi ricurvi 
Archi e con 1' asle ai beo costrutti alberghi- 
Corser di Dèslan. Rill^tcm con amico 
Volto gli accolse, é poi che tutti in lunghe 
Schiere gli ebbe ordinati, al suo germano 
Consegnolli, a ZévAreb. -Egli diGùdera 
Col figlio intanto Incamminossi aH'^lla 

(1) Qat s' aceeuii all' im Ae banga gU Orientali di 
prendere alla mallina una bevanda con parola araba detta 
fabuh (in aribofubhefabah ^ matliiio ), al contrario 
della bevanda vespertina delta la arabo gliabuk (Freytag, 
Lex. arab. — VuUers, Lex. pcrs.). V. il parag, 16 del 
disc, preo). a questa trad. 



Reggia di Càvus, \i re fnpazibnti 
I prcDci r attendeaD. OAd«rz e il Mggio 
Chèshvad con Thu9, A Rùstcffl poi che Ibngo 
Lor r indugio parea, su* Iop caTaHl 
Taulo di via seorrAid« «juanto a mane 
Un ganou drparlito caiuminandb- - 
Fino al corcar def sol' percorrerla. 
Gli si mossero incontro. Da lontano 
Poi che da ìot fìi rfato^ d' un medesmo 
Moto scesero a terra. A terra ancora 
Itàstèm discese, e poi che sainlati 
Si Tur scambie*ol mente, rer la règgia 
I prenci s'awì^r lieti e festosi, 
Lieti che avesse altìn Itiìstem l'inviUe 
Armi vestite per la patria terra. 
Sedea Càvus in trono allor che innantt 
Cou GlicT gli si fé Ràslemiocbiaando 
Al suolò' il capo umilemente. A un tratto 
Ei le ciglia aggrottò, sdegnoso in altra 
Parte gli occhi rivolse, né risposta 
A Rùdtem die, ma a 6hev, Cosi adunque^ 
Cosi, gridò, da Rttsiem ai decreti 
S'obbedisce dei ret Cosi 1' antiche 
Leggi ei rispetta f... Un ferro, ob s' io m' avessi 
Un ferro qui, dal busto io qnct ribelle 
Capo gli spiccherei... Va tu, di Gùderz 
Figlio animoso, il lega e vivo a un tronco 
Qual ribelle 1' appendi, ni di lui 
Non parlarmi più mai! — Nel cor ferito 
Da quel dir restò Ghev, che pari a un dio 
Per lui di Dèslan era il figlio; incerto 
Sfavasi e senza moto, alior che, scorto - 

,„ ,.C()o>^lc 



113 

Càvus quel dubbio, qual Uqd che al cieltr 

Manda, uà .ru|sUo . se iiao ittii nel Sauco 

Eotrar li sente acuto (abigottiit- 

Stavaosì intorno i prenci dell'irato 

Signore al Beco aapeuoji Va* eoa voce 

Orrenda a Tbp* iridai, va, ,Tbuv li appendi 

A un vii trooeo. ambedue! Precipitando 

Scese dal (rooo in.queili. deui, in volto 

D' ira infiammato, e^ A me, diaaamzi, intanto 

Ei pfosegfiia, dioaanit «I ce injlifte 

Quei ribelli, o Mudiertl — AJlor lo adeguo 

Rdstem uea ttattenfiado* Ob non turbarti, 

Grida, di troppo, o re, «hi dalla mìa 

È r opra tua peg(uir, di (e, cui l' alto 

Soglio sconvien d' Ironia, a «ui sul capo 

D' ogni savwtu yuato la corona . 

Hai 8' addice dei r<v cui di f^^danza 

Vinee ogni beitia vii cbe L' uomo al peso 

Destini della, soma. Non sai, aioilo, 

Non sai cb' io Rùstem. spa, qifel dell' antica 

Dèstau figlin animoso, ^q1 (be il capo 

Dinnanzi ai re, dinnanzi non umilia 

A' pari tuoi? Non sai cb' £gill« aucora . 

E la Cina reoaota e i mvnli « i piaoi 

Di Greci* (utla ed' Hamavàr le \ille 

E il Sega&r (1) e il JHAaènd) ricetto orrendo 



(i) Del Miiiénd e dell' Ha in a vèr si è. parlalo in aaa 
■mU al e. IX. Il Segskr £ Ud paese, gli abilanli ilei 
quale weiloiiM atere corpo amano a ctfpo di cane. Bvrti. 
Kat. — GtoM. Sdutta. — L' aMsts dal Farhanghi 
Sbuuri ( lox. pars. Uuc. ) iiiteuds ^r il Segièr 1' iaola 



415 

Di ouKMri/t 4«tìj aaeor de' fieri osipi 
Si dolgon di KM ^»da, e clie miei (ono 
E di Redufa que' trionfi?- IgDori »neora 
Che pCT me sei bi vm t,„ Ed or tant' ira 
Ciwtro di ne perebi T Sohrftb, «e vdoI, 
A OD trenoo apfwadi, me hod già; disfoga 
Contro a' md#agi l' ira tm, ma lascia 
Chi gè libero seote e t« non teme 1 
Disse, e risto ver. lui eoo la man tesa 
Tbus aVaonni, em uo pugno il bràceie 
Disteso gli percosse, e quei gemeRdó 
Fiaccato cadde al suiil qnal nella pugna 
Cade un gnerritf cui 1' ossa abbia d' un colpo 
Un elefante rotte. Al sbol laeeiollo 
Rùstem disteso e eo) suo Rachsb dall' alte 
Porle uscì detta reggia. — Me non vinoe. 
Fra sé cosi dicea, niun de'mortali 
Abilator dell' ampia teira. lo sole 
Tra i prenci tutti di regal corosa 
Fregiar posso la fronte (i). Ed or se irato 
Ver me Civns « mostra e te viliaeote 
Thus pai bar oltra^iato, innanzi a me ehi sono 
Càvus e Thus? B percfaA mai dell' ira 
lo temerei del re ? Chi è il re ! Un pugno 
D* abietu poUel... A me non re, n«n schiere 
Virtù donAr ai forza, na l'Eterno 
Degli astri agitator. Non Ìo d' imbelli 

indiana Calun, della quale gli Ortenlali racconiaoo itote 
rasrariglip. SpiegtI vi trova il fata dei Cuatiforaii. 
, (J) Vedi il parig. 7 dei diao. pram. « <|iieala tra> 
duzlone. 



tu 

Schiavi mi eiagt^ a me di Riicfash la adla 
6 trono e V do»' regal eerio « scettro 
M' è queata clava, e «llor cbe aenu stalle 
Sale pel dol la n*tte« di mU apada 
Rischiara il lampo 1' aria oaeura intorno 
E per la via mi guida. Io dalta pugna 
Fuggir non s») che me qpesta difende 
Acuta lancia e queito> bianda;: al eore 
Solo obbediiM, ai cor die di quest'alma 
Govenu i noti. £ a ohe duoque eotlui 
Che re de' re ai noma, a che vorrìa 
Minacoiando atterrinni? A lui oen tono, 
Non io- servo, non Zhl; servir non usa. 
Chi re potrìa dii«iiarsi. A me itserlo^ 
A me d' Iranta il soglio aveano i prenci 
Offeri«' ed io noi volli, ehè a me care 
Le leggi fur degU t(vi. E s' io la fronte 
Cinta mi fossi del regal dìademo., 
Non tu or saresti in trono... Oh qne' tuoi detti 
A me couvengoD cerio, e qoealo à 1' alto 
Onur che, e re, mi fai 1 S' io non avessi 
Dalle vslH d' Albùra <t) CobU con queste 
Armi fuor tratto, allor che prigioniero 
Là co' prenci ef ai alava, il cor d' acertM 
Doglia rifiieno, oi 1' avessi al sogliO' 
Rendulo, or tu no» rcgal benda o serto 

(1) Alburz ( zenilo Aura btrtxanth =* monte eccelso ) 
è un monte iwl quale, allorcbò Afraiiab aveva occupato 
)' Iran, *' era rifuggito Cobad lì^ki 41 Zav ( andò itf ano > 
e primo re d' Iraoia deUa famiglia- dti CtiN o Kcy, delta 
stirpe di F^ìduti. Cavoa gli iiMMUe oe) regM (Cfr. 
Abnlfed. Hist. anieisl. arab. p. 70). 



TI 'cÌDgeresti... S a che pensier di Cèvus 

Mi prendo e del furor che quel superbo 

Aoimo ia&flinniH? Glie ae a' miei cunsjglr 

Porto avessi I' orecchio, aUe incantate 

Valli it» àtì Mazènd tu hon saresti 

Con armi e eoa amnti: ma spreziastf 

Tu, folle, la mia voce, onde all' insidie 

Preso Tosti dei devi. E. chi, se il sai 

Dillo, ehj mai «M Devo Bianco (t) il capo 

Spiccò dsl busto e per I' oscura grotta 

Ne sparse le certeltat... Il so» ti pesa. 

Ti pesa, a re, quel n<M»c, e nion dinnanzi 

A te il Mazènd raraneuts, che di forti 

Generosi guerrieri a capo un- vile 

Signor ai stata... Oti non fia mai cbc il regno 

S' abbia UDO stalla sulle genti ! E) iutto- 

Rovioerà iii' un giorno, ei 1« regali 

Insegne braUeri- di sua stoltizia, 

E a' suoi nemici lascìeri la terra 

Che Dio a guarAr gli diede. Ob non fin maf 

Che alcun con» eostnl Mie e superbo 

Dall' alla stirpe es«a de' Chei (9), cbè il nome 

Onorato degli avi pe^ M carco- 

SarJi di Tlluperidl — Ir cor volgM' 

Hàiitem questi peDsieri,. allop che ^i oceM 

Volli alla peggi» e sa- la aogitia starsi 

Visti i presci d' Irania, Beco sen viene 

(1) V. la nota al e. IX. 

Ci) La famiglia de) Chei siiccfsse a quella dei Peshda- 
didì ( lendo purtulhata ); il primo di essa fu Cobad, il 
secondo Qvttta, Inlàrnv al afgaifital» della ptrda Chti 
vedi una Dola al «. XIV. 

,,„.... C()o>^lc 



Ufi . 

Sohràb, grilli, Sobrib. Spenti i suoi Cgli 
Ecco piiDgfl l' Irania, trucidali 
Ecco giaccion ne) campo e gioTafletli 
E vecchi infermi. Voi, prenci di Pergja, 
Salvate i) patrio suol, voi, se il potetCì 
Arrestate il destioo. Ih questa reg^ 
Più mai vedermi dod sperate. Orrendo 
Spettacolo a' appretta: i corpi vostri 
Lividi e nudi questi campi iRtomo 
CopriraD tutlii e pasto gli avoltoi 
Si faran d' essi, nel deserto piano 
A lento voi calando io su la ,aeffa. 
Disse, e volle le briglie e del eavalift 
Fitti nel fiaoco i «proni, sì che vìvo 
Il sangue useìa dalla ferita, il forte 
Figliaol di ZaI si diparti. Scorali 
ResUrai e muti su le soglie i prenci 
Dell' albei^o regal, clrò U Ira 1' armi 
Ràstem era lor duce> ed essi, io lui 
Fidando, ne aeguìano i pasaL A lungo 
Poi cbe rest&r silenziosi, al figlie 
Cosi partir di Chtsbvad: Safnente 
Di Chèshvad figlio, celebrato assai 
Gàderz per tutta Irania, a le .quest' opra 
Si spetta, o generoso; a te coaviensi 
Compor tanta iattura. Allor cÌm i saggi 
Tuoi detti ascolterà Càvas, lo sdegno 
Scorderà che 1* accende. A lui ti reca, 
'A lai d' ira ioGammuto, e con prudenti 
Consìgli il placa. Se a' tuoi detti ascolto 
Fia cbe il re porga, per te fia che ancora 
Fortuna a noi sorrìda. — Sì dicendo 



H7 
ffìentrflr Otite r^gia e sogli ecéehi 
Scsnoi in beli' ordin li posAr que' forti 
II) un atrio 8onant«, Bravi il saggio 
GAdn^ eoa BAram geonvso e Gàrghio 
Domator di cafalli ed il rileote 
RAham con Gfiev. Poi che seduti in giro 
IVitti si fur, scambiaransi sommessi 
Tra lor queste parole: ]>e' mai prenci, 
E noi tutti il vediam, CAvus nessuDS 
Cura si prenda e pur chi di virtiide 
Rùstem BTania, e ehi com' ei si noma 
CampioD, dite, del mondo? \i). Egli la vita 
£ il soglio a Ci*as rese, egli onde Irania 
SalveiEa ^lera, allor Ae de' Turani 
La fa>oeia paventa. E quando i devi 
Del Maiènd là n«i monti avean di gravi 
Ceppi CAvus oppresso e noi con Ini, 
Sì che il duol ne siruggea, quante fatiebe 
Rùstem soffarae e quanti eoa la forte 
Alma dolori l<rilerAi nessuno 
Di noi qui ignora. E «hi non sa che al Devo 
Bianco il petto ei squareiAT Ch'ei ricondusse 
Chi forse ignora alla regal sua sede 
Cìtus in feKa e sul ano capo il Dio 
Invocò degli ereìT hi sulle algenti 
Monta^ d' HamavAr, quando in eateot 
Stette Civui gran tèmpo, e prenci « l'egi 
Io eampo ei trucidò, si che ritorno 
Nino §è ai patrii ca stelli , alle deserte 
Spose e alle nadri... E tu cosi, signore, 

(I) V. H ptrag. 7 del dfsa. pran). a questa trail. 



^li serbavi il capestro? Se mer«Ae 
A Ràstem tal 5erì>ala hai tu, toglÌH[D6i 
Suvvia da qoeita mura, ctiè ne rest» 
La fuga uDtca speme, se mai fia 
Che così Rùslem muoia I Ha n 41 fate 
Cbe oe sovrasta è grave, a che peesoai 
Qui stiamo e ìoerliT Qui verran eoo 1' armi 
Di Turnnia i guarieri, nò fia grava 
Il periglio per lor, oè et vedradno 
Della pugna oell' om, te fcFrjié 
Lancie scotcndo, per la patria terra 
A morir qui schierati, aUò te terga 
Avrein date vilmente a queste aDtietio 
Mura un dì gtoriiHe. Or die a' «uoi iBOOti 
È Rùstem ritornalo il cor di giusta 
Ira bollente, che fareroT Noa certi» 
Fia che ne arrida il Tate, che oell' or» 
Suprema del periglio il cor nel petto 
Ne verri meno pei timor.... RUorni, 
Oh ritorni quel forte I Alcun suH' orioe 
Dì lui corra veloce e di noetr'alme 
6ti appreteiiti I' angoHcia e a noi 1' addue». 
Cosi quelli dicean mesti- Levossi 
Gùderz altura e le superne stanae 
Di Civus ricerca Stavasi muto 
Il suol Civus guatando, nlkir che questi 
Detti Gdderz gli volse: E cbe f Che mai 
Fallo ha il figlio di Zìi se or diadegnoso 
Lascia d'irania il suol? Rùsleffl adunque 
Cosi da te si parte, ei che noi tulli 
E quHutl sono in terra guerrì«>i. 
Vince di possa? E soffri t<i cb'.ei (Mrts, 



119 
£Ì che a -ttiUÌ n' è^ duce? Hai lu i perigli 
Scordati. d' Hamavir, le orrende insidie 
Dei devi del Haiènd? Tu quel valente 
Vorresti a un trooco appeso, e lu la lìera 
Parola pronuaciasti ? A' re seonvieoe 
Uno seiucco parlar, ohe giusti <^oora 
Esser do.vrian lor delti; e savia e giusta 
É certo Ja mercé che a luì nerbavi. 
Che ti rendea la vita. Un tal eoiisiglio 
Non ebher mai, mei credi, i prenci antichi, 
D' Iranta i re|[na(orì. E ehi, se spento 
Pia mai BAstem per te> cbi eoi Turanio 
Guerrier scenderà in campo e nell' estrema 
Teazon cfae fìa per quest» suol da' tuoi 
Prenci commessa, ehi gli orrendi colpi 
SSderi di quel brando? I prodi tuoi 
Ben Ghezbdehdm conosce e la virtude 
Di tutti sa sliivar, ohe- tutti a prova 
Ei vide De' perigli;, pur — < Noa lenti ■ , 
Disse, e lu il sai, « nessun fuor che il possente 
' Figlio di 2al, dell' armi col Turanio 

* Preuee ia campo la sorte, che stimarsi 
< Stolto dovrla colui che in sé fidando 

* Soverchiamente aè dell'armi esperto, 

* Qnal Kùstetn, disfidar Sohr6b volesse 

■ A una pugna mortai ■ — Questi del saggio 
Ghezhdehèm furo ì detti, e tu curarli. 
Signor, non sembri. Ai re, credi, prudenza 
E dolcezta si addice; a (ulti nocque 
Non Trenato lo adeguo, e più che a tutti 
Ai prenci della terra. — Dì quel sa)|;gio 
Parlar senti Càvus la Tona, e in volto 



120 

Di verifogna ai lioM. Air abnti MMf 
L' oltraggio gli pcMva, oade avea segno 
Fatto il figlio di ZaI, de' prenci i> primo, 
L'onor di lraiua> si dolca ehe vinto 
11 cor r ira gli avesse, onde ■ sé danno ' 
Avea folto e, vergogna. Poi die muto 
Alquanto fu rinaso, Aollevando 
Lento io sguardo, 1 detti Itioi, prudente, 
Disse, figlio di Cbéibnd, soa conforto 
A quest' alma trafitta. Oh come al core 
Dolce discende da tue labbr*, o saggio 
Vegliardo, la parolai A voi, miei prenci, 
Coovieoei a voi, se pur cosi la gloria 
Del vostro re vi eal, toMo aall* orme 
Correr di quel magoanim» e eoa savi 
Detti l'ira oahnarae. Onori e doni 
. Quali a' prenci eoovengoa, voi miei fidi 
Per me gli prooMltete. E tu <|w a lungo, 
Gùder*, non indugiar, ti parti e a questa 
. Mia reggia RAstem rieoQduei, il forte 
Figlio di tanti eroi. Fa eh' io rivegga 
Quel volto e l' alma mi si allieti ia petto, 
L'alma che vinta ò «mai da Uniedutdo! 
Disse: Gùderx levossi, e salutato 

D' Irania il sir scesa a le stalle. In fretta 
Al corsier che fra tutti il più , veloee 
Gli par, sì lancia io groppa e via sul)' orme 
Corre di Rùstem. Cavalcando i prenci 
Tennergli dietro, che desio nel core 
Avean di Rùstem tutti. Allor che Inngi 
11 vider col suo Raebsli, od egli al iiovo 
Scalpitar de' cavalli indietro avea 



HI 
Rivolto il Qapo, riferenti Ìa(iem« 
Chinar la tesU ia fsU BCMali: Ilinstre, 
Salve, pnAe di Zalt Quei ohe de' cieli 
Molo imprime alle atdie, all' onorata 
Soglia ti adduca di vecelmnza e 1' alioa 
D' ogni gioia ti nilieti. Egli ehe il puote 
Sull'infecondo nar, sull' ampia terra 
Conceda a le l' ibnper, sì ehe riposi 
Sotto al luo scettro il mondol — All'umit ptego 
Non die Rùstcra risposta; ci là si stava 
Muto il suolo guatando, e quei sommessi, 
A tihe, signor, aeguian, pien di corruccio 
Ti mostri e non ne parli f Di pradenza, 
11 sai, vuota è del re la ment^ i moti 
Cieco ei segue del core, e allor ehe l' ira 
L' alma gt' Jagond>ra, non sperar cb' ei freni 
La lingoa e savio parli; ma sedata 
Poi eh' è dd cor la subita tempesta, 
Duolai di ciò eh' ei disse, e a chi fé' ingiuria. 
Cerca tosto anstoso e di perdoao 
Dolente il prega. Se da lui rìeere 
Oggi Bàatem oltraggio (aè la colpa 
È degli Iraui dà di noi ), se gravo 
Gli pesa al cor qudl' ira, si che il sacro 
Suolo ei lascÌB d' Ireoìa, miseranda 
Preda a' Turasi, a tal rovina, oh peoia, 
Sigoop, se fia dolente il re! Pentito 
Di eìò che disse ei già si nustra, e l' ira 
Volta contro di aè, per la vergogna 
Già si morde le palme. — • In luon scmimosso 
Parlar quelli cosu Rùstem allwa 
Levò lo sguardo owrueciitlo e disse: 

,„ ,.C()o>^lc 



1« 

Di Càvus Rùstem tuta ai cura,' 9 xtA 
Tutti il uiptl: A Càvrn diede il- filo 
D' Iraoia il s«glio; a me treiin è la »ell« 
Di Rachsb, earoDB la celata e vette 
Regal quesU Gocoiaa; a lui btm mille 
Schiavi Bona difesa, a poltrir nati 
Nelle 9taiit regali; a me dì matU 
NoD Irema al rio pensieru il cor ael petto, 
Allor ciie questa mi lanpcggia ia pugno 
Possente acciaro. Al re quésta risposta 
Per me recale, o prenoi: — Noo si cura 
Rùstem di Civns e sprenar non teme 
Suoi stolti delti — ... A me degfia dovea 
Esser nercè quell'ira e il grave oltraggio 
E il parlar folk, a ma ehe ben due volle 
Libero il foi da' ceppi e della terra 
Sul maggior Irono il posi,' a me ehe i mostri 
E i devi del Hatiud per lui eoo questo 
Braudo sfidai, cke il ra, per luì pugnando, 
Uccisi d' HaoMvirw Io sol gU sciolsi 
I gravi cepfi oDde gli aveane i- devi 
Avvinti i polsi. In que' perigli tratto 
L' avea sua stolta nualOi ma non sqipe 
Ancor far senno, il v^gio. A *< provvegga 
Se il puote adimfpio, se all' Iraaia un fato 
Doloroso sovrasu. Io lui non curo,. 
Che stanca è ornai qucst' alma, o il suo furore 
Non temo io più, ohe quei tmio soltanto 
Che il mamlo rogge e il Die detto è dei forti. 

CÌTUS e i prenci lutti ass^ divenso 
Di te pensan, signor, Gàderi rispose: 
Pcnsan che quello un tempo « forte e groivde 



193 
lltbtetn or treni e di Sobrìb pavonti 
Il brando larapeggìanle. Ogoua ripMo 
Tai cosa, e ul vi fu dia meato in volto 
Così ad altri parli: f.Che ftrf se tal« 
• Qual ed dipingfl Ghezhdehèm s* avanta 
t Co' suoi prodi Sohrèb, vuote le ville 

■ N' andrao i' abtlalitr, mote le ultera 

< Cittadi eu' castelli; e s' aHche il figlio 

■ Di ZaI lo sctMMTo ne paventa q ai- monti 
t Sca toma del ZabùI, iton ia qui a lungn 

■ ResUr potrò, non tu* — Db ma furijwsli 
Detti, o fiiteleui, uditi ed altri assai 

Cui ridir lungo fora, la regate 
Ira pugiwiiti. Di SohHib la possa 
Altri toccava e la viftdt, ma talli 
Cercavan Hisloni, Rùstem su le labbra 
Era di tutti. A questo suo) le spalle 
Non dar tu adunque, at a lasciar li basti 
Il cor noi soli nel periglio e il vecchio 
Signor d' Irania. Celebrato assai 
£c?o è pel mondo il nome tu(^ nell* alma 
Atto vii meditando or tu non farlo. 
Degno, signor, di biasno. Ecco, sooratt - 
Stansi e mesti i tuoi ppodi^ che si parte 
Rùstem qual pnroao. Alla vtH^wgna 
Non aggiunger tu il danno. Un odio BDlico 
Contro a' Turani ^inge, il sai, d' Irania 
I figli in guerra, e orror soltanto il nome 
Di Turania ne incale^ E per te or fia 
Cile questo sael oalpeslin vincitori 
I barbarici eroi, per te cho fosti 
Difesa un fiorito di quesl' alma terra T 



in 

GAderz cosi, il CkMmd il prad«n(e 
Figlio, p*rU. Posiente al cor dkecse 
Di Ràstein qud pariar cb« l' insaprita 
Alma in imt gH puagea. Poi che in silenziir 
Fu alalo akiuaato ( rosse per Tcrgogoa 
Inlanlo gli si fean le gote) in questi 
Detli soiolse k lisgna: Da giorno io I' «spia 
Terra toorsi con J' armi gaerreggiando. 
Né mai nel petto, il sai Gàdera, per tema' 
Questo mio cor si strìnse e s' or ri pens« 
Cbe ftAslem trema, ah a quei che così peasa 
Rispondi, Gàderz, che non sa la vita 
Comprar con saa rergogna ehi la morte 
Sfidò ben mille volte; » In, tu il »at 
Se RAstem fugge, allor ehe la guerriera 
Tromba delle raoolagne i risonanti 
Echi risveglia, allor ohe agli onorali 
Pernii della guerra il re m' invita. 
Tacque ciò detto. Supi^cando intorno 
Stavansì mesti i preooi e supplicando 
Con lor GAden si alava. Alfio da' preghi 
Poi che l' ira fu vinta, a ter che asoOra 
Stavan sospesi, a Civui ritornarsi 
Proowe inùrme. Lieto aHor dì gioia 
Per l'aure un grido risonò cui 1' eco 
Rispose dalle vaili; allor festosi 
Si messer lutti, e alle superbe mura 
TomAr di CAvus. Nella reggia inlaato 
Ei si stava attendendo, il cor da millo 
Cure agitato. Ha da lungi no subila 
Scalpitar di cavalli a voci umane 
Commisto poi die udì, levossì, scese 

........si. 



125 
Da\ troao in fretta, e per u»eir 9Ì mosse 
Dall'alte porte. Botro co' preaei il fiijtio 
^i ZaI in qiieUa e dubioio ìa diuieo 
S' arresta quando ratto i| re Ter lui; 
Vide avaniarsi. Poi obe stati alquasto 
Si Tur sileoKiiOH, Hs dolente, 
CàTUS disae, qui vedi. AT¥«rso no (at« 
Schiava quest' alm^ volle all' ira, ood' io 
Di duol mi strugga. Ancor, Ràidem, Del petto 
Pw dolor mi si stringe il cor, pensando 
Al grafe oltraggio ehe al piiì grande, ahi tristo! 
Fci de' prent» d' Irania, cbè sostegno, 
ROtstem, sei del mio soglio e ta te sol posa 
L'ooor de' Persi. A ^leodido confilo 
Allor che siedono in quest' aula i prenci, 
Per te-Uvui fa voti il vin libando 
In aurea coppa, e mane e sera >) suo 
Rùstem va metaoraado, cbè diletto - 
E caro a me sei tu; né, se commesu 
D' Iraaia a me fa la regal corona. 
Di te maggior mi . tengo, ohe nepoti . 
Ambo Siam boi di qudlo auai ne) mondo 
Celebralo Genucld (1). 8 eome io mai 
Farlo potrla, se vita e trono io debbo 
E tulio a let Non altri di catene 



(I) GeoHcid (tendo yìmoItluhMta ) fu re Peshdadi- 
da SDCcedulo a Tbahmurss e regnò 700 anni. Per altre 
nMiiie V. Vullers, lex. pera. — Abulfedae Hist anteisl. 
arab. p. 88. — BurlMOi Katiu toc. pors. alle vote nev. 
tot. — Oub«as la Ptrtt, e più di lotti il «apo leeondo 
del Vendidad oel 3c:>daTe>ta, ed il Shabaamab vd. I. 



,C(K)^|C 



Mi sgravò i polsi se non tn ohe j rìscKt 
Per me sfidasti. A te n*n dì mio duce 
Il nome si convien, noa di mb prence, 
Ma ben di amico, che per altri j rtsclii 
Gli amici afida» soli, e tu ì perigli 
Per me sfidasti. Ed or che le neimcbe 

' Armi haDiu ianse (|aetla terra e grave 
Minaccia a Irania il falot io dalie valli 
Ti ehianMÌ del Zalnkl, chi d' ansi» il ocre 
Piea m' «r* in peUo; e poi che a me dionanii 
Tòlto eon 1' armi io noa ti vidi, e grave 
L' indugio mi parea, viaseon l' ira 
E mi fi oieeo. Cbe -ee ti cor le mie 
Parole ti sea gmvi^ob tu le scorda, 
Tén prego, e mi perdonai — B a lui, Dd mondo. 
Signor, Rùstem. rispose, è tuo l' impero: 
A te parlar si spelta e me, tuo serror 
Obbedirti fedele. Al Mcuio- tuo 
Ecco io so» eorao, e là ve la tB« voce 
Fia che im ebiomi, correrò- con l' armi 
Morte arrecando- a dti stollo- non teme 
De' principi il maggiori Son io de' tnoi 
Servi r ullìaoi il ao, nM ■• propisio 
Fin che Ìl eiel di veeeliiesKa all' onorat» 
Soglin mi guidi, al 'fiaaeo (uo, qual servO' 
Fedeli concedi eh' io fiaiaca i giorni. 

A' detti tuoi, figlio di Zìi, rispose 
Càvus allora, 1' alma in pria si trista 
Tutta ecco mi si allieta. Ob per lungh' anni 
Benigno il ciel ti guardi! Un si gran giorno 
Si festeggi or da noi. Suvvia sedìamei 
A.gÌDeOBdo oonrito,.e il vin lo qtirlo 



«7 

Ne riconfarti alquanto, che diiBaiH, 
L' aale ripreM e glj arefaf, il ferat caolo 
Intorno risonar farem di guerra, 
ìsse, e fé por le tnett». 1 dispaWMVi 
Sotto a un porli«)' eccelso, di ohìaiv- aeqfie 
A -una fontaiia ìa riva le apprestafo, 
Sollccili BccorreitdOf là ve i fiori 
Spargeano all' «nre ia sen milla profumi 
In sol mattitt aboceieti. Dagli araldi 
Chiamar fé' all«r CAv«» i preneìj • ^lU^ 
Accorser eoa gli eoettri, obbedienti 
Al tur signor.. Di swh di tibie inlauto- 
La mobirauM ritonava- e tutu 
N' echeggiava; la reggia; > giovanelti 
Danze intessean festoso pervotendo 
I timpani eonanli, e pretti in giro. 
Discorrcaiio gli araldi in bea forbite 
Coppe il vto propinando.. In ciel «aDs- 
L' umide notte intanto « la feoooda 
Terra involgpa di teaebre e il aoDante 
Flutto del mar. Bevendo ancor ai Mava- 
Càvus oo' pnnei, obè veloei a luì 
L' ore Bcorrcao. Ma poi die le palpebre 
Aggravò a tutti il bodoo, ai loro alberghi 
Si rìtornaro ì [neoet^ e gii descrlo 
Jl pian giaeeva e il monte e gii dd mare 
Scendean le stelle tacitume iu.Hno.. 



=, Cookie 



XI. CaTS« UOVI W gCBBU GOmBO SODRU. 

AUor che all' orieote i oMttvtiai. 

Vapori il sol «ardendo sppaire e tutta - 

Gii di luce ve<Ua 1' uaada t«rra 

E il mar profmdsi, Civus» 1' omst 

Piume lataite, a Ghev « a T-hw, del saggio 

Nèvder il fi^io, i lispani aut dorso 

Fé porre agli elafaDtij.alle ripoate 

Celle ei poscia diteete e il vìa ne (raese 

Giocondo e di fnmanta luaa grao copia 

E i carri ae coIbA. £aa l' armi iotauio 

Lieti accorresD gì' Iraai, di iueeati 

Coraite ricoperti • eoi cavalti 

Spai^evanai pei prUi. Di otiriti •. 

Tutti e di mei delh reggù iotomo 

Soaavan gli atrài e ne.frmiM «•mmOssa 

La mobii' aun, ebè bea aeoto v^te 

Mille prodi di PMiIn eraa» aceerti 

Da tutte parti all' alle mura, ameiut 

Del re Civus dinora. Aito nel cielo 

Il «ol giA risplcndea, quando ordiaate 

Uscir le «cbiere aHa campagna. Uo .nembo 

Dì polve aitar Icvosm de' guerrieri 

E de' caraHi sotto al piÀ eba I' aura 

Intorno tutta jnleoebran e ì campi 

Toglieva e i moati al guardo; il suol (remava 

Sotto a' lor passi e al suon cupo parea 

Risponder dei timballi. Altere e ricche 

Cittadi e case di pastori e> amene 

Ville vidcr passando, e U ve l'ombre 



o^Slc 



Li coglteaB dells ooUe, in su k terra 
niposQVMtft i eerpi infili efa« il eido 
Si coloriva ia oriate. Il gole 
Sorto appesa dal mar a' iatenriM'aTB, 
Che d' air» ^ve di' ako usa procella 
Salia di soUo ik' lor pie. VesailU 
Ondeggiar fi vcdean spiegati al vento 
A quella in mmski e hd Iuccie8r<di spade 
E d' aste arate e di eorane e d' elmi, 
Qual dì fiamma no gwizar t^ al delo in negro 
Vapor salga rarv^tL £ «IIm- ebe OMora 
Scendea la aotte, il vereeondo raffio 
Non splendea delle Pleiadi tnuando 
Sulla rorida terra, ti ebe eeeie 
Purea sui gioghi alk nwatagae «i nembo 
Di fosche nubi e le fbreaU ^i eamf» 
Con le sedi iéA' aom l«tt« ahbraeeiaise. 
Ma allor che l' ardue torri • le merlate 
Mura apparrer da bngi del eattclle 
A Hegir dlrnw* mi tempo, e quando i monti 
E le vicine «dee eecspir lune 
Le iranie adiiere, sì the il saolo al guardo 
Sì aaseondea ( per bea duo stadi iotonio 
Figgeaoo intanto i padigliou io terra 
Siaachi gl'lraol, e ^.fiuBa in ma al pasco 
Discìoglieano i eavaUi e gli elefanti). 
Dalle vedette della rocea nn grida 
Levarono i custodi, e seesi ia fretta» 
Ecco, gridir, gì' Irani t e •morti in volto 
A Sobràb 1' aanunuir. Sopra gli apatdi 
Egli allor salì ratto e lo segala 
' Human il saggio^ e poi dw la (Hannra 

9 



189 

Al guarda ^i si a&rae di hen 'Milo 
Tende copaM .e jnill«, «1 ftaqa- iotomo 
Gli occhi girati, Ewot b jom. §teaiewiOt 
Sciamò, gì' iTMftlc aottiém. Nd i^M 
Human intpaUit^ «W iogoVikn.Uican- 
Un vii timor ^- avca. I^r':.fflda oaMoe 
Sohràb il ,pMie altof%^E'-cb«l t* 4retni, 
Disse, De ti.Kmgo^T'W H è i n r a- lui 
Non die m(>oitfli-e;i)D«^-Da'Sé iUihcbì 
Ogw paHier :Cod«rd«,.pniquiaì' ■' 
Chi I' «rni vmI« • l',jiitni',uaui.>a «edit 
Servi cosur MB..blHi|>'ttài tM.fMMto 
Volgo infinito Qlw;ri*io^« ii.fMKO, 
Tal troveresti tai««i lUttì'ia.fcUo - 
Il cor pef)fdiafi(bnB«f'M prdfHiib' .: 
M' è anc4r •qtteit'^Ht «te e la pndioa 
Reginn, dalla- notto lbile,iiiiwèt9o, ' 
Son I' arni t i.gudrner flnWj.an loeMin» 
Ha cor, m^. endi. tila-diMaM it'lmodo 
Per Afraeiib 4tm)faii^>i« bMuna, .:< 
Strage far6 di Iwv.BÌ «ba di aadpia*^. 
Volgeri rosai almaRrSooi gMKghi il fiune. 
Disse e disaesa daUa todret. in patto . 
Lieto il cor. gli ,balhws «bif deUacpngna. 
L'vra ei vedes vìcÌM^.Égli. si aop^eii 
Fé di purpursa vin« pm >iralna 
Tana arrecar gatiKiiiit»,- <■< <Ab401u 
Mescer 1' alo» benranda allw. Dh»-K moisa 
Lieto el si staiviia- vBolA^>h raso, •■■ 
E poi che ia p^tla^t'-alow dalalàiia 
Piena sentia. Tè parla .mema ■ i pr«Ml 
Ohiamò ■ convitai D«ila<rpae4 al.ipitdi 

'-■"'VS'^ 



Stsva im udm tnrsno vnSe U «Me 
Tutta gì 4toeopr4a di tendeii d'aridi ' 
E d'uonni eopértav sì aba spatìo 
Non ne netsTa tirati, HaM ona'tend» 
Di miral}il itvéto ì dispensieri ' 
Locfa- G0D'e1iM,i4-9att(rv'()p()reMtn-0' ' ■ 
Pei prenci e- |nr''S»hrilb' Ir ricMie' nense. 

Del mare In 9en> 4iic«s» tea glV it'sDle- 

E gii quel*- rilia- ibi)' otttntd 

Con le stelle la^iMlte,'-BUflt-'ek» ni Qkttto 
V acciar Ritoleni «' eiiufe ('desE«nr' 
L'alma di pMpM' ^V IraibMr nd patto " 
Irrequieta ), l'rimo « 1^ cJDtara ' - 
DrpoM e al re R* taék. fiign«r, gtt dJase 
Poi cbe KsetooDo/ di' Varani al'cmipo, 
L'insegoe aie depoits e inioiMi faUiaro 
Slriageodo sol, -Iuoìb cV io uditi H -éwt 
Veder vo' 'dèi-^nH«ni:<'«bi'^er'ri» ■ 
E dondrven^ to' sa^, quat firtoci 
Gli fan coroiia'« sin qufl ferglr scoria.' 

Degna, Ràslcfli',' 'tosi flbrtts'TÌipate, 
L'opra è dal tua mIott va li«to; e i passi 
Quei ti giii4t propirio ohe del «ielo 
Regge i moli' suderei' cqBett' ardire 
kU ohe'tf tilbtirga in patto. 



Càvus cosi parli. Vanisti in- feetta ~ 
Rùslem allora di- Ittratti» iofpà^ 
Un ben ■tessuto iiriMe» 9 éè-W noU» 
■Nette teoebr* nvblttv («dtiinlo. 



■-'^""Sk 



1S3 

Al Castel s' avviò. Vi giuase, a un suono 
Di flauti e tibie e io un di rod unuoe 
Gli percosse l' orecchio, allor cbe no subito 
Desto d' enlrarri il prese. Di gran Ibrsa 
Quale un lion che spinto dalla fame 
Scende talor dai monti e per -la ulva 
Tacito in OCTca di cerbiatti o daniBe 
S' aggira e tutti della nlle i speebi 
Fiutando cerea; tal Rùstein per l'alte 
Porte entrò dd aastello e ioewerrtto 
Sul terrazia pervenne. Al gaard» allora 
Tutti a una neiua assisi di Turania 
Gli s' oSèrser gtl eroi. Canti goerresebi 
IntonavaB bevmdo e le pupille 
Lor risplcndean di gioia. Il vin neseeodo 
In auree tasse per la stanca intomo 
Solleciti corresB servi e eof^erì. 
Col nappo in man tra qudli aaee sede* 
Il saggio Zindeh-rèsm. AJlor die in grof^ 
Al suo dertrier salito, là del sire 
Di SamÙDgan SohrAb nel rìeco albei^o 
Si stava per partir guerra parlando 
D' Iranìa al rege, di gma duol Tebmìua 
Compresa in cor pel figlio in fretta avea 
Zindeh-rèim ricercar fatto alla ancelle, 
Zindeh-rèzm cui già visto nella reggia 
Dt Samùngau avea Ròstem nel tempo 
eh* ci sua sposa la fé. Figlio del sire 
Egli era dì Samùngan e dilMto 
Zio di SohrUt. Il pr^^ di Tehmina . 
Udito poi eh' egli ebbe^ a lei, dell' armi 
Gii vestilo, d' andò. Corsegli ineoolro 



ÌÌ5 
Quando il vide r affliua, e aRal piangendo, 
A te, fMd, gli disse, a te il mio figlio 
Da me ai al&ta; giovinello ancora, 
Tu il guarda e tu il difendi. Quando i campi 
D' Irania ei scorrerà con la lucente 
Spada pugnando e allor eh' alle cittadi 
£) giungere di Cavi», se mal fia 
Che alcun perìglio insorga, oh tu 1' adduci 
Al suo gran genitor, digli ebe questo 
È il figliuol suo diletto. — SI dicendo 
Ella il lasciò. Sohrib sempre si stette 
Di Zindeb-ràKm al fianco; e allor che a mensa 
Lieto ei ai stava in quella sera, a destra 
Gli sedea Zindeh-rèsn, HAman a manca 
Domator di oavatli, e il terzo loco 
Barman lenea. Sobrftb, qual sta seduto 
In soglio un re <B molte e popolose 
Cittadi r^nalor, tri soTrastava 
Del eapo a tatti, simile a una quercia 
Che a chiaro fante in riva il capo estolle 
Suir altre piante della selva. In volto 
Rosso apparta pel vìn; le braeeia ignude 
Mostrava e Ìl largo petto, « a lui dimorila 
Cento altri eroi sedean, cui giovinezza 
Del primo pel vestia le gote, in armi, 
Quai leoni, possenti. All' ampia sala 
Stavansi ritte intomo ben cinquanta 
Leggiadre giovinette a eul le molli 
Braccia di fulgid'or striogeaa monili 
E armille di gran preiao. Dolcemente 
Cantavaa elle i rischi memoraado 
Della pagoa « i perigli e la virtnd« 
E r armi degli eroi, sì che nel petto 

...Coo^lc^ 



154 

Dolee si conbrtora- a' prbDCi Ìl eóTe. 

Kàstem inumo « rignAnlar al sMVa '■' 

Presso alta sogKas tlfor che sènza uAergo 
E sensa spada Ziadeh'Mzai «oltltó 
Usci ali' aperto, « là amrto hH f uefrfero 
D' ignoto aipetto la sd' la poMn «lanl 
Fermo nel)' ombrai simile' a unir i^iwrfa 
Cbe a nuda Ripe in sia» i rami «H'aura 
Disleodo soKtaria -e ii suolo abbrMCte ' 
Con le forti raglici, ìn oer' gli Mcque 
Tema e loipetto,' «W «esmNi ifeteampa 
Qli somìgliaTM; ond'«i retto - poi :bhKci« 
L' a&rra e via teoiendt^n Ha 'tttl'deHi, ' 
Chi aàì alto oMode», parisi ne-vleiil 
Al splendor delle ftcl^e fa tlie hi Volto 
ChiarO'li ng^. -^ A qael p)ii4ap esposta 
Non die & figlio di Cai, may te'ismi'-stss», 
Il percosse nel- eolto.^ <$aegll etiiMe ' ' 
A terra Hveraato; dati» memfcr». " ' 
Dolente si fti^l l'atma^e il befeorpo" 
Nella polve et'gìaeque, «tehiMienile ' 
Dìmeriileo difotce tiMuttiagliei' ' ' 

Sobrib intaMoj p«i ebe vddW 11 seggio 
Scorse ili SiKlek-r4iun,'Mfv, «nlede«y 
Dov'it» è Zr»deh-I^mf Qiia(eiin« iteendil, 
Ch' io veéerlo 4esì». -•- Levoasi allora 
Va aralde e all' uscir hioM» mll'ettid - 

II ritrovò.' Allo spettacol far» 

Un freddo Ofvor gti'rleerefr le vene 
Tutte e le Mtre, ts awHi tenda entrato 
Sulla soglÌ8<aitftiinziiy stani da Ignota 
Man Zindèli-rènD ueeisA,- Kflen^HIral ' 



155 
A Sohràb ib^rapiH^ 'd' ni (nédMa» 
Moto aanei)0'gli-alui,<«.4nipidande 
Usciti co* ìatmA, iìrilronn ■ 
Steso sul liflHlÉV, iutto 'dh^v» - . ■■ 

L] bellu cbloBM iMrtio e^anguinow 
Nelle spalie-e-MlealKi. W gHH>G«hÌa 
Semi raHMani itgnm; 4l< aoM? strida, 
Di doloro*! h|i «ulto iH'inieMo 
L' «t» ^invK, M tbc H fri»» amuiRrifr 
A Sobràb oonferMò» «Nk-vi» ^«vomì 
Per uscir ra((» e<>la aegaiano i serfi 
Con l« » » w ^ ^ tk là»^ '4'' ÌiiMtr«e 
Arpe gittttidb «'-«on-'la.ihMs al petM 
E a] ertn''<tMiitf OHAdK-Adar oka astialo^ 
Tutto a atiBgae' àiperìe^ ì* 9a-tt sogMa 
ZÌDdelN4ém ' vide, si fcrlnè da -imniRnso 
Dolor Sl^ràb'ctiiDpftaa B'CftA» pMra 
Iiii*KiUÌ si< ftati, mn ^«seh ad prehoi. . 
Che intorBÀ 'it ■Ut *t*eti d*' flrerba dagtitt 

Il cor traMlK;srWvola»'*'fisHt 

Amici e prmet, tqM«#'nMt«'Ì) finte - - 
Poea^ oi tì4^a; A' jgsav» monn h» gmniyo 
Il corpo ablAnd^Htr T«-g6gìià-c«crÉa ' 
Sarìa per Qoi,<ai{iMn qui' RMfrW giaco 
Zifidrit-fézn «ulta- BV^iai b' aiwt, OfvCn^, 
AppresflMl Trtliii RMU, -ehé-vvinlelM 
Dif osi cMtdfr' qsrit' ilKiiat Vtr lupo «i nostri 
Greggi è vèiiHto,''^iM''t«g«vi ta dante 
RitrovHli-1 ipa»dri «éu fc'poHe 
AddormertMf t'canl', pw ffa i$tì» 
Afferrata uo' «gitati tt la'^suH' Iona 
La-lfH^peE Iti-Yia toB-l'eièe i «aari - 

C,(K)^|C 



196 

losaaguiiMAdo. Ha (A aouco nraon 
È il re del ciel, diara, comò le pt^rr 
ScalpiUndo volar h U mio dMtrier», 
Cosi, dìMiolU) dtll* «ella i> Imcìs 
E SDudaU) )' aeciw, le iranie teate 
lo spicckerè da' biMti e per ewltù 
Tal preDderi Twdelta. — SI diefodo 
Nella tenda tomo, ti aasEae d poito 
Che area lagdaU, e m' lor ae^ i prenei 
Fé di nuovo uà» lor qneUi alali 
Detti volgendo: Yì aedete, anici, 
E il baoaheUo eootìoBL II 
Lo spirto oe' eoilarti, die ae eatinto 
L4 si ata Zìikdeh-idiai, noo è «Mtf piea% 
La voglia e sau» il eace> I lai laaùate 
E il pianto imbellet ette vmifaua fame - 
Diman saprem da forti, e con la vita 
Ne pagherai! gì' Irani e l' onta • il daMia. 
Al eampo RActegi un tomara istaot» 
Per le aottume tenebre. Alle parte 
Stavasi a guardia delle inaia tende 
Gbev full' anni riacbiaw> AUor ebe 3 figlio 
Vide venir di Zal d' igoote veali 
Tutto coperto, •guaieò la^ada 
Che al fianc» gli peodea, di aepr» al eapo 
Allò lo siìudo e r aer fatto d' ub alt* 
Grillo iotorao »e*ari eoi braoda ia pagno 
S' avaniA. Rìeoaobbe allor di Gàders 
RùsEem il figlio io lui che la eustadi« 
Avea del canpe; Ira ti rise e nata 
Una voce nnfldd. Rati* dlMSM 
Ohe? dal cavalla aliar poi clw gU « 



"8'^ 



w 

Gli avea ferteo del flgiko} di DèaUlk 

La cbian f*i^ • ìacoiilro gli veoU 

Cosi lieto pglMda! Or A* la notte 

Di sue t«id)ra il mar T>r*fi»da iaToIre 

E r alma larra, doode unì, di eccelsi 

Eroi figlio ptgUardD, di qaM' armi 

Cinto ritenif — Per dirteM aMoni 

RAstem tuUe nanò^ Ghsv per man* 
Festoso il prne, e, Seo» le la gloria 
Horria, disse^ d* Iraaia; tu mMegne, 
Tu sol se' di noi tutti — li tali acuenti 
Con lui a' andò li Te gU aiMi i r^ 
Padiglioni avean posto, »■> asp«ltaBd« 
Càvus si slaTft. 9Ìn die at suol la lesta 
Chinando talidata Ròste» 1' ebbe, 
FdvellA de' Toroai e del convito 
Che a' m(A prenei Sefarib con regal pompa 
Apprestar fMo aves. Meravigliando 
Lodava poKJa di Sebrèb le IwUe 
Memhra e V aspetto maeMoao e il noicbio 
Volto e le torti braeoiSi ond' el vincea 
Quanti guwTKri tra' suoi boschi idi' armi 
Nutria *l luran» swJo. A luì aeSMi» 
Degli eroi somigliava onde l' Iraoia 
Iva superba. Quindi il presto &lo 
Narrò di Zind^-Tism cbo sanguison 
Ancor giaaea suU' erba, eteraamenta 
Dimenlico di Cesie e di battaglie, 
lo lai rnceonli lieti lo notturne 
Ore così passar. Civu» (è tt vino 
Venir che il sor «onforta, e i giovanetti 
Del canto esperti. Poi che Sasi alfine 

C(K)^|C 



■158 

Di cibo Mti fijro « di' fievaoiliy- 
L'armi «iifmllir em eMaw^atolwi'Uad*.' 
Si recAr-poMÌBiBi) ispfltaaxhBi^ deto 
Sorgewa ileol* s rMwbMnr>lffft^|M. 
Né molto ,«M^' die jU' otfaMl» ii-mte 
Fulgido apfmv^'M tara. 'te- t ^i u k e 
Del di ri«Miétc«i4» b ìaAen-cin'iA'OiDtoe 
FugaD4» il swpar ^avQ. .Attor l*:pinine 
Sohrit)>|««tt^,.»a«ìt4f.wtifteÌAM ' 
Lavoro vm «onsut' Q n» legi^T salto 
SpitAttfl, »l tact idattricr che tf-, nttemle», 
Su la fKiftya: adii B' ÌBdioB Hnpr's - 
Impugvanna icMÉ*, ,dl-A|tgHÌ'OTtf 
Le l«n^ wton '0*ltMa,-d* «rJegpHiti 
Equine chtqan. adoM», gfi *>Bgaè, - 
Risplendente <d* ÉHgl; .diir wtioicF > 
Lacoia péi Jwgfcflaéaoòiò, dììb coli» 
Guerra tt'^antaicaorlra A tM «oHIeelto - 
Donde lulla-V.^ieia .la i<alle.«t j^aHd* 
Con :te tende nani^Ci' •KiiiiMoi *> 
Car»ier«fMniniaB.tallkÌB «ihik-JI M^iO 
Hef^ «hiMaitlfe éHm^ V-|id. che «ddMto 
Il vide 4afU «raUi,.'iii.'eota1 <g8in- 
Gli prese :«CBtelar:^Siill'«i<e«-MCitk- 
Non volò nii:psf f ^ure WrtVAM - 
Acuta lOMSMlu^ ns' so» ■'«ia 
Dritta seguii aè m«ì n«aA parlantk 
Colui le frodi che giMlttJa'' rote 
Con alma ìntegra, oA^r <faUi ^déUJ 
Soffrì d*nnit.'« «etig^Ai, E tU' M U a«mé 
Vanttidi nggia, 'saggio pafl«'« ìi giusta 
Onora ia pria^ii die siaii lieti,!» Mmt' - - 



MS9 

) giorni -toftj. Super dn^ frao wtM 
-D« te qtttsM mi» «or. t<a ui'mpMdf 
E il vera pirla» «m l' è «arp a ubtoc ■ 
Di liberiana, -llberbi ai ditadii - 

E l'otterrai, nté tt'patamo oateHo 
JUn^ierUli 4w)nar«t<k ll-v«to,' 
Hegìr, noD ni aelar^ vaa'abib) diiÉaódi 
Dritto rispondi, ed io d" oro e d' argento 
E dt- 8f)l6»di(tfl veati^ ' aa4o'>9« pieni ' 
Nelle tende i foràm, m. ricco dono 
Farti saprò. Ha se mai fin che falso 
Parli tua liHfpiai «nttt n ria «atea», 
]n earew teMw i gioiti tMi .)aiif)u«fid» 
Coosuata dal ddor^.slraiiMMnii/ -.<-.■ 
Signor, dimaDdar-nU ria(k0M aUora- 

Jl savio Hagìc«:oè fia elm ma Afìnnindo' ' 

Senza risposta tada.' Il' ler diratd 

Onde voglia iii ptendet .oé-ch' ia laiao 

Parli ìAtaat.M lu, okétil gjoelo e U dtkio 

Oaarai sempre^ nè-allp brodi ia Riai- 

V alalia -cacRMisii aè.sglt.iagawai. A «a Mapo 

Al moado aa» Rtode e^fitasliiiaf e l'uM ' ^ 

Tutte di praviti> 11 «Hi iMttage : 

Dell' Bom* «vana^ -l' aiua di boólade ' ' 

Ognii fatta papclapa) bgni peakiSM' 

Vince che a v^ iticItM. -^'On^beor rùpe^e 

Sohràb allora, degli eroi che a questa 

Guerra sop corsi dall' Irgnia, il jiqaic 

Saper' desìo. La tenda tu ,niì addita, 

Heglr, di Cìftus e d! Jraaia,. i proa^, 

(ìàdert .« ThBs.«:4tll. altri: ewt.clie.i dolci < 

Castelli abbandonar 1' armi cìngendo - 



140 

Pel patrio inol; tra qnesti il aapTenle 

Che* tu mi addita e Gustrtèiame e il saggio 

BÈhnm « Aùstem, che la terra tolta 

Riempi di nia fama. Or tu i lor nomi 

Ricordami, e le tende e { guerriieri 

D' oguon mi addila, e parla it ver, Se ancora 

Dolce è del sd la luce agli occhi laoi. 

XIII. SoflHU DOMimi k Buia ihdizio 
M RusriM, 

Heglr, disse, nel mezze là del campo 
Vedi tu quel ricini» t (1). Do ricco ammanto 
Di color vario il veste e dentro in terra 
Stan fitti i padiglioai di vinose 
Pelli coperti. A ferree sbarre intorno 
Stan legati beo cento generosi 
Elefanti, e nel meiió li ve i' apre 
Ampio uno spailo, un soglio adorno io veggo 
Di lucenti lorefieil, a cui di sopra 
Ondeggia alto un vessillo. Un aureo sole 
Vi su nel meiio e fùlgida il sormonta 
Sulla pnota una luna. Qual de' prenci 
D' Ironia ottiea tal sede, e con qual nome 
L'usi appellar la gente? — I padiglioni 
Vedi, signor, di Civus, gli rispose 

(1) Le tends d«I re e dei grandi di Persia avevano 
dintorna uaa ehioitra o ricinto coperto di tela detto in 
pera. ura-perdtA. — t. Berhani Ratìn, toc. pera. — 
DefréóMry, Voyagc d' Iba SaUwtah daiu ti Perse, pag. 
424, D. 2. 



i 



Hegìr cpsì. Lloni ed elefaati 
Il guardan nella reggia: ei qua nel eampo, 
Si come vedi, aocor li trasse. — A des^a, 
Sohràb soggiuiue, d' elefanti io veggio, 
Di cavalieri e di eavalli un ampio 
Stuolo a un ricinto Intorao a di gaerrièri 
Una schiera infinita. In meuo uà Tailo 
Padiglian sì dispiega, e a quel di dietro 
Stanno i leoni accovacciati « ■ fianchi 
Si flagellano e il dorso eoo le code 
Dai lunghi crini. Innanzi dall' entrata 
Nel snol eonfitto all' aure alto t'oitolte 
Un vessillo che porta «ffigiato 
Nel mezzo un elebntei e a guardia Intorno, 
Con dorati calzari al pie, gli stanno 
Col brando in pugno 1 cavalim. Il nome, 
Heglr, dimmi di lui che albo^ ia queste 
Snperte tende, «od' io, quando a battaglia 
Uscirem contro i Persi, ia seno il isaodi 
Con questo acciaro ddl' eterna notte. 
Thus di Nèvder il figlio ia lui conosei, 
Hiigir gli replicò. D' «a elefante 
L' immago ei poru sovra ^le stendardo. 
Che di regi egli i stirpe (f). Egli aUa p^na' 
Guidar suol l' oste iraaia, generoso 
Guerrier, che de' liooi ne' deseni 



|t) L' immagine dell' eie fante sulla bandiera stava a 
significare regia dlsoeDdeaza (Atkioson). Thus infatti 
era figlia di Nevder, e Nevdcr era figlio di Hiaocihr 
( scado mmiueilhra ) setlìo» re d' Irania dei P«bda- 
didì. 



U2 

Noa paveau la posg&. A lui triBati>> '" 

Recana ttivtli j pr«»ci dM-ta-torte - 

Gli fa Mggeui V«di, B^hs di moK» 

Allor Satirib-.s(i -«Iimm,: quél cnaia - 
Di rasuo drap^ rtco^rlal-laninii 
StanoogU' • dieWO' in. pii'iDotti goerrierr 
Con aste € «OR canms. Wokitto ' 
All' aure ta4e§iÌ9^ up<Kst«a(lapdet'fl io «etso- 
Di chiomata iìoaa Hat 'figura > i- 
(]aiDpeggia alSgìata. tetoma -iotorM» ' 
Siccome stirila in. olel* splff«4itnvi ùi6m ■ 
Zaffiri e4unwWÌ< UDa-itaj Mda- ' ' 
Chi ouien de' prenoi irèsilill ver «ti paria^ 
Hegir* nò n' iafiaiiHan. - — Qiftt «tietri sede ' 
Ottien de'praoei iraai, Begip HipOae, 
È. ia j^'n e t' oaor di «lUMti: in :berrB 
Nobili ^fl^.sflo d'^Fittia. 11 saggio 
Piglio, di CMdivad, GMer». «fa» le saUevé» 
Del re gwi4a silBfaffm,\ìa ^MÌleìaod^j 
Signor, che *eA, allMPgti» H «iti di otlaoU' 
Figli animo» Il fè-be*t«v • fui córs- ' ■ ^ '- ' ' 
Tal gì' infuse valor tb^ogoi arvènaiv 
Sfida Dallft'WtUglia,' e tigri e rtfri 
In etùma Halle «dn.gli «uti stnll» 
Cader fa sangaimn «I .suol calpesto.. 
Ecco di verdi pan» riict^rtB' 

Vaa chioBtra, Sidirab disse. Dintoroo 

Stanai in piò ritti ì prenci. Uno stendardo 

Nel suol concito, di color violetto, 

S'innalia in su la porta e figurato 

Itaca tin dra^oa o^t canapo. Un trM)o4a meu»^ - 

Opra ammiranda, sta locato, e a' piedL 



H3 

Torreggia ài quel' sogHo sventolandi»- 
II vesaillo di €h«eb (t).- Jti crono -aMim 
Si sta un «oe di' maestà- ripieoo ■ 
Nel venerando' iMpett», e A lui (KntMi 
StaoDosi io. pioiU i preifel; ma (M «^ ' 
- B«a che snhito, a -tuM egK sanraMa; 
Taata è ra)lena<d«rber'Cftr|to. A'pledi 
L'erbe ud odVBt g4i'pa3ee-'*'tbDt«rrde 
Beo coovMlienie, e on Ittccta ia la Mim ■ 
Gli pende e t«ecail mmT. Di quando in epiantfo 

(I) Il TeMHte A Oiv«)t, oaraeP'OrlfiamfflaaeirnKiM^, 
guidavu gì' Imi amUt battaglia; oht la pbrtwra era moi- 
pre ODO dei prìmL aroi, e it^lU nwtr^slfvia ent Rù»teai, 
come si vedrà. a|>}iressp. DArQ[(ut, troduceadolo dall'ara- 
bo, un brano Ji Abulfeda ( Hist. AnteEsl. arab. p. 08 ) 
risguardante questo vessillo, u AggruTundosI sopra la gen< 
n te la sua arroganza e la sua ci'udeltà (cì<iè di Blveroip 
B o DhobA, Hndo uhi iahaka,' qàìiHo re^lnnta dei 
n Pesbdadtdi),'1ai lipatm aJleTò.aa mmo iÌrÌaB)ato<CBbi 
1 ( in persiano Caveh), al qnalft Dbab^k.avon ueoisi^e 
a figli. Questo- Catti, ptm^ pò* pertigii t'ìH^**^ '"a 
•• sommità od sacchetlo. Si dice eh | egli fos^ fabbro far- 
ti raio e che quello eh' agli aveva attaccato alla pertica, 
B era un grembiale di cuòio, còl quale si' difendeva dal 
n fuoco. Egli adunque cotti incib a gridare tra la genie e 
n ad invitarla a far la giMTta s Hv•rt«p(MHhak);mol- 
n li del popda. rfopbsero:' alta ^Maniata'- e ¥ odntarono. 
n QQosIo maillo, rimaatt io fraudo MMepreiso i Persiani 
n ehe-lo adocuaroDo. di genime e lo chiamarono direfsti 
n eabiyQn ( in pers. vessillo di Cobi o Caveb ). Rafforza* 
n tasi pertanto la parte di Cabi, egli assali Biverasp che 
• fuggì dinnanzi a fui ii: — V. anche Barhani K-athiu. — 
Glossar. Shahuai». — 'Shabnameh, vtfl. 'I. — ' Dnbenx, 
La Pene. 



.C()o>^lc 



Di quell' erM •' ode U vaee, e al flutto 
Del mar mwù^, «llor die eoMrs i lidi 
Si rompe impetuoio. A lui «on veggio 
Guerrìer Ir* qnesti cgual, aè lai cavaUo 
Non vidi io inai. Di aerici Uppeti 
Gli elefanti che intorno all'ampia chiostra 
Van paMvhodo, aen coperti, e d' ore 
Risplendeoo da lungi. Il oonw auoi 
Heglr, HÌ tuT Costui eho gli altri croi 
Vincer sembra in valor, dì cui la voce 
Chiara fin qui mi giunge, da qnal padre 
Seeso ai vanta, Hegir, dimmi, M il «ai. 
PeniOM allora Heglr ai fé, chi il nome 
Dir di Bùatem dovea. Che far, nel eore 
Dieea, che far? Se il nome ie di qnel torte 
A costui dico che d' Iraoia i prend 
Vince tutti io valor, te qualche indizio 
Fia che di Ròsteoi •' abbia, a una taazoae 
Il sfiderà per eerto, e per sua maoo 
Rùsten dovrl perir. Tutto «elargii 
Sembrami il megli», e il sua dòir d* un finta 
Nome far pago. — In tai pensieri il capo 
Hegir levò e disse: La remota 
Cina costui lasciò. Signor di forti 
Bellicosi guerrieri, bellieoao 
E forte d slcaso, al sire oSrl d' Iraoia 
L'acciaro e il braccio. — E il nome, il sait chiedea 
Sohrìb, e H^r t lui: Non ben qud Dome, 
Siguor, ricordo. — Almen, eosl segula 
Sohràb con ansia, in sua favella almeno, 
Hegir, dimmi qud nome. — E di rimando 
Heglr a lui: Sobrib, d' inclito padre 

........ogh 



Ì4S 
Gafliardo figUoi aliar cbe i suoi guerrieri 
la quesU terra ei Ir^w» i» nel cwtallo, 
Come t9 m, m «.(affi, pè (U Jvì 
Nolla mi so di cer^n, « gpl i'i Ci(ie 
Velluto il dica., perchè nuove e etruie 
Soo l'asmi QPd'ei si ci(y;e, e i coJtflr yari 
Di <]uì discemo onde |e v^^ii adtfB? 
Son ch'egli reca. — A qu^l parlar 4' ifi9Ì9 
Uoa Qube a Spbràb gli occhi ctipei^ 
Altro ipditio di Rùstera non veidea 
Che quello ocde con ansia av^a !ric||Ìe$lo 
L'iranio prence, ch^ ^el padre i isegni 
Eran quelli che dati un di glj Hreya 
A Samùngan Ja nudri;, e or .falsi ai deUi 
Parean d'Hegìr. He^ir d^ìi noa^e av^a 
Di ^ueir eroe rii^hiesto, apcfir ap^rando 
Del suo ^ran gienitor 1'. attero 09^6 
Sentirsi replicar. Ha .inesorato 
Il fato s' opjtonea, clie 1' upiv^rse 
Terrene c^se al ^0 vpler cqadue^. 
Stette Sohràb pensoso al^fB^tq, e i) gtiardo 
Poscia levato là v' {^;in J' estrepne 
Iranie tende, un padìglion „qipstrando, 
Heg^r, disse, del fianuto jn 9ìl ,1' estrema 
Sponda chi degli .Vfi'i, dio^™',! ^' iraqia 
Tien quella chiostra T Ip pie ttapnoyi arpiali 
Caralierì ,p -ft^oni, e d' elefuti 
Un' ampifi spliierA' .Delle itroa(be il tif^ao 
Ecco, H^ìr, e' ode; al ventp si dUpÌ4ga 
Allo uà vessillo e jn qiCHp effigiato 
Un hipo vi capip^giat e taotp fili' av^ 

40 



L 



4Ì6 

L' asta si estelle, eho celarsi il guardo 

Sembra ta punta tra le nubi, la taato 

Sta collocato uà trono, e selva iotorno 

E corona f^ fanno i giovanetti 

Dì belle membra. Qjdl de' prenci un tanto 

Loco ottien dagli frani, e df qual padre 

Piglio ei si vanta, e qual re^on che l'slmo 

Sirte riscalda, it vidie in pria? — Per padìre 

Giìderz, Hegìp allor rispose, et vanta 

E Ghev s'appella, ma le genti il nome 

6IÌ dan dì Ghev il Porte, che di possa 

Avanza e di virtà quanti nel mondo 

Son Guderzidi. Delle iranìe schiere 

Di tre parti ei n' ha due. Con queste in cam| 

Vince i nemid, o di lor corpi ignudi 

Ricopre ir suoro. A lui,, non é gran tempo, 

Hùstem die iìi sposa una sua %lia, e assai 

Di ricchi doni 1' onorò. La sacra 

Irania terra a lui guerner neirarmi 

Non vanta eguale. — Ti rivolgi adunque^ 

Sohrib seguìa, verso oriente e quella 

Bianca chiostra rimira. Più di mille 

Cavalieri Te fan cerchio e le vestì 

Ran di greco broccato. A piò tra loro 

Incede un prence e con dorali scettri 

L' accompBgnaa gli araldi. Più lontano 

Sì stan schiere ìnGliite, e i padiglioni 

Di frange d' oro e di rabeschi adorni 

Di qui chiaro io discerno e i giovanetti 

In drappelli schierali. Ecco si asside 

il prence in trono. Di forbito avorio- 

È lucida la base e dì robusta 

,„ ,.C()0^^le 



U7 

Quercia ò la sedia. Il nome suo, se il sai. 
Dimmi, Hegìr, ehé |>er certo egli d* illustri 
Genitori diaeende, illustre ei pure. 

E n lui Hegìr: Di Càrus riconosci, 

Sohpàb, il figlio io lui; nel trattar l' armi 

Tutti ei f ìiKe d' Irania i guerrieri, 

E Feribùrz ei ooma. — Oh lui beato ! 

Sohràb sciamò. Ben io figlio il eoaobbi 

D' UD tanto padre, e ben gli si eonviene 

Sul capo la corona. Ecco mandali 

A lui TcogoD dal re eon elmi e spade 

Molti e molli guerrieri... A quel ricinto 

Di color giallo or mira, Hegìr. Si estolle 

Alla porta dinnanzi alto un vessillo 

Cbe splender sembra al guardo, e i lembi intesti 

Son di strisele violette e verdi e rosse, 

£ di mille color svamto è il canapo. 

Con biancbe zanne figurato un verro 

Dietro si mostra e sull' acuta punta 

Sta d' argento una luna, 11 capitano 

Sai dirmi, Hegìr? Tra i prenci onde 8upepl>a> 

Sen va tua terra, il riconosci? — E a lui 

Hegìr così: Se di costui tu il nome 

Saper desìi, Gurèz s' appella, e figli» 

Onorato è di Ghev. Le caccie à sdegn& 

Ne' boschi con le fiere, ma prudente 

E saggio tollerar s» le sciagure 

Con fermoc core, ni il dolor 1* opprime,. 

Così venia con 1' alma deuosa 

Del caro [^re, ancor da lui non visto» 
Sohrìb segno chiedendo. Ha nel core 
Quel nome Hegìr celava,, e si «truggea 



"8'^ 



D' angoscia il gìovìacHo. De' mortali 
Ahi dura sorte! Noa piacer,. non ^ia 
Del ciel n' appovlaa gli Miri, oa trtsteiza 
E duolo eterno. IMedir, mm' usa 
Uom per vìitade, de' momli * •^mm.a 
Terrena slaaaa e a (|ue<to ciol di nille 
Astri ardente non lice; e lem e oiele 
Uscirò un di, quai na-, dalk divina 
Man deil' Blenio. A dui dì tutte «aee 
Primo Fattore con proUrm HHgtiQ 
Non impre^ il eaertal; eagìoa -de* oiali 
Iddio non è. :Ha a quel' piifflost» impwcbi, 
A queir immobil Paf ohe del oiMida 
Tutti u un fin gnida i noti « de' inoitaU 
Con fèrrei abiovi fissa in oiel le sorti 
loesorate.' ¥er lui 'SOl clii il ItAliro 
Della vita «Ha fbdle avido >«sG0Bta, 
In amaro lìquor sente qu^l' onda 
Voltarsi testo in pria «i dolce, e -H 4oseo 
Che gli avvelena K «or, beve eoa qoetla. 
Sohrib inumo ucNonio e «issin 

Stavosì U «uol guMande. Aifin lo 'sguardo 
A Heglr levato jn volto, lanoo 'il rìcbiose 
Di queir efoe di cui iwder l'aspetto 
Bramava « il nome udiim^ anco il i-icb(«ie 
Del cavai, del rÌDÌnt9, che 4i venH 
Panni era ricoperto, e dì qnel iaoere 
Dai motti nodi (questi eran 'del .padre 
I chiarì s^ni che TAmioa m lui 
Avea dati B SainAngBn>).'fi1i rispose 
Allora Hflgir oosl: >^brJb, -non >liee 
Celarti il :vtt, ned io, s'anco il volesut- 



149 

Nasconder tei potrei. Veaoe 1' eroe, 
Hi peoso, dalla Ciu, ma » il Dome 
III Gira fandln ignoro,, un segno è quaita 
Cb'io Dot eooosca. — Iinpauento allora) 
Hcglr, gridò Sobib, Uagìc, aa' oltraggi 
Con tal riiposta, Rùalam lu. Dna, m' bai 
Peraacb» rieardab^ un tal guerriero 
eh' eroe deUo è atti aa«ndO( aocba di mìlLe 
. Schiere nelaiaiio R«a ai sta. nascosto. 
Ta pur diees^ Hogir> cb' ei degli Irani 
£ il maggior preaeo, eh' egli, aol difasa 
E di taa ' terra. Atlor obe la aorska 
CÌTOS eiogendo mor» aU« battaglia , 
Cbì, se niHi lUsteB, il precade,- 1' aata 
Di lung' ombra Motesdo, mentre .intoru) 
Risonaa dA Cerai faoto di guerria 
I campi e le moatagael — .M> lui noi veggio, 
Hegir rispose. &i f«rse alta patema 
HagtaB rwaaai'dcl Zabùl. Di bete 
Feste or a' aHe^a t|iie' ridenti colli 
E qaelle lelve apriehe, e i prtnci a ricca 
Mensa nd ano eastel Dòetan raecotsei. 
E ancor questo eù dir? eoo Oer cipiglio 
L'inlerruppa Sohr4b. Qui con le saliere 
Si sta il re perigliwdoi « quei che primo 
Pugnar dwria, 1' ami spogliate, in festa 
Passa oziando i gioraiF E cbi le rìsa 
Tal cosa adendo trattoria 1 Tu il vero 
Parlar mi proauttasti: io di rimando 
In brevi dMIi espressa altra promessa 
Beco ti fascio. A me RAstem dimostra, 
E cavato n' andrai: d' ero e d' argento 



180 

Avrai da me gran copia, eh' io le porle 
T' aprirò de' tesori onde beato 
Ti cblaoierà la gente. Ma se in eore 
Fia che ti serbi un tal serreto e il vero, 
Palese ad altri, a me nascondi, il capo 
Hai ti starà sul busto. Ecco la scélia, 
Heglr, è ma. Non sai qtiel che un arcano 
Disvelando al suo re, nel grave aspetto 
Di maestà ripieno, un giorno disse 
Il sacerdote? — t In cor chiuso un uroan» 
A una gemma somiglia, allor che un patto 
II lega, ei disse; ognan desia saperlo. 
Ognun q' ha voglia in cor, ma sua virtnde 
Perde a un tratto e tn valor scema, se, vint« 
Ogni ritegno, il fa palese alcuno ■ — . 
Rùstem, Heglr rispose, allor che eUneo 
È d'oziar ne' suoi castelli, intorno 
V armi si cinge rilueenii e i) mondo 
Discorre guerr^giando e t mostri atterra 
Con la possente clava. Se quelforte, 
Sofarib, vedessi mai, se quelle braccia 
Mirar potessi e quel regale aspetto 
E il marzial volto, ben conosceresti 
eh' ai terribili colpi onde dintorno 
Fa l'aure risonar, non devi o mostri 
Sfuggir san, non Ibni. Bi d' un so) colpo 
Della clava possente al suol calpesto 
Cento e cento cader fa guerrieri 
Con l' ossa infrante; e a ehi stolto o di troppo 
Audace osa con lui 1' armi net campo 
Trattar pugnando, con la cara vita 
Strappa dal seno il cor. Treman te belviB 
De' boschi abilalrici, e t mpslri e i devi 



1 



Jie parenUii 1' «snllo, alior che ia chiusa 
Valle ei rolir fa la sua apada s al cielo 
Da' pie di Mtto drf suo Rachsh la polve 
Solleva in negro tui^; e se ben cento 
Animosi guerrìer ebìtisi nell' armi 
Gli si movosser cobIto, a hii qiie' cento 
Sa.ri eoo forse eguali, cb' ei gli al>eti 
D' alteiza avania t- 1' oDde§gianti cime 
Delle robuite querce. Andie se il capo 
Levasse al cielo alcuo quanto s' innalia 
Dal suolo un'ardua rupe che di selve 
S' incoroni la cima, io osn vorrei 
Cb^ ei Rùsien di^daese. Di sua finn 
Jtrpieno è il moodo e sua virti^ ben noia 
È a quanti per la terra le munite 
Città reggon dei popoli. La possa 
Tal, mei credi, i dì Bùstem. Giovinetto 
E inesperto «ei la, oi certo ai colpi 
Regger nfireati eb' ei, l' acciar stringendo 
In pugno, vibra. Ob tu n<Mi bai per certo 
Ancor vbti gli eroi cb« il ciel d' attera 
Virtù fé ricchi, né de' veri eroi 
I 6gli hai visti, le robuste mciubra 
Carchi dell' armi. Tu quel de' Turani 
Signor supreme, quel cbe da la gente 
Afrasiab si noma, insicm soltanto 
Hai visto a' saoi guerrieri. Or beo di fona 
Avanza e di valor lutti 1' 8110*0 
F^liuol ài ZaL Ei sol con la sua spada 
A tutti il «en trafiggerà in quel gioivo 
rbe (li Turaoia i prodi e i generosi 
Figli di Persia a diiperMa lolla 

,„ ,.C()o>^lc 



Gli KB Ofwlro gb allri msTOnn te MfaicM 
STenturati gì' Imi, • nmtanKo 
Gùden il paini tao, Sobrìb riipote. 
Se di Mi fai^Riur e di Mi potai 
Dal cielo un flgtio' «I ^ *kb%.., Hsglr, gli «roi 
Dove bif tii liMi « dovs de' carcHì 
Udito hai r allo keait» e miì mssÌ 
Il capo «oalptMry w Ritoftin •ol# 
Hai lulla Intgu», e HAAen di «mOmIb 
Lodi vai riflolttafido T S' io ted«Md 
Questo Uro RAvten fflA, nM io lo nMaUd, 
Hegìr, ne tevaevd, on qual da' *«)tl 
Si leva in ««ne al iìar flora froerfla, 
Tal Ut Rùflterti vedMMi e tt« desiarti 
Disperata una lana. 1> dot V opprlMe 
Per me forse S linaert Temi l* H fnodo 
-Che s' è appreso albt mIts, illot eke M feine. 
Rotti i ripari, fragoroso ìrrMUpe 
Per boeefai e eolllT là Torme fitnntM 
Stridendo non aorrta férM dal)' obde 
Spamanii oppremr ? AHor ein all' orietiie 
Il sol si mostra, inaiAii alla newriOA 
Luce in fuga non vM Urne cMttete 
L'ranbre nouWfiel Cesi MHa tiwrtd 
Quel tuo RAaieÉD i' «rria pur qMHtf «coiafo. 
Tacque ciò dettof e il suol fi(sd> H ft-wleU 
Sue fato iameÉiaftdo. A M d) «Miro 
Hf^ir stavasi nuto e rifolgea 
In cor queiU peosieri: B fia* pur toK* 
Cb' io dicDOitri e cntui qudl' ioiffio^ 
Figlio di ZaI, ^1 hùMtm di koal 
Gagliardo doEMlwT CoMhì dw MHÌ . 

Cookie 



Gli eroi ntm dì pois>, se m» &» 

Che Rùstem io ^ addhi, a sé dintorM 

AduRtri 1 ssor prodi s il gitffanHia 

Impeto assecoodsndo, al Suo dntflo'o 

Monterà io grUpp» « RAstem kH' tstraua 

Tenzon ^iafléerè. Pel suol d' Inah 

RAstem pugnando teraraMi altovtff 

Che dall' arAt iJoit fogge chv nel peli» 

Ha cor bntmtd; e fone, e fitrse ( ahi trhio 

Pensier che hi ibeMe iilt bafanl 1 ) ìa mmp» 

Cadila Mate» m6Rot' dhè dr posM 

Troppo oMttri t' amiiMi. Tre(»da»do, 

Quai timidi cerMaltij rn tra le leade 

Suran gì' Iraei allor, «ì cbc di' poaqia 

Fumral privei « di vendete» in cava 

Possa tu BWDdersJ, di IKslan figlio, 

Onor d' Irani». Son c«dardi e vili 

Di Persia i figli ÌDoansi a te. Ma ìì sogfio 

Costui s' avrà frattanto, e adi r a iawgbi. 

Abbandonando il suol ebe ne fa culla, 

Aodrem ptt ten-e escane.» 8 fia par vero 

Cfa« flèllem io gli «dditi, perchè testo 

Al suol r atterri e lo tnBgga 1 Ucoid», 

Uceida ne, »e il voèl. D' un nggio antieo, 

Maestro di virtù, ben lo 'le aaate ' 

Parole mi rioevde, rilor «he questa 

Bhn Delta •» Hrisgendo, figUo, « dine, 

Meglio è morir eon gloria obe alla vita 

Serbar celMto eorpo e chi a' è avverso 

Di nostro ma) veder gioioso. -• Queste 

Pur del salilo v^ilrdo le parohL 

Che ne) ew porto impres». B s'iB.per mano 



IH 

Di costui perire, non la mia iUslh 

S' oscureri. non perirà de' miei 

Avi Ih gloria. Al vecchio padre, a GùAen, 

Seltanta figlie sei fanno corona, 

Aoimosi fl gagliardi ■ me simili 

D' alma e di corpo: Scédiish di I!<mù 

Domator venturaso, da fanciuHo 

Allevale nell'armi; evvi if valente 

GJiev di eittadi espugnator, che tuUi 

Ben vai <|uesli Turaoi, evvi 1' altero 

Rùham e Bèhram e altri assai, che lungo 

Fora tulli nomar. Questi, me spento, . 

Questi rimangoD generosi figli 

Al mio gran padre, a me vindici eterni 

Del sangue mio, che a lor perenne in coro 

Vivrà per me 1' amor, vivri la pia 

Del caro esliiiio ricordanza. Lungi 

Dal patria suol negletta questo corpo 

Avrà la tomba, il so, e tal se l' aLlda 

Se tale é ancora il fato. — In cor volgea 

HegiF questi pensieri e mesto in volto 

Il suol guatava. Alfio m scosse e in queste 

Triste parole usci: Sohràb, lant' ira, 

Tanto furor perchè? Di Siìstem chiedi 

Indizio, e per cagion sì lieve in volto 

T' infiammi e me minacci T Qiial del mondo 

Parte l' accolga ora io non so; par questo 

Morte vuoi dami? Se di taogue hai sete, 

A che lant' ira e tai pretesti ? Il ferro 

Suvvia mi pianta tn cor, ma ia pria ndl' alma 

Questo eh' or ti dirò, ti figgi. Il figlio 

Non vipcerai di Zal, eU locAntro a certa 



1 



*8B 
Morte Beo va colui eh' alh battaglia 
Osa Ròstem chiamar. Se fior di senno 
Tu nella mente- avessi, un tale eroe 
Non sfideresli mai. Ma un giorno, il sappi, 
Sohréb, verrà di certo in cui per mano 
Di Ràstem lu cadrai spento alla terra. 
Tremò Sohràb udendo la funesta 
Parola e impallrdi. Lente le palme 
Sui fianchi gli pendesn; volse scorato 
Al suol lo (guardo, né risposte al figlio 
Di Gfiderz diede, che un timor secreto 
Di lontana sciagura aveagli il core 
Patto pieno à' affanno. Da quel loco 
Si tolse alfine, in volto Hegìr percosse 
E il discacciò; di là ver le turanie 
Tende il passo driiiò, di guerra e morie 
Rivolgendo nel eor tristi pensieri. 

XIV, SomiB DA l' assalto aoli iHAn. 



Poi che a lungo in silemio l' i 
Figlio di Ràslcm fo riraaso, in piedi 
Qual lampo ratto si levò. Si cinse 
Un ricco arnese, e poi che nel crinito 
Elmo il bel capo ebbe nascosto ( nn vivo 
Splendor ne usoia ), con una mano il laccio 
Prese e la ckva aspra di nodi, e 1' asta 
Strinse con 1' altra. Come fiamma in volto 
Arder pam, che in petlo gli balzava 
Di pugna it cor bramoso. Usci all' aperta 
Tutto chiuso ndl' armi, e un legger saito 
Col fHè spiccato, in groppa il suo deslriero 



.....xvsl'^ 



HontA e nvuà ia mii k Wìglìc. Io vart- 
CarMoHi faloa» aUor ri aom ' 
11 superi)» aaimal, limih a tu awiso 
Cbfl staccMo dr cìbo» alU tOMtagBff 
Per l' atpra diioa aemido a valle. At cieb 
Salta di wtlo da' mmì pie 4i negra 
Polvere un turbtv e hi meno ad èsu io nmao 
La laneia palkKÌMdo ralnaecioie 
S' avaoian I' crac Poi ebe del campo 
Giunse alle abnve, usci d' m irite « I paesi 
Diritto vebe li t' eras re rieeha 
Tende dei Persi e I' armi. Pei rieiiili 
~Enu4 ballando e eoÉte folgor Mite 
Attravofate il cMtpe, alte regali 
Tende di Glrvs ri f imtd dioMini. 
Come Ulfoka per la tehft ioospita 
Cacciate da ub Ben nMe s* ianhnei 
Fuggendo io ampio stuol le damme e baltano 
Per okiiM e per diropi ^ qnei eoa rapido 
Corso le insegne e al suo ruggito 1' orride 
Valli e dei meati 1* ardoe cime eeheggiandj 
Così a Sobrlfc dinBa«ii ogni gatrrtero 
D' iraoia si fuggla. Pallidi in voka 
Ricercaran le hwdej e niuno incentro 
Uscire ardìa eoa V armi hi mirare 
Pur anco ie volt», che di luUt un rio 
Timore il core ingombro avea, le fiwti 
Membra veggendo di Sdiràb e T asU 
Cb' egli in nua palleggiava, di funesta 
Luce ^il«Dd«te. lo m sol loec insieae 
D' Irania rtdea&ist i goanri^ 
E Tuo tremando di' altro io taea somneSM,- 



1 



Ecco Sdirib, eori dìeea, lo sgnanio 
L' occhio inon ne «MAien; vedi k «Icudo 
AvrA COT idi sBiiarlo: ogoaa qiA trema 1 
Sohrib Jìvitaiita eoo «rrende grida 
^Atob chianavi alla battaglÌK EecAo 
SgDOF, diflca, d' Imma, tu the nnrti 
Co' tuoi popoli «ol dì aoNUads 
Il nome ,ia fra h geale (1), or ufi dimostra 
Se cor da rogo hai lu, s* aneo ti segue 
Tua Dobillì tn l' ami... E non rispondi 
E uscir aoM os!T Perebè aceso adumiue 
Da' Chei ti boibÌ, se gli orsi paventi 
Nell'armi caperti T (9), Or fo ebe l'asla^-pi^o 
lo stringa solo, e pd tuo canpo H «angue 
Scorrer M^i d«' Uifli guerrieri. Il sai t 
In questa notte «ba de' tuoi qualcuno 
M' ba Bpento Bindeh-44nn là «u la soglia 
Del mio «astello, tra 4e tane io questo 
Terribil giuro UÀ ~— NeawM -ebe il nome 
Porti d' Iraalo, su le terra io riro 
Non lascerò: quel Ottm xfae de* regi 
Signor si vaMa, « un legno dagli antldl 
Appendere io farò, — Tremeado è il giuro 

(!) Il testo ifaaaacMiMn-d, dom nobilok V. U ooU 
«I Caoto IX. 

(3) La parola pera. CA4t o megUs K»y «orriiipendo al 
zeodo kava, kaui, re, al aansorito, kavi poetai quindi si 
pub preDdere nel Bigaificato orrg, di re. Ha qai Fir- 
diui segue' la Inter pretaiioni orientali , per le quali 
Any sigDlBoa re <ttì re^ re patente, tpirtUuUe, univeria- 
l*. La famiglia del QmÌ eiMMeee « quella del Paabdadiili 
col re Cabali. 



ogl. 



1«8 

Né iacompiuto sari... E che? S« )' arm^r 
Vile, noD sai trattar, CAvut, qualcuno 
Non hai che per te pugoi, alcun non bai 
Cb'09Ì ÌDcontro venirmi? Ov'é quel saggio 
Tlius che pur taoto esalti^ ov' è il tuo Gùtters, 
E Gbev don' A T Dov' e (|ueU' aaioioso 
Gustehémme e quel Zèi^beh clie la pugna 
Desia se ben ricordo ? E il figlio tuo, 
Càvus, dove r bai posto quel vantato 
PerìbÙTE figlio tuo? Rùsleot, rispondi, 
L' eroe tuo primo, ove n' è ito ? Innmst 
A me li manda questi eroi, cU' io vegga 
Se a pe del par un trattar 1' ermi in campo. 
Tacque ciò detto, ni de' Peni alcuno 
Risponder seppe, ed et fitti nel Gaoeo 
Al cavallo gli sproni, alla regale 
Tenda accostossi, e 1' asta cbe tiitt pugno 
Striogea grave, tremenda, aspra di chiovi 
Con impeto vibrando, ben settanta. 
Caviccbi svelse cbe nel suol oonGKi 
La tenda sostenena. Quella divelto. 
Per meti rovinò. Càvus d' affannoi 
E di timor compres<^ a sé cbianiando' 
Giva d' Irania i prodi: prenci, o prenci, 
Dìcea, a'ò ver die figli degli antichi 
Eroi pur vi cbiamate, or via di Rùslem- 
Ricercate le tende, e a lui cbe innanii 
A Sobrib come ^mide colombe 
Fuggon, dite, gli eroi... Re sventurato, 
Alcun Doo hai che del tutanio prence 
Osi fiaccar 1' orgoglio, alcun non bai 
Cbe per te 1' armi cinga e per te pugni^ 



ì 



r 



iìi9 

Tbu3 il saggiò I' udì. Ralla qiral lampo 
Corse di R6&teni Alle teade, i datti 
Ripetendo dei re. Mesto lerossi 
Rùstem, e a Thus rivolto, Allor che ÌI sacro 
Saof, si disse, d' Iranìs ne' perrgii, 
Tbus, sì Iro?ava, me eliìaaiaf gli antichi 
Regi solean. Con fermo core io I' armi 
Cingea per loroj e poi die da me vinto 
Era il periglio, a lieia mensa insieme 
Chiamavanmi co' prenci, e il cor nel petto 
Si confortava. Per costui, per CArus, 
Corsi rischi infiniti, e sol da lui 
M' ebbi noia e dolori. — St- dicendo 
Apprestar fé il cavallo. Scolorossi 
Ciascuno in volto dell' eroe le meste 
Parole udendo, ed ei spinto nel campo 
Fuor della tenda il guardo, e visto il figlio 
Di Gdderz che accurrea pel pian, chiamollo 
Con amichevoi cenno, e a Racbsh intanto 
Pnnea la sella. Gùrghin in gran fretta 
Gh altri chiamava; Aùhara su 1' arcione 
Stringea la mazxa, e Thus l'artificiose 
Barde ni corsiero dlsponea sul collo 
Irte di fiocchi. L' un con 1' altro intanto 
Scamhiavansl parole i prenci. [Idilli 
Di Zal il figlio, e, Questo, tra sé disse, 
D' Arimànc é un assalto, nò d' un solo 
, Or or si piangere la morte (1). — Intanto 

(I) Arimatle [ zendo anhra mai'nj/u, armeno orAmm ) 
è il genio 'let mate, contrario ad Oi-mlisil ( lando aAura 
vtatdao ), il genio del bene. 



160 

La conwis ^ Teslìt^ grave, robusta, 
Aipra di sqwnie, che le senti tutta 
Bebrìbeiìa aomnraoo (f^ dinlAmo 
StreUwi ai fivnchi un» cintura, w groppa 
Salì al suo HacbgU, e già movieaBÌ e il voUd 
Al caiqpp ^à ivolgesi quaado 9 ^yjjireh, 
Al diletto fratp! che de' suul prpdi 
Area 1» «ura, questi alati delti 
In sul partir rivolse: Qui rimanti, 
Fratel diletto, né da questi miei 
Padiglion U dilunga: de' guerrieri 
Tu sol qui statili ad aspettarmi. — Io questi 
Delti volsp le briglie, e il core io petto 
Di pugna gli battea iiramoso. .11 sacro 
■ Vessil di CAveb io maa recando, altero 
Di poco un giovjn^Uo jl precede». 

Allor .«be sul destriér ac«rse da lungi 

■ Stajw citto Sobréb, e le robuste 

Sue membra vide e il fiero aspetto e l' alla 

Statura onde gli eroi vineea d* assai, 

Benché faociullo ancpr^, alto levnndo 

Le grida incanirò gli si fé di eorsa 

Di ZaI r altero SjgUo: Or li prepara 

Alla 4Wgiu, dicea. Qui mi dimostra 

Se in petto bai corei — A quel parlar »i scos 

Sohràb.già in pria di pugna desioso, 

E le palme attendo, in su 1' arcione 



((} Questa corsila, secondo alcuni, venne a Riutein dal 
ParadiM, e cerando altri è la pelle i' uà mostro deUo 
suri KtTMh da lui ucciso nei nupli di Siria. V. il parag, 
7 dfll disc- prem. a questa trad. 



J 



161 

Torrcggianda avanzossi e si volgeva 

A RÙBtem io Mi detti: Or mi dimostra, 

Iranio, il tuo valore. Arabo siam doÌ 

Guerrieri, e uq campo sol, dove nessuno 

Entrerì de' Turani né dei prodi 

Figli di Persia, là re a «Jiapcrata 

Tenzon le spade snuderemo, a un tempo 

Ambo n' accoglierà. Se' forte, o prode 

Guerrier d' Irania, e ben clie vecclu'o, assai 

Dell' antico vigor serbi, ma i colpi 

Non sosterrai di questa spada. — E a lui 

Rùsiem, poi che a sua voglia ebbe quel volto 

E quelle membra rimirato, alquanto 

Sorridendo rispose: Il so, la soglia 

Tocco ornai di veccbiezi^a, e pur per monti 

E per piani scorrendo, di quest' armi 

Cinto, o ganoQ, molte battaglie e molti 

Guerrieri io vinsi e rosseggiar la terra 

Fei spesso di lor sangue. Anco dei devi 

Non pavento gli assalti e molti ancora 

Fur spenti per mia man. Sterminio e morte 

Iteca ovunque il mio brando, e ciò eh' io valgo 

Se pur veder tu brami, a trattar I' armi 

Meco alquanto ti prova, e se da queste 

Mani vivo mi sfuggi, ob tu gli assalti 

?iao temer più de' tuoi nemici e i mostri 

Non paventar, che veramente allora 

Forte potrai chiamarti. Di mia possa 

Chi non conosee 1' alte prav&.f I gorghi 

Del mar profondo e le montagne in guerra 

H' han visto co' Turani, e testimoni 

Hi son gli astri del ciel, che sfavillando 

11 

, .......Kvslc 



164 

Sulle caropagno taciturni 1' aspre 
Mie lo(l« rfmirAi'. Sott» a' miei -piedi 
VinU sta f empia terre: io boI eon quitale 
Armi I» •ìmì. E Ai m' ha »i»to io gucn« 
Kolar la spada, Sa se aedesmo atfértna 
Che gioco è a me la f ugna, «t agli altri ansora 
Il va dicHHlo. Ma di t« pleiade 
Il cor, tiobii garion, mi stringe, e duotoii 
Aver le per oemic*. Io noo vorrei 
Privar quegli oeehi tuoi dell'alma luce 
eh' oc li ravviva. Non somigli al eerto 
De' Turani a nessnne, e giovioetto 
Tra ì Persi a te nmtl non «idi io mai. 
Balzò il core B Sottrib, chà iaaepeltati 
Gli Air que' delti, e d'anua e di desìo 
Atteggiato nel votlo. Una parola 
Chieder, signor, ti vo', disste: tu il vero 
Leal mi parla e fammi di eortese 
Risposta lieto. Gli avi tuoi quaì foro? 
Disceso onde ti vanti?... In te tfuel torte 
Rùslem panni veder, quel ebe nepole 
£ di NIrem il saggio. — B di rimando 
Rt^stem a lui: Nobil garEon, non io 
Hi son quel che tu di', non io di Nlrem 
Né di Sam son aejiote. Glorioso 
E dall' Irania tutta venerato 
È quel Rùsteni eh' or nonii. lo tra' guerrieri 
Son di tutti il minoi^ corona in capo 
Come Rùstem non porto, e come lui 
Seder non uso in soglio. — A tal risposta 
Dal cor del giovinetto la gioconda 
Speme fuggissi che l'avoa nutrito (I). 
(1) Ragloiie apparent» di cotesto negare di Rùstem 



XV. CoxatTTimilTO di Rotrn con Soiru. 

D* alto itapor «omprcso, poi che i sogni 
Follaci erangli apparai (h» T-ebmìiM 
Dati gR avea del suo gran . ptdn allors 
Cb' ei da Samùngan si pattì^ neostì 
L'asta io mano Sotiréb e in gran leraposfa 
CoDtro R-ìsteoi seaìa. Del campo a mezzo 
Ambo gli eroi loonlrAi-si e 1' atte al ^ima 
Urto Tolaro io roilte sohegg*; in roano 
Si tolse ognun le briglie aFlora e in atto 
L' acciar bronililo, rinnovar 1' assalto 
Impetuoso. A' fieri colpi iiUaMo 
Volava» le winiilte, ed un orrendo 
Fragore id oiel da' ripercossi acciari 
Salia per 1' aure Bn ebs a vet tratto, acuta 
Mandando uh tint^nrao, «nildera infranti 
Al snol calpesto. GittAr 1' else atlura 
Lungi da sé gli eroi l' aste stringendo 
D' acuto ferro armate, indi ì ceraieri 
L' un spronar tontra V altro, ciie nelt' urto 
Ritti levarsi in pie. Suite cHnirre 
Gli eroi eurvjtrsi, al suol oadder dal dorso 
De' cavalli le barde, e le corazse 
lo pilli luogiii s' apersero, dell' aste 
Al tempestar piiì non reggendo. Allora 
Arre^tirH i cavalli e i cavalieri 



non si trova, ma tutto ciò è »ple(;ato dati' idea <lel Fato 
che voleva spento Solirab per maiM di [lùriem suo pa- 
dre. V. il parag. 16 det disc, proni. ■ quula trad. 



,,.,..Vsk 



i64 

Presi d'alto stupon lente sui fianchi 
Peudun le {wline ai prodi, e il vsUe e il colio 
Lor rigava 11 sudor, secche le fauci 
E pìeo di polve i! labbro. In (al maniera, 
L' un dall' altro discosto, dolorosi 
Stavan per l' aspro assalto e padre e figlio. 
Ahi trista sorte de' suruli I la terra 
Altri per te sen va beato e il core 
D'ogni ben riconforta, aluH infelice 
I giorai tragga oel dolor. Dì questi 
Ch' or van pugnando, l' un pel figlio in petto 
Amor non sente, che del figlio ancora 
Gli è il volto ignoto. Pure anco le fiere 

I nati lor conoscono, e ne' flutti 

Del mar profondo van curando ì mostri 
La dolce prole... Ha non l' uom. Se il core 
La mala ambiiìoa gli ba preso, il santo 
Amor sewda de' figli, e ugual per lui 
Divien de' figli e de' nemici il vdito. 
fiùstem intanto, al suol fitto lo sguardo. 
Cosi tra sé venia pensando: Io mai 
Guerrìer come costui non vidi. Un giorno 
Con la belva pugnai che le atterrite 
Genti nomavan Devo Bianco, ed aspra 
Ben che fosse- la pugna, onde la speme 
Gii dal cor mi fug^a, pur queir assalto 
Lieve gioco or mi sembra, or che dinnanti 
A un tale eroe mi trovo. Ecco, di mano 
Mi fugge, ahi tristo! la vittoria. Questa 
Terra pareami pur or sommessa, e ancora 
Su gli altri eroi levar, se costui vive, 

II capo non poss' io. Pur da la pugna 



16S 
L' alma stanca rifugge, ed ecco, al guardo 
Di due popoli iasiem qui »tommi esposto. 
Così Ràstem pensava. E poi cbe alquanto 
Riposali i deslrier si furo, i luoghi 
Arcbi ricurri in tosa loglinldoi e acuti 
iDDcstandevi i dardi, aU' aspro assalto 
Si mosser furiosi e padre e figlio 
Incontro l' UQ dell' altro. Al suol stridendo 
Cadean le punte alale, ed una pioggia 
PareaD d' aride foglie cbe dai rami 
Allo spirar del vento dipartite 
Qua e li si gittao per la selva. Ila suono 
Mandavan capo le coraise all' aspro 
Urtar de le quadrella, ma la possa 
Ferme ne sostenean. Staaoftrsi alfine 
Gli eroi dopo lung' ora, e per la doglia 
Che lor prese le membra avea, la mano 
PosAr sul fianco li ve la ciotura 
Teoea strette le vestì. All' avversaro 
Volse RAslem lo sguardo, e assai fidando 
Id sua possa divi ita, onde le rupi 
Srellea di cima alle montagne e lungi 
Si le scagliava come se di cera 
Tra le mani ri avesse un picciol globo, 
Lh lancia diriEzfr là ve il bel ciato 
La corazza stringea del giovinetto, 
Tutto di gemme adomO) onde levarlo 
D' in suU'arcioo potesse e nella polve 
Farlo cader di sensi privo. Al grave 
Colpo ben resse la cintura, e 1' asta, 
Senza danno apportar, nelle divine 
Mani dì Rùstem tremolò che al petto 

,„ ,.C()o>^lc 



169 

Volò alle patrie (eade, ove la spada 

Vibrando e a drìlta e a manca il suol facea 

Sohrib FOSSO di aangne. Insaaguisate 

Avea le maoi e il petto e 1* atta, e all' ampia 

Strage in meno di ^uà di li pel campo 

Furiando scorrea. Riìslem il vide 

E raltrisbuai, e qual Boa che i piaai 

Inlermiaaii del deserto iatorno 

Fa risonar de* suoi ruggiti, un urlo 

Tal solterò dal peUo e q«e*li alati 

Detti volse a Sohrib: Chi dt^li Iraai, 

Garzon feroce, con (e pugna T Innanii 

A te fui^oo, noi vedi, e pur la lancia 

Vibri eoniro di lor? Meco or ti prova 

Se pur brami pugnar. Simile a un lupo 

Cbe un gregge aasalla, tra le iranie turbe 

Ti sei cacciato e di lor sangue intorno 

Rosseggiar lai la terra. — E di rimanda 

A lui Sohr&b: Tu pur de' miei guerrieri 

Sei corso ai padiglioni} e tal prodeua 

Niun mosse de' Turani, ma tu primo, 

Tu gli assalisti. — E a lui RtMem, Or via 

Lasciam questi pensieri. OmM nel seno 

Del mar discende il sole e giù s' oscura 

Ad oriente il cieL Garzon, la pugna 

Smettiam, che tarda è V ora. Alla dimane 

AUor che all'oriente folgorando 

Apparirà con le saette d' oro 

Quest' almo sol cb' or muor, qui (en ritorna, 

Nobil guerriero, e se dimani ancora 

Quello ond* oggi qui desti indile prove. 

Valor ti rimarrà, non Sa che al suolo 



o^Slc 



469 

Pugnando mai tu cada estinto. Or fanne, 
Canon, là re t' aggrada, là ve 1' alto 
Signor dd ciet t' inriu. Alla dimane 
Rianoverem la pugna, e di due achiere 
Qual piangeri dri suo eampion la morto 
Diman vedrassi al tramontar del sole. 
Disse, e il airi tramontò. Volae le briglie 
Verso il campo ciascun, meatre di fosche 
Nubi il cid ricopreodosi parca 
Di Sohrib, tìvo uicor, piangere il presto, 
Acerbo fato. Ignaro d l' armi intanto 
Nella notte apprestava, e si godea 
Trattarle, vagheggiarle. Il ano destriero 
Addur quindi si fi che della pugna 
L' arder spirava; e aUor che su la terra 
Fitte sedean l' ombre notturne, i passi 
Rivolse alle sue tende, ancor per 1' aspra 
Lotta doglioso. L& nel campo il saggio 
Human soonlrdlo, per la mano il piglia 
E a parlar si gli prende: In su la terra 
Di pianto e morte apportator levotsi 
A quesU mano il sol, né forse al lutto 
Cessata ora saria la pngna e S baogne 
Forse ancor scorrerla, se in eiot non fosse 
Sorta osoura la notte... A queste tende 
Non venne, Human. rispondi, qnel d' Irsma 
Celebrato guerrier ebe sol tra i Persi 
Venirmi incontro osA, ehe di virtude . 
Vince ogni irenio prode? A voi die intenti 
Qui sedevate a rimirar la pugna. 
Che fé, che ditseT Ugual guerriero io mai 
Non vidi in lem che, canuto il capo 



.,,.,Kvsk 



170 

E d' um catto, por I' aipn tcmMì 
Co'giovtoMti noa rifiala.Oli dìuiki 
Certo il Moùi^, e allor ck' ia le n^He 
Bracci*, di lui mi rtJ%uro e il ««ne 
Della t«nribil n>oe a tui 1' auunv 
Fluito del mlr ^i*pDlMle»^al4Hn tn» t taali 
Eroi non tr«f» cha aaimasDi] ùaòno, 
Com'fli, daga daU'armi, e alla balt^glia 
Mova col brando in pnp» e l' sJiÉa ia feM*. 
Venne* SttWèb, ilètnan rispose, m ro^ 
Padiglioni un ttati nta bi >pmeito 
Pria di pariir ne feBtt, onde naaiino 
Si moMsM dal oanpo. Bi yttnt, e ia ^re 
Sialo eravam, die IneviubiI forse . 
Era lai pt^na» Furirtad» a ipieate. . 
Tende ai si volfs in pria$ panaod volto 
Ud fortie ioebbeiato.. alle. bel cone 
Tocco diil vin.ctrf^i la' pugau e Carmi, 
L' armi vada. chndcndA, :e^è dn dolo i 
Conlro taot' «st» atta venia. Ui a tra trailo, 
Senza colp» ferii* ««ha le<briglèr, . . 
Come fui^ndo rìocreò <ie''Per^: 
Le ricdiB leadt. •-* E di riiaandma lui' 
Sobràb cori; Nnsun éuoqbe la aiorta 
Trovò per queUa. spJda. lo. degli Jnoi 
In san- pareo^i' deU* etema- noUH 
Mandai a«n questo Aoaiaeo; il ntol di saugiie 
Rosseggia aneoro, e H, a msnn il campi^ 
Staon lìvidi- ì corpi. 'E chi da questa 
Mia clava sfuggiiwiibe? lAnco a'i l'ioni 
Il collo fiacca queala elava. ÌMikaEÌ 
A me cbe valgoo mai dcAe foralla 

Coogh 



471 

Le bdve dtitHtrici e delli terra 
I mosiri orrendi? Mar oh' io )■ mia spada 
Srolgorar fo dalia gtmiiia, fntamo 
Par che ttiU« Arda di MinlìUs il monda - 
E rosseggiao io ei^ le niitii. 1) mìo 
Guardo allor tht con (li ocelli nallB pugfta 
loconlraDo. gH: ero*, di dasM in miUe 
Bruni lor oftggitB le eoraHze* quasi 
Per nagica virtJitku. Oh aotga> tosto, 
Sorga r astro del dì. S'afcuo tra i Perdi 
0» dirsi gagliarda, alla diinaiie 
Con l'armi a' appratenti, e «e aenue» 
Non ro' é il Signor dell' «Riivcrao, io latti 
Lor prodi tpegnvò. Tu fa che iolanto 
S'apprestino ie mense, e il vi» giomado 
In questa aMte ne eonl'orli- il core. 
Bùslein intanto al Itnilar del campo 
Ghev il aaggi* soootralo, 'iq't)iKiti aocenti 
Interrogando ilveoBe: Dagli Iranl 
Come mosse di' ossali», e con^c posoÌB 
Sobr&b tornossi, dimani, o generoso 
Figlio di GAden. — A Sobr«b simlla 
Guerrier non vidi' lo mai, Rùstea, rìapasQ 
Il GiiderzMe. Noi qui teai» tema 
StaTaiDo ioienli, allor ohe al campo in mcilo 
Qual Tolgore ei si lancta, e Ttius per oaao 
Scontrato in quella, ih maa stringendo il hrro 
Contro il cavai gli snrontij A pie «enìa 
Thus che nolla teinea; vide il periglio 
Gùrghin, e ratto dal cavaHo a terra 
Seeso d' un aallo^ fé aaiirvi il prode 
Figlio di Nèfder. Del destrioro in grof^ 



172 

Quando il vede Sohràb, su luì quii trgre 
O qua] lìoa si scaglia, e nella testa 
Si il colpisce c«a l' aita che il luceate 
Elmo gli tvelle e ne la polve il caccia 
Lordo di saogae. Tfaus tnalcoocìo e in volto 
Turbato si fuggi, ma quegli al suo 
Loco restò qual rape, i prenci irani 
Aspettando ali' assalto. La battaglia 
Chiedeaao i nostri, e i^auo fiaccar 1' o^oglio 
Del Turaniò volea. Tu sol con lui, 
Figlio di Zal, combàtter puoi, non altri, 

' Che niun ti uguaglia di virtude; ond' io 
De' noslr' avi seguendo i sapienti 
Precetti li rattennì e ninno a certa 
Morte espor volli, ond' ci s' rbhe pel campo 
Lìbero ìl passo, e da sinistra a destra 
E da destra a «Distra, il hunpeggiaote 
Acciar rolando, spinse il suo destriero. 
Ma niuo gli corse ineontro. — Rattristossi 
Rùstem a qorl parlar né die risposu, 
Ma soletto avviossi olla regale 
Tenda del campo in mezzo, ove aosioso 
D' Iraoia 1' attendea sedendo il sire, 

('>ivus allor che il vide, a sé dappresso 
Il fé seder sovra un eccelso scanaoj 
E quei la lingua a favellar disciolta) 
Assai p*rl6 del giovinette eroe 
Col qual pugnato avea. Quelle robuste 
Membra lodando ancora e il maestoso 
Aspetto, in questi accenti usci di Dèslan 
It saggio figlio: Né l' eudi antiche, 
Né questa in che stam noi, tanta virtude 



r 



175 

In un garzon non vider maL Le stelle 
Toccar sembra coi capo ove tu il miri, 
E allor che move il pie, par che gemendo 
Al peso ceda il suol, laala •' eslolle 
CoD r allo eapo e tanto nelle membra 
Crebbe. In assalti ripetidì e spessi 
Passammo il giorno, ed or co' brandi acuti 
Pugoammo, or con la clava, e. le commosse 
Aure intorno BschiAr per le saette 
Cb' uscian dagli archi. Alfin, poi che pareocbi 
Con questa lancia un di tolti di aeUa 
Ben che grandi e possenti, alla cintura 
Deli' asta gli drizzai la punta, il nodo 
Urtò, ma doo I' apri, nò quei ai mosse 
D' in su la sella. Eppur, eom' altrì> ancora 
Lui malconcio così gìttar volea 
Nella calpesta polve. Bb le rupi 
Alle montagne in cima aneo si crollano 
De' venti all' urto furioso^ e tutte 
Si scoton le foresta quei pii^ fermo 
Dell'alte rupi ancor d'in sull'arcione • 
Né piegò, né si scosse. Il sole intanto 
Ver r occaso volgeva e tenebrosa 
Salìa la notte, né il giocondo raggio 
Delle luna splendea. La pugna allora 
Cessammo. Alla diman con asta e spada 
Di nuovo in campo scenderem, né il core 
Meno in sen mi verrà. Cbi dalla pugna 
Tornerà vincitor non so. Dell* alto 
De' mondi agìtator diman 1' arcano 
Voler conoscerem, cbé la vittoria 
Vien da lui sol, da luì che d' astri il bruno 



...Kvsl'^ 



174 

Velo cospirM délln osile « l' almo 
Sol risplendcr fò ìa «el, ilalor di vita 
A questo ié" morlali egra tmsAilia. 
l a lui Civui eotii Rùitoin, V Bteruo 
Signor drl otek> a cbi t' è «wer» uoiilir 
L' altero capo nelta polve. Ih ^iMdta 
Notte dlomnii a lai oblnando al saolo 
QueiU nfiA mia bwite, «I Ihucho tao 
Oiide vigor ooneeda e di t^iitorta 
Le vie preeluda al tuo ncoMi», assai 
Con uruil one ÌA fregherò. Nel petto 
Oli ti rinssea la {poeoiid* tp«ine 
Che un di bal<lu ti fea, ti eh' alle -Stelle 
Salga il iaonaaie.-^B«kii.RAgteM;NoR naandii 
A qiHMo cor la sfene. — In tali accenti 
Levossi e usci atl' «peito, uè l» gioia 
In vollo gli aporia. Siieaiuno 
E mesto s' anì^ tristi pensieri 
In cor volgendo, là ve de' suoi prodi 
Sorgeano i padiglioni. Ad meoMrarlo, 
Altor che il vide, $i spionò ZevAreb, 
Il diletto fratd, ette tristo e il eore 
D' ansia ripieno I' aOendea; la mano 
Ei gli venia stendeado e <)clb pugna 
Chiedeagli il fin. StispoMa in pria non diade 
Rùslem, BM cibo e «in cIhcm al fratello 
Cile ratto 1' obbedì. Poi che di cil» 
Ebbe spento il disio, raasercnato 
Parve alquanto nd volto, e i' aspro assalto 
Di SohrAb ricordò; poscia ìa- mano 
Del frutel nella uian posta, di bocva 
Uscir laseiossi questi detti: Il sole 

, ,,,,,.,,.,^1. 



U5 

Allor che sorgeri dimin, fratello, 
Toroar vedmumi ti t«cu ove la pugna 
Rinnovar con. Sotirèb dorrò^ Tu accorto 
Qui ti rimani ad aspettarmi, e iì care 
U timor non t- oenìpi. Allor ebé H sole 
Levarsi in ctel vedrai, tu i ratei gneprìm 
Ordino in bei drappelli e fa che sii' aure 
Sventoli il mìo vesntl», » U' trono in «h' io 
Seder soglio, e le <reMì e ■ bei oajzaH 
D' oro Intesti riponi, -« dsl TÌ4Ìnlo 
Statti innanzi all' enirata. Se vittoria 
Darammi H Re del net, non io nel campo 
A lunf;o rimarrommi, ma teStM» 
Tra voi tornerò tosto. Che se in altra 
Parte fla che del Fato il prepotente 
Volere Inelinì, di mìa sorte, o caro 
Fratel, non ti doler. Tn il generoso 
Impelo de' miei prodi che la mìa 
Morte vorranno vendicar, trattieni, 
Si che non eorrafi lì nel cam|io. Ai vostri 
Remoti ostelli, del ZabiM trn i dolci 
Monti piuttosto ritornate, ai cari 
Parenti fra le braccia. E la al patamo 
Castel ti reca e al vecchio genitore 
La mia sorte palesa, e spento il suo 
Rùstem gli annuoEia. Ta), digli, del sommo 
Pattor del cielo, end' et morte per mano 
D' un fanciullo s' avesse, fu il consiglio 
Arcano, imperscrutato. Tu l' immenso 
Duol de U veacraiuia genitrice (1 ) 

(1) Rudabeh figlia dì Milirab, re del Cabat, e di Sin- 
ducht, moglie dj ZaI, 



1 



176 

Fa di leoir con savi delti. Va duro 

Fato, dille» pendea del suo gran figlio 

Sul capo; e s'ella si dispera ed ogoi 

Dolce parlar rìuusa, io questi accenti 

A lei BÌ ti rivolgi — ■ Al tuo graa figlio. 

Madre, peosar ooa dei, dò fia eh' eterno 

Il duol ti opprima. Sacra, o madre, a morte 

È di ciascun la vita, e nian vaotossi 

Fino ad ora immortai, die ugual del Fato 

Fu ognor la dura legge. ■ — Ecce dìnnaoti 

Mi sta la morie dopo iaala prove 

Cb' io fei d' alto valor. Per me fur dome 

Nelle selve le fiere e nel profondo 

Mar de' mostri la possa, e spenti i devi 

Caddero al suol per questa mano. Io 1' alte 

Mura nlterrai de' miei nemici e infrante 

Fei lor cader le torri. Ha dì morte 

Alla squallida soglia s'appresenta 

Cbì in groppa sale a' destneri e in cerca 

Vola d' onor Ira l' armi. Ecco la via 

Ugual volle it destia di ehi ben mille 

Anni s' ebbe di vita, e dì chi, appena 

VisU del sol la luce, ia eeu ritorna 

Dell' ombre eterne. A quel Gemscìd riguarda, 

All' antico GemEcìd che il maggior prence 

Fu della terra, a Tahmuris riguarda 

Dei devi al domator (1). Niun di possanie 

(I) Tahmiiriis ( zendo Takhmo nrupa) fa terzo re dei 
Peshdadidi, figlio di Hosceng {xeado Baoikyan/ia) aì qatle 
successe, e regnb treot' anni. Cliiamasi dtvbend =• do- 
matore dei devi, perchè li tcaccii dal meizo degli uo- 



177 
Con qDHli «onlead«!s, pur de' lor gj»nii 
Vedemmo ti fa, cbà ucri de' mortali 
Erano al eomao fato. £ ehi di ftoi^ 
¥iiieea Gborshispe f pare antb* e^ «t cieoo 
Tito del Fato li piegò. Poasaoti 
£ grandi for DGrem e Sam, e un aolo 
De^ Btttrimo in Cor, co* isoi dolori 
Laiciar 1' amara vita. B me la steasa 
Forza «rama loiiHnge. Queato, o rud 
Fratel, dirai alla mia madre e qneato 
A ZaI ripeterai, ai ehe 1' Sterna 
Non i' abi t beatevraiar, tu (aggio io cere 
l' acerbo duol raocfaiiida. Giovanetti 
E vegliardi al poter saori Man tatti 
Di otoite inctOrato, e aim ■ateendo 
S' ebbe da] Fato eterna viu io dono. 
Coti gran parte della notte insieme 
Traacorser favellando e a' lor parole 
Sebràb era aoggcttOi indi al ripoao 
Le membra «lancbe abbandonar. Ha quando 
In del Mila r »«rara e yar l' oeeaao 
Con l' ombro ai foggia la notte, il sonno 
Scosse Rùslen dogli oecbi, e la hiceote 
ComM rivestila e del uvallo 
Salite in groppa, poi ehe la eeMi 
S' adattò au la fronte, verso il caOipo 
U ve pogoar devM, ratto oTriiMsL 



mini e imprigionb lo sl«*M ArimaM, V. JK«af*( in Spie- 
gai, Die trtdiiiooeile IMmtar der Parsèo, p. 317 e 
scgg. — Gtotstr. tM Daiatir — Dubens, La Pene — 
Shahnamefa, voi, 1. 



•agk 



Ì7«- 
Soliràb la m< co* soè: prtiMÌ a òn Neto 

Banctietlo.s' HudèSf unire le .Mfdc 
ToccaTaQ 4al. fiutb i g̫vaaM)i ' : 
E ialamtiM «nnato. f(el!a fnont»/^ ' 
Sohrib Rùsterh:aica, 4:t>è.ÌB|CÌ)r>riAtinllgO '-'■' 
Staragli SUfc A Ini ndéa d^aeciinto' 
Human, e4.d ^oi chÀ iii,-nke[iào w.)iln|o 
Si fu rimata^ if vAltn icbiB .fn»am .. i - 
Volgeva • juesèo,** a)lra.'^Fl^ «l^vatCW < " 
D' Human t^gfndo^fc tai-ilstltllniìtniisù 
Cosi gli faTellóuQM^ farti;)» 9niw«j 
Cb'«fgikiisì](E,fMi^„'Dtie'«oÉ.ricas4 ■ 
Ben che aaciaa<ÌB ltilta,'aMÌai neV^vJlt*'' ' 
Mi sooiiglii «iniltcarjm' Di «Mtuhi ' 
M' uguaglia.:*, nella bnecia «>t*ar,«vbulll- 
Omerì anoaea,>sriclMil'. uà aofeAi* ' 
Slampo sembrmam. Jia->aarv' abn^sSj'ffT'M 
Rispetto e wtop mi !9<nl»,> h ta're^dga* 
Mi colora la gqnicie aUar ok*i|i,|taoaa 
Cba 'jena ;lui ionA^UeL^. IlùmirD,<-tfek pad» 
^n quel bel «oho hma^rrati i -»%ii • . 
Scorgo- 'iifae- eH ni* farlindMiiànaf #i 'lui ' - 
La cara: ffaàtìoi, i\ bar im «(eiM, 
Hillman, solo al pcnaarl».:» ptntli «■'a$et» 
Ch' ei Rùstem'vEÌi, Ai oiiin ;Ri^ni 41 1>MM 
Vince nclK tettali», e- s.'(lllTt>iMÌ- 
Era quei valocMa.' StiK^artW ' 
Figlio che osò col padre suo la pugna 
Commetter JIA ,pel camjy) I Al|i 8(iJa,.WT/>. 
. VoUemi il cìelq d". jgaomiqia «wc^ 
Se iuitaj sv^Dliia^ini gjlló.. Dui ow«(Ì». - 
Maledetto, esecrato questo mio ì ' ' ■ 



.Cookie 



Spirto UB dì purtitas^I e nelta sinta ' 
Marion non fiathcr& là ve U pMiv 
Alme anntgUe L'-Eiinn?. Ognun *ctira4iMai . 
A lode reehfranH Ma- ette psdre ' - . 
Turanio vaMÌ a Immo^ e pe^ im^ talli 
Avran dì soheroa.ua deUfr -^i s H'p>ii)re'-M» ' 
Minacciasti col ferra «'-«-. M 461' 1q Mrt« 
Di me Dtugto-.&a, d'^o^ri^^o sn détto 
Udir da tutti n spento nell'.cteraa ''■ ■ 
Tenebre loeadtke! eaoaratt)..'. h' olm^,' ' 
HùmAD, rifugi dalld iitig|ni;*il^saA9ii« 
Sparso, e tu il wi) avinduM ppptirfta. •i-'^ lM ' 
Detti dolessi H'^otìtàtm pAÌiù 
Hiimaa così: Faio«r; iS^^èfafT-niftl'.^spff» 
Lotte che artfìMt; tNr.'Rinaili^'Iteiì 
Susoìla un <)éÌVsf>c$*>' faeSa a itióaià 
Cou Sùsttw #iìi scMtrab Xa oià eh' «i fece 
Nei moMidd Sfvsètid, iidMi» i 'fle*i ' 
Cfil. fervo tdlQT'jcli' ^.apeine^ A fiaEtufa ^oMigiia, 
Di Rùsteni^Al' chtratto, •qSeLthe sotU' 
Oggi s' aveft [l'ieilsB «o) qud wl'cuipft 
V armi tr«tlatii;;:m« fl -vigor f^ > maiio 
Gode cfJstW VI -<h Bttctiih il iMpdi Hi-- 
Risposta .om :gIt:dÌ4iSllllPÌl^ (D» iatoT)»;- 

Postasi ufta <tttaafbi4><>i «ha 'ia:cMlD: 
Alto il sol lift «piafltid»,;spuue X ^vbIJo 
De* Persi vqtm Ut qHl|r0i in qiaa vcggevEi; : 
Una pesan(e[«tey4.fibe:d!,uD'i1iiwl«' i 
In ci^.Alja^aliuiraJaiitaibV' . ' .a -: . : 

(4) AMtMoMKit Mi^oM'i-ftimMii V IHltian Ai te. 
ner naseoito Riuieoi a SohiWlv V.'^|--c«MÌ> V.' ' 



.Cookie 



180 

Opra d' induttre artéfice (1). Co» qudla 

Venia gridando, « aliar che da iMtano 

Scarse RAUen od «ampo, ad od sorris» 

Composto il volto, come m al tuo fianco 

Suio foase > cootìio ia quella ooUe, 

Prence, gli dieie, di riposo avara 

beaipaa per te aeorse la notte, 

Conforto de' mortali? E quando in cielo 

Sorse rosea 1' sorora, le oiiose 

Piume come lasciasti T. Or via dell'armi 

Perette ciato ti seit Lungi la clava 

Citta da te, gitU qu«j branda e i dardi 

Al suolo abbandonati, e dal cavallo 

Meco discendi. Si riempiu tosto 

Di via spumanu i calici e o«l petto 

Si riconrorti il cor. Tra wm ai fermi 

Al re del cielo innanii eterno un patto 

D^mistade e d' amw, sì di' io dispreiH 

Chi te «preiia e t' è avverso, e ehi t' è amieo 

Stringa festoso al sen. Per te nel core 

Rispetto e amor mi sento, e mi colora 

Le guance la vergogna, aUor eh' io penso 

Che pugnar deggio loco. Or però dimmi 

Di qual stirpe sei tu, dimmi il tua nome, 

Che illustri tue per certo, onde disceso 

Ti vanti, i padri tuoi. Del nome tuo 

Pia d' aa richiesi, ma ncsnn ridirio 

Mi seppe o tcitìe. Tu mei dici: aseoso 

Pili tener wm eoanenti or quel l«« MOM, 



{f) Molti «TM pertiaoi partaiw 
In una lesta, di l»>e • di vaM*> 



,C..K,glc 



181 

Or ebe iasieme pugoammo. Oh di qael saggio 
DèsUn tu il §glÌA fossi, «I qu»l ta padre 
Sam di eavalli denttw, ehè allora 
Rùstes ti driamereì, Rùstem ebe tatti 
VJDce gli eroi di possa, ei ebe Ira ì menti 
Del Zabàl verdi a' ebbe no di la cilbi. 
E a lui Rùsteai eoa): Figlio d' croi, 
Questi DOB $im, se beo rìeordi, t patti 
Qit ite qui femaM. Di batlagtia solo 
ler si parlò e di morte. A ioganai, a frodi 
Non io rieorro, aè a tal neiiì dietro 
Non correr tu, ebè indarno ( in menle il figgi ) 
Tenteresti la prova. D' anni carco 
Son io, DM nn imberbe e con leale 
Intenxion w trattar 1' armi. Or dm^e 
Ti pr^Mra itila pugna. Li Te 1' alto 
Consiglio indineri di Qnei nbe tolte 
R^SS' 1b cose, a terminar n' andranno 
L* opere nostre nieor. Gli eroi die- 1* anni 
Cingon con fermo cor, non ma di BCioGcbft 
Dimando in cercai Al suol parecchi eroi 
Battei eon qofsta clava, alte montagne 
Sui giegbi combattendo o del deserto 
Ne' piani intermìoalì, ma alle frodi 
Per la vittoria non ricorsi U> mai. 

XVI. Altio «nuTTncirro n Rosm con Soimb. 

Vecchio, aller di rimando gli risposa 
Sobràb con fier cipiglio, se le mie 
Parole il «or non movoati, di questa 
Mepte, il sat^i, il desio fu uh *ol: ebe al loo 
Lette di morte de' tuoi figli alcuno 



Con pia. eun té^Vmuh « iM^clw m paM 
Il c«r^ a ii[b«|r,>fi«ii|ffftié*,-4a:'cÀ'a' 
Fossa chiuiwàK tf» aa k ^ntoife ffiHRo'' 
Dal volUT dall' Ewpta 4 il IM: «iMi«fe#« 
Su^nM» fafeoi «Uk nl«v 4iilé« '.--'' i 
È queaW.ma: oiintMrc. '^'fitiun-gM oAtò 
Precipitarsi aftm^aiafcv 1 giMftilH'- ■' 
Giù dttT twiaULIn ten-Oi Ui M JW'(r«fM ^ 
Lor epIeaBaa li^ eéìmk, A. ÙamMiieiVf'pnia 
Aikm ahiuw Dell' okMni,- Ad- ufcaapUoM. '■ 
Poi cber odvallt abbir) lagéti, Mt9MÌn ' ' 
SE dioMn- piea d»:fo4>,' t*^'lbs«tle-<^^ r * 
Ciglia aggrattaMlow.«*itt «htoiJFaili i ' 
Si scagliar rv«sBli:«h»dt.'dali« MMibn ' 
Hentrc trooi^st'tuàKì iib wrifail 0tfcM i "' 
Sangue eobddr slillUa,ifl:aiti[i'ili fW«W"-l - 
Cedea n&;di peiMeisa^- Alili <N:i^MÌo 
Preso ■Iqwrfla-Sdiiéfcy apaà Ma.iv^tiiia 

Ub ^elaata. d! ira fóooff) «n snM .■■>'■ 
Spicca a iiiBàttm^ la< dàturaivffivra- ' - 
Là ve «ItocBiifl' orda te a>bid( :At> gi*U 
Colpo salta ff^or^pié ■! nUu^H'-saiìO 
E tonò cupn QttMrcBS CétteàrtnAH - 
La ciatura.a.fè«ir^^ t l|j«u*t;nU)'f«(in* 
A Rùstem rende sotto ■ pie, ette vinto 
Dt qMHacpMSi' ■rcspo'ilmKr'ia: Mn ' 
Boccone rovinò. Di gioia uà allo 
Orio caccJónSnlirlbt -e VOW*' fl f/am' 
Di RùslciD «IK ifcdteairi ìaistM 'is 'ÌV faft^ 
StrÌnge8i4«'if|k^',.oarie la AMidifeda ' " - 
Lbriia e la: nbi«tHaj p(» llaiHo'it' ^ trirtto 



Branche ibi \Mà lUteAtatt «■•■^gtiW^flggi^ 

Che daBriiAiénrinilBeinf hr'teiM <' ' ■'■..' 
Sente (VmgJtsUoaU^tvI'.-ftaeto •&dIii:> ■ - '~ 
Stretta AMam UeMndb,.«t'1»iBdd ìavH» •- ' 
Scintillnr A"A)tÉ-àb'4alt« ^kìt, <'■:'' i ' 
£ già il 'lenmilw attore- 0tl t'tes&vm» ''' 
Colpo «bmra^pcr'ta-oiteargli <il iM^n^! > 
Alloa «be' Mstep 'ftoa'vniMBs» Wffe'i 
A parlar «dsk. {mh il iiJtoriii^Bo*,''" 'r' 

Giovinelto g mii il w i s 'Il ?Awsfestf-- ' 

Laccio a idniif ia»- «iUmmj # r«ft*'hVfeEfeo ' 
£ la clava a twthir,' tlsli nMtiv<iisàtÌ > 
Varia D03frài'(43tìaraBt'«fl'^lAri.ìo«(W.' ! 

Rel^gfeà oe-ònpos*. ^AirovlclHr-ift Mblit , 

All' at-wnànn B tMcltr'iottauUo' 

Qualche giAvrier) iìm pt*ò ^M'^VogM* «ti' rffad 
Luce toìM del .'nlf na 'biti' gH^WMto' ' 
Generosa la^^fB^o) ódufaioM» 'ttlf'- '. ' 
Il rileva daKivol. Mi'-gtoi!iil'>e'4atM' ' 
Tra noi si ac^Éimr- >U F a«htii Mrt* - ( < 
Infigge anpntliM-Ma ifiianiai qecMdi' 
VolU ceiiè. liF^t%iisj ft mmùA vmexfn < 
Che nutre U-nfeare InearaitB n l'ancia: 
Selvosa terra, i» :iifp . obs^ idai noi' : . . 

S' haooo'la «i(ra< vita^ XW.wiemr^ ' ' -' 
Allor 1' atM^Uffrai ut [ifMp^'tt Invit >•■■■■■ 
Ripigli <»iiitr«'lè."Tèl (sgg^i nMtii ' 
ADtichi padii'IraJaandmra 4'iinh .•■' 

Sohràb cr«ih^te t'^iRt^pailirV'ne'Iavano . 
Da'MMtofi ^oiH -flir.q(Hii'd«t^ì. baM» 
Ardor di glmbla* t ÌL-^tinìma ' 

,. CCK.^IC 



J84 

Cor A valeiB» ■ il Fittt Aaf«k « aUteia ': 

Sl«H UM OMO» • MUeiwUo. lateriM 

Ratu ptMi del ^M per meno i .feU 

BoMhi oDt dMM» ti u n m ti». bnn 

Ella quàfl li «nwtiU. A fwMa Vkta 

Pme l' uco S«br*b e Mvn 1' «me . ■ 

Dì lei eoTMt del eampA U ad meno 

Ràitem I miand o. Per It mIv* iaoipìte 

Correi di 41MU& io cerea, e gli IMseona 

Era lung' ora alUr dw a ncenMrl* . 

Human «i moiie. U TtAe 1* acmM»» 

Figli* di Kèrtm • ìmmia na grido 

A cai tuui rtipowr dHla «cba 

1 prebodi roeeMi, HAom, d' IthÌé, 

Disse, il ewDplM dev'i? Ceramici iaét* 

sea rIUma al eampol «^ B r^Ueaftdo 

A lui HAmaa eoli: Abi Miapirétef 

DI le puMii bes dir elM 41MIU «mai 

Terreoa vita pie bm core e ^neuc: 

DÌTlaa poiae di ebe lieeo it (Me 

Tra i mortali li H. MaUngaraia 

É eotetu taa poeta. See* pri Ueoio ; 

Cotto averi «e IIom, 4 ts il laaeinU 

Libere girne, il «be a Mila 1 Arti ' 

Sudati atsahi riuaetit. Tu pensa 

Ciò che or «piegli fM, peasa qaai 'detti 

In quel BHHncnu proadoaik ReiiMii 

Fermo e ritto long' or4 là nel oempo 

HeravigliatA, e disperMrti agli «td ' 

Obe fea, lembrava; aHe aae leada posek 

Torneisi afflitto e. mosto. Or lu.Ji aprMMSli^ 

Da che mercè di «bteé» ■•'dovei .. . 



oylc 



1 



D' Aihnìib prth nnnwnttrli il dMt* •— 
t Allor clM-|wgni bob aìbct mi ¥ÌI« 
e Chi tMO pugM > — . Or via ti raMemta, 
Human, SokrJò ri^Moe» thè bea toste 
Ei toroerà mI campo, nk più a luago 
In gropp* al tao saniep ^kiAs d' oi^Oglio 
Correr qaè e ìk fa ptao* il rirsdrai. 

Rùstem poi dio (unito Abe V «atreoM 
Rischio • toraani in eor senti V antica 
Baldaua, ai reeè là vo del fiumo 
HormoraTm le oilide carronli 
Scendendo al mar. Paroa cbe ia. lai maa mano 
Rinascesse la vita poi ohe il laUiró 
AD* onde «tàare appoie, e il virito e («Oo 
11 bel eorpo lavi d' ogni sonora 
Più e pia volte. Poi etie wvni aW hha 
Sponda fu nsidito, m1 aid stellalo 
Soll«van4e le auni, al Di» de' fotti 
Porse preoi aoMmeue e di v^rìe 
11 don gU cJmae; ai sapea qaal aorte 
Duro Fato serfeavagU « qoal lotte 
Sovra il tape addcnaando gli veale 
Il sempiterno rotear de' cislii 

Rùstem attor che giaviaetto Micora 
Cinte 1' anni a' awa la pritaa volta, 
Si come è fama, tal viger dal sommo 
Fattore ^be del eido ebe dall' alto 
Delle montagne io già cadean le rupi 
lo mille schegge dlor cbe eanminaodo 
Col pie divina le calcava. AlBilto 
te era in sno cor, ni mai teaU poBMDia 
Disiata s' avoa; laonde .al eìele ... 

•■'-■""Sl'^ 



m 

lo BUftpUaberci dU» «Itnéa ilKpItb" 

Assai CI» HHNl-jMf.ryrnsèt F(«latini{-> ''\ > 

CIm, d^lloi neadH-«(gIi-b>glieMg alqoaalo ' ' 

Del sofOMbi»^ vfgM» B^-Afa» iAT-piuìi. 

Potesse dtfJFiari<d*v*.. il, iftBipJ» ; > - ' 
O,biso)|a0-« 4tli<K-'DÌ><v«alo<.ytilKpi|!;' v 
N' aodù, ol|4il4sM yniwÌBt$iU poiuf ' 
Gli rilolM l'£tar«(>.:|lt ^'aaiaba ■> . 
Poi clw tUt>t\ di Sabiéfc fiù mb fAKv 
Sostener per r.dtaé<^ s'ilieo^per-UMm 
SentÌH striogersì ia.pstlej Unissll'ivltc ' 
S|W»ieidiil' bime! rÌMaantsiÌBi sko< '- 
Pio IevaD4a. le inuni lisèn^ Ittbioirfi ' ' 
QuMte -piegwf.ifcil; xar:.- gjg w r •<ltl'lioà4a,' 
Proteggitor et' invìi, ior''tlipi>nf£z(HL-> '' 
AI serito:4il0. rigMwd»,: e i^aem'àtiaif, ■> ' 
Vigor che untttn^id' (filKliMBMi -> i^aitO 
Braccio miss nUrìdAfta^- -rH'Udi-^iitltiregt» - 
L' allo Fatur <telr cAladttlB'BnUtU' v. - 
Sedi e ii.Mibtm mtH(^- IT «alM ' ' • 
Forza alle cMlubilhi piid':ei'K*d)'.ta(«A]e 
Sponda laariè-.idei:£iiiAe-B li'«e<4)aHallr«i 
Battaglia I' atteniay N(tv«vnnwi'i 
Allor che il vidai itictrai^'lv spa&e-: 
L'firca ineifM Sdtvì^i^^iHnd* iacwthi 
Gli [D09H. Sallfr.brMcia AtlMli faodfc 
Un laccio ^ {ModucvadiatgMUaiilU» ' 
Come rògge ia Sàa nd!* ddresli ' 
Che ritìna ÌK■fnà^4■K■<tiai'^■MUa•■ 
ìa vari caraMllI il InliiebnirtO' •■'•■' 
BaIzMd» a'fiMaadvk« ilisml-icMUand (•<- '■ 
Sodo a' suoi piè^^pardt. ■■«ni^igUww' 



"8'^ 



Mfl7 

Statura miinrAt MerlwgOoMi' .. '. •■ ■ ■ ■ 
Sobràb ancor% Cìt gite'iiwMtl! kam' ' 
Balzòglirirt ^tfl'.AfUor .ehe-dalvibato;. ' . 
Meglio il (MM.nihir'y poii<hai^li '|m1<v« ■■■. 
NeIle(»aidbta-fM beUo.ie.fibifotei4tOt - 
Così e p<trlw gH {trMeV'fi''»* IiSm i : : -^ ' 
Sfuggisti or (tn 4tlliiifi%3A(eiwi'utti4 -' - " 
Pien di fidane n«lT,^i)erc«»aD.aapeUv' 
re» rtMTMi alU pufodìf A- ebe diaMwi' 
Hi torti ttt? 'JBfin regf^ lebe :<U' gùmi ' 
Tuoi ndb ti' f)r«)tda flUM< '4 faiioiA Mta ' i ' 
Piena e.MtMn^ llt mgKai h gli tlriN ' 
Osi anconi >fid■^.■.LaJ-vltft miSobo' ■- 
; Da dc'thm'jirlrile «vntit «orvuTtolUi' 

L'«iu)a'4i]ai|HrQji'«tt¥'e.jl;.eniitd<!flinitl4. < 
E fl lui Rùstcmi-coit: :9(*ai ÉiHiv^àfKoaf^ > 
:'Tid..lÌ|«H^ia «do^ò^dhiuda-^Ia ^nati 
Eroe diiananiiniliUi '>T!ine«i*«i Ui.Teg^iat" 
La tao|iipa gi<)KÌ«eitt.> (V- tu radni ' . 

Ciò Qhe<trrpiUi»t'Uprtsgt'*^dhai)r. otte il petto 
D'aJta'TirtA aéOIeti «i>nat*;!or:tQfto;'> . 
CoDo5t;eMÌ liiEt:«orlil. Alter olie it ^iM 
QdtlleiKW avritrìla,'4iiiu( -a' amMa W liniaao' 
Che discende t» diipir iBsiufuni ' ' < ' 

. XylI. SouiUB i fshìto di ìltrsTBii.. 

Ambo alien si uwipiètraiifiùe.^Mtfìflrl' 
Gli enir Ivgano e^riUD>c«ttn> i(Ìfli)'«Ìl^>' 
Gittfirsiidi bMtbgHi<4Ì9f()tfi "M : 

E stwiiihal'pMto-a'sffohlw bnk» ' 
Di Sohràbfwtr iw «id>!ta4dvt0i'>te ekto - 

,,.,„.,. Cookie 



Fello U Fato ètte otnii rerso (a Bae 
Quella rìta ipingea. Con le robusto 
Nani stretto l'alAvra il gloriato 
Figlio di ZaI, lo Mote, e qaale m forte 
Twiro «bbotte uà iìon, Ul rivertai» 
Al «lob» Q II cader. Bai sa che a lungo 
Star Don pasto disteM, «nde ì» spada- 
Tratto daVa guaina, d' vn mI colpo 
Gliela pianto nel cor. Tristo «hi set« 
Ha d' «man aangoe e II ^rge e in esso U ferra 
Tinge embaodó ! Del san sangue ancora 
Da di arri leto il Fato e mille aedarl ' 
Pronti a ferir saprft levargli fneootro. 
Gemè Sohrib e, Mia, disse, è la colpa 
S' or per tua man qid muoio; Il braccio io stoss» 
Contro di me t' armai. W blasno Immane 
£ di oolpt ni tu: del ciel la man»' 
H' ha percosso « mi doma^ I deti^ ahi tristo t 
Ddir di qua gii parmi che compagni 
Ebbi di giòTineiza — ■ Or via, fiaccato 
« 6 di Sohrib r orgogtio, e già «otton 
■ JEgli è disceso I > — Del dileito padre^ 
Amor del quale a questa fin mi trasse, 
Diemmi la madre i segui, ond' lo quel Tolto 
Desiando veder qui mi condussi 
E la Vito perdei. Noi vidi, e il duolo 
U cor m' opprime... Or vii, non più, la Iena 
É spenta ornai.,. Ma tu a' anche potessi 
Nasconderti nei mar, s' en^e alla notto 
Rapir potessi l' ombre Onde alla visto 
Ti togtiessi dc^ altri, avver ae in «eh» 
Salir polesMi tra le atdU e te lemt 



18» 
Trar 1' almo sol dalla celale volta, 
Kon tu sfug^'r ^Iresti alla Irenmida 
Vendetta che di me farà l' ecceUo 
Mio gemtor quando «apri elie morte 
S' ebbe da te il mo figlio. Alsun di quoti 
Prodi Turani a Itùstem, al oiio padre 
Recfaeri tal noTelU. — [ntenebràrai 
A Bùslem gli oeebi del ferito udendo 
Gli estremi delti; immobil come uaw, 
Pallido in vallo, quasi senia vita 
U in pie restò. Gitiossi alfin gemoHlo 
E fuor di Knao a terra, e • Ini che a aorte 
Già vicino parca, da^i ocelli no fione 
Di lagrimf versando, Hu tu di Rùaleio, 
Hai In, disse, alcun se^o T Io aoa quel detM, 
Hi^stem lon ìk cosi penne io possa 
E meco il nome ancora, e snlla mia. 
Tomba a pianger mi vaga derelUlo . 
Quei cbs diemmì alla vita. — la tali mmoIì 
Slrappavasi le ehìome e il petto e il volt» 
Battevasi eo'pn^i. U giovinetto 
A spirar gìA vicino, poi che il nooie 
Udì del padre, il capo ohe levatoi 
A stento avea, cad» lasciò dì lens» 
Quasi omal privo, e, Veramente, disse, 
Se Ràstem aei, del geoilor per moto 
M' ebbi la morte, eppur ben per due volle 
Del nome io ti.ridiiesi; avverso un fato. 
Ahi tristo! mi colpi. Tu la corasta 
Or fa d' aprimi, e quel monil die S breecie 
Mi cinge, osserva, e vedi ciò che nn S^Ìq. . 
In lungh' aooi veder potè solttote 

,.C()o>^lc 



Del genitor lojtftao. jUIm QHs''iiil«ifno' '' 
Risanavan<bi'«fD«è9'«'nlt ilta; gÙBMra^ " ^ 
inviuvan coa<|;llit«kK,'ili1 Twaiiia" ' ^' * ' ' 
Là neil' ertBe-iidUadiq 3rpor -dM'lHDnUfiM' '-^ ' 
Dololihi )naare;flM {wws4 «et briféciD '^'- 
!□ sul parliV'iiiriaaka iaùttl taj ^0 ' '^ 
Cosi dicendM È /fUoMo, «-fì^, -uh 'Ségno 
De) tuo gHu ^iMrf-ait U «et^ toia'fdi 
Fa di reqafln^ U a- <(ia un- tf^A*» asSMa ■ 
Tra padre e Gglw «iei(òi'^e|'Birtò'-' "> " 
L'ira fundMci-m (|ut«to>-M«pt),'<Ìr-plKfì^ '- 
Qeriiaoai^fti lUbm^ «et»,' il (UVAgllòf ""^ 
Rùstem intuÉB tliuiofgliw n^'ioM» : " - '' 
Mal fcrqn la jdovmu^ •:hl|oÌ<«h» igN'«eiAt 
IKén'-nàÉqpMMiilluSeiJs d«tw>(«i«i '' '!■' '■ 
Dalo a Teli nlsosi gli ^n^Mlcjtrti Mrl<»c"- 1 ■'' 
Fé salire aHèifilciUer • tAi«ttltnlM(Kt '< - 
UcGìsor del>ma -Q^i»,- tt«ri« flerdiffnr: » < ' 
Su^^amsl.« U i>«atij#'iri*lt0 4tl' «apb^ 
Di pdMm JmtttftKj 11 gÌ»tlN«4ÌR> ''< i'^'f,' 
Vista del geniiiir'hi.do^iay IfiipjHtf*^ > ■ 
Padre, cheanlt Cctif.' S<i«i<tR> «He ' (^W < 
Ucciso dal dototi «etwrfh? .H>iliitf-i', t ■ '■ ■' 
Qad che ptantlssii ara e.hm^i'<Ut>An '■■"•<-■■ 
A noi iQp»:iicg«(r«h'egli,ino'irt(l|lÌi' -' ■'' 
Del sol r ■Hnionggiviwrx'cbikledM n - ^ 

SpcgaCBBT BtkltO,. O All^<^ppD»Mlp0t«I ' ' 

Ratu 8|Aa'>]i. nau«f'trH<M- obè 'tbràdà < 

RAstem atlcssì ti-'spiaéò^ li -fstth '"- ' 1-' < < 
GivnowUl iàr»idràppeBo < f tioàrmi^^'' "■' 
Dal oMfpio ritauic* A foki.' DfortlMtO . 
S' erao essi mHnMii àlttfr ctiffvall' ' 



1»! 

Di Rùslem «Stfant^ dw luctgt «Iqwnto: . 
Eran iti pugdalHb^ « an greppO';«vVfnH< 
RioveniwM'i «Bwalti. 8t wmtMH) - 
Dubitando «-pMiMsi' tbi vrèienie' - ■' " ■ ' 
Spento -fti!bt9ÌB'rcNiso(iti,.1Ustwi d^trliiift ' ' 
L' inclito direDMip. ìtM,- gtt s^iim4I r ■ 
AI suol fissEiiKl*, ittpiglllr 4a'VU- •> " ' 
E (tei re gìmU ai |)«di|(lonl,i(!iltM»': 
Gli annunziar l)aKt)nit''Of«ai-ì»>aii' IlateM 
Di bocca in->bM0ft'l)>(rìiW*ctflfMiM«,4 nu)'/' 
Per le tend«<^f(tanigeaii-'IU|Bt«À Mtiat«i ' 
Piaa^odQ.fMdiJRt Jmnh. ll>H>Aii*ri4M '-^ "''= 
Fé dar Qato aU» <(miibff,«in|(i «lltl-^SM ■ . > - 
Tenda i>^Mcl'-ac<bi««inero> Diafani'' - ' - - 
Prim* .v^dumv t^Ms;' «i tf^ ViV eb» «Mbs»* -' 
Venia t4it*»pèll'lirltf,i(|UMtt'aMi" ■■■• ' 
Detti CàviM:rl«(|lau'tOp'<«ia>, l^ attltM», i '' • 
Apprestar ft.ott irfeAtteM tfétflk ipKgBk 
Corri sul ìètOt eUippértanb di^IMwm' ' / '■ 
Novella- WM, (QuJi^d 'grati ffteAHiiW •> 
11 cor, TtMi, «ti ipMdiJBfe «^ ptMl« * Giuria ' '■ 
Per tutta: lraaÌ4."Se'iAlt t* otfE «pitMiD ^ ' ^ 
Giaccia df bCsMOi M óel ^amp» (ti figHo» ' 

Sohnibv iMinil, «Ili- aretstàV B «bt ((MÌ bKW«i« 
Toitcr paprè4 Suppsmb «fon», >1 ìGgH- ■■ > ' 
D'Irania armMA'^t^ Métt ««iìmII' -i ' 
Sobràb parMiiUr^'-teney-iwi pria" '? •' < 
Abbandona»- 40*teai ^«U bonBfii; '^ ' 
Così d'affanno e-dt tamirito fiifeio-' ' 

Degli IraniiaM^JI -oanjio. 4t*<'Q"'0tafca ' •' 
SohrAb sino- ■uH'-àriui,''allér'-«fi4 «1 pèd*» " > 
Si prfise ai 



,„ ,.C()o>^_lc 



19i 

SarA (flM.' «liDt, o padrf, dipartila, 

E DM nel Misp* piangsTinao estinto 

Di Turania i guerrieri, aacbe te grande 

Del tao cor fia la doglia, tu veodetta 

Noa fav di tol^ man far, Aè a Tei, d' IrniM 

lacliti figli, MB (a guerra 1' aha 

Signor che U gercru. Per me mIo 

Si vesUr 1' u>m, per ne tol d' Irtoia 

Vìolaro I floofioi, A lor la apene 

Avvinando «el cor, eoo impromeiH 

Li Tei deT»lù Se del padre, w diwi* 

Ft« ebe «a A T^g* il volto, <>k ma le toate 

Dì r^l «erta eìogcrà iu4 Baooda 

Fuor che il nio geoitore.. B tbl «qua 

Che io 4HBt« campo per aw nuB trafitto 

Caduto un di micìT... Ma Ui que' prodi. 

Padre, proteggi, • f« ehe ali* paterna 

Hagion teroia Hoon. la fra le tende 

Dì quella rocca ancor (ì Ma dì gravi 

Catene earoo un prode; io qai '1 acontrai 

E prigioaier« il fai. Di te, mìo padre, 

( Che innanii a qneita meale ogoor la tva 

Immago era preteate ) più e più volta 

Cbiesi aleua Mfoo, ed egli a' miei dimaiidi 

— • RAsteoi qui ooa « trova ■ — riapoodea 

Ni altra parala proferii. Di epeme 

Vuota rinuM aliar <piest' akaii, aUora 

Cieco ni rese il Fato, e della pi^a 

Tenui la sorte. Tu chi aia costui 

Cerca, ai danno fargli. I eerti icgai 

Che gii. di l« diemmi la madre allore 

Che da SamAogaa ini partii, fallaci 



....o^Sl'^ 



•195 

Hi psTTer^ercodui} nu. lu non. fargli 

Onta D !ms>tDài.ln -de} fjito,: (t ptdert, 

Voglia A. jKil«r. V^ini n\h jìt» f: i»$ta 
Ecco. DM» jHirto, Neil' rl«ciu.pacf , 
Polesie alupA iposAni gueslò «^iV 
SUTaBril, p«4n. ad asealtaFlo. iolflAlQ 
in pie, milfO, » btiwfQVrir-andOi 
E di l^fmc wiik,,fi,iiin6 ifliùi d^gli OGctà . 
Glirrnvca ffir iis,t¥*> £ pof cfacalfiw , 
Fur dpl!UK»%ljo,j|4«Uir/v<«"di HHU),. 
Seoia far j«•^lh Ù yc il saputali»' . 
Avea Jujcitt» cancv 4 p«i nhe.auoltft 
L' ebbe, d' uà 'laliUi-.gU iRiiontA sul dtfrf* 
E a fpria il spi^. v^rta lil. Funpo- Uq <t^ 
SpOP.gli 4b1u di s«Uo a' ,iv£v <^ Ivngi 
Per r aria osci(r» ù ip«Dd«». DMraiÙl 
Vedir yiàerìo i pr«D«i .cbe ..fiol figltp 
XtQTCavaalo di Ilév^cr. Rivereutt 
Al suol •hwAra ,il CW" ' rwgiwzwtdo 
Lod&r Vistemi), thè, dui J^at|^pe alfine ., . . . 
Riaifim salvQ lorpBva. M« di pplve 
Poi che U ,vì4er brulUto e U„ ccia scgnyt^ . 
E Btraeciate 1« ve^lj,! a^l uq» tw»; 
CmI. chiede^ EbìsieiOh f ìw, Ìm.? iQual «pn 
bogli« ù pp^ìf»fii ■— Quegli in. UnKOtoM 
Suon lor /oÀrrù ti^qa l'int^ni^ (I«it?|tdp 
{«TO^i aliar dinloim; .l' un, piflDgfvfl 
Il earo figlio Wfi J^rduttt «. inMiato 
Strappatali. I« chiome*. efl «w-ii^UirKio 
. Al suo piapto faeeaa (snèDdo ì Penb 
Alquanto alfiq qi)ieto«3J, e» Poi che «1 .cor« 

13 

, .......Kvslc 



19* 

Lena, Aìtse; mitnilnea, né jamènle ' 
Ad aItro'àtt(M(Mr'pu&,-tot-W'óMWilè ' 
In quel che o'r'i* tfiró*TÌ'.' ItaJIfe vofeiPe ' 
Armi damb iiéti i'tbbiah né Ter^ò^ - 
Di Turania i ^eh'léi'i; o^t rfn''fmr<!^en4a 
Sciagura If-ml^."— '-Ke<rilr«fa tifi' qu^la 
Giunse dal feampo « d- wmMmfflnf fermossì 
Rùstem il crimì Tsbbtifrdto'tl ìt ftolto- 
Lordo «i pi»I»fce'i»-p»rfhl"*h^«i«Wriw 
Ciidrtn^Ir'a^(1l.lRàsl'efai'([At m ti Vide,' 
Tutto pi«A^efld(»'rk«:ón(^i"e in ^Al' 
Accenti (ermìiid:'fi*ahgòScta it Core 
In sen, Sèvèt^,' nli 'kÌ>Btr«i(^fr.''n'rnirttb - 
Di mata'«mbi<ì(^,'^drtrclrólél*/ ■■ . ■ - 
Or<èàgH«lfln.' e^n-'U'tUs' laM^'il' petto " 
Hai squaMialo'fd -tuo'^^tiò; il'ciel' fche l'opra 
Mìp6 de#fa-twe^»inhio; ìnérrtdfcir "" '' 
D'ombre ^si-i'ìcopèrse fe TatiwiWàmo - 
Pianser commosse.:. ItG^iA, oh «h^ ibi rendè 
Il figlirfÌBh)-da^cfdeAa"«iàn trtflno? 
Tacque ciò "detto,'' poi Soggiunse :*A1ciftio' 
Di «oi corra a' Tnrani, 'B fehrésiò'e Sviittì 
Libero -acfes»w,'8"appi-eSEirtl'at saggio 
Human e sì gH'flca; v I*ttiW góefrieri ■ 

• tlepHn^an-^V arbl^' lu'def cemrpo A gubMiai 

• RIhiirrtli,' riè temer-,' elle co* tiiot prudi - 

« Nèton^-t^ -fan^ltì guiri'ji' ingenerosi' ■ ' 
« Figli a'lnidia'."'^.'0tie9tb'ba^i^a-ttfOgiì 
Gitup pavolc'tton' (losé* i*. Tu 'Vjttim/,* ' 
Fratello; « 'ùd HàrtaUt'nppre^errta/;^ Al cenno 
Quegli tinor'del fi'at^li òbbèdiehte ' ' 
Ratto avviassi' ■de'Turini' di campò. 



40S 

Al tristo annDnéia'trtpidè JlrTflrairio .1 : 

Prence, edt-Ho^r^r.jimHKi (pMi"riii«b0:;a>Mim<i 
Addusse r ÌDfelÌca^-'fIe^!4bei ili boH<" ' 
Ordì la Mm tavina-aUwviMi'ihnoinff i 
Del geoitOP' ^liancD^-osd'^éf 1* »m- .• 
Con ìnteMwidasklR réoMeMOi IgnAM ' ' 
Di MIoivarSidinMrrth'ileghrfMItaiMi)': ■)- .: 
Venne tanta :«cìfa^una.rEi( bcu-Uileitrte '^ ' 
MerÌtB«a4 ir «ifctttr «>sr PeHt r a ■aoi"(Vf.'Z ■ 

Si dicendo -la lUf)rÌrtiBl>cbe'>agli »c«hi<! i ' r^. ' 
Gli eran: bale^ si lekMV'U'-«]<fi>'Hlo«a»' ' - 
Facea Zevàieli'mtaDt93e< per"dRt«éO''i «' i ^ 
D'Human a RùstenT' infetto/' ntt'iv^t» '. . ' ' /. 
SinarDto,:IèiiBr«le.ifol<airiirdlFsi:< <: ir. 
A Rùstenilft'pu|all«,ieliè ori.vòrO' > ' 
RioDOvata igltivmt II iuffioaiv iafii»:— ■- '■•> 
Del fratello JI'MKcehiajilì dc'TKnnt ' ' 
Corse alte teQde,>.Bi W}ti>aeo«|n0Kaiid&i - 
Quanti Tenbagli-iaooiiti4,-IIoglr-i«enu>n^ 1' ''- 
li solo Hegìr.iiLftlroMv l^tt'lw^lvbtta- ' ' - ' 
V affemme'iil'gittai'al'sbdl^'gi^illi'tuMnt»'' '' 
Sp8dai:iiMdata tBpea;!gÌA ful>>paBaaf<glii > - 
Stava con qudla>il «W ■eaincnw^iatitto ■ 
Proferla cotai'- dAtip il oame ^mlo.i ' i 
Non dioeitial DnalSfitK^iXuudMiBfiabsa :" - 
Perita ilaoir/niiluleBisti, «n oworì^ 
Muori, fellonti'-^ qnawl» giufiMffii 'Zinnia' 
Ansanti r'ptaDoifoe eUlld.n)aMi-4'Bleata'> "- ■ 

(1) Tutto ah k ìa'caatr^ddì^iioii'é coffe parale dì Qu- 
inan al canto X^i f&t c'oatrddHiiìifaf indonir^n^ non 
di rado negli «lOW ^Miid»e^iiii. ' 



196 

Hegir gli traoteF silnf^itb; e H9ìm 
Per fai prtginda. na ùDpetr&r peftloftD. 
Si tolse allon* dall! ialMuto Ueo 
RAstem, e tt ve asciar jiicu aaU'. erb* 
Sotiràb, rMow); TblUt G|><Ì«rs -e . il sa^ìo 
Giul^hèmme il «^uhn ubo altri juni 
Mesti lotti ■ turbat»! b *■ q/Undo » ^smfa» 
Faceaa tMì sirElmlot Tiié 4al cieto 
Sigaai' pfoente» • MttA duoli Aò> U (Mwi» 
SoiU deh pàilit « il duol dtllM^filiafe 
Padre Imìmì tu] ■<- Qundo E u* ifiglb 
RùstOB rivide c)ie?t«ir ette iMera 
A stento rtUpiraada ai fiacsa, 
Trasse itn pugii«l d^b efaUrta* il petto 
GÌ& sUva per, feriMi, ailar ebe a^toilae 
Gli si serrétv i ptean e II pagoa io allo 
Già lerat* arrestiT. Tutti le g»te 
Rigavano di t^rio»^ e p«oia, . 
Niim jMpea pralcrir: ,SùioBt. Miìmaàm 
SoUevanda la vo4e,. i| <>•« dioeta, - 
A che didatta jin. tal darìet Se.I'ialnM 
Luce dell s»! tu lutsgt « bqì qaì rio tvn 
DerMiUi aWkandMii^ a* boa inille 
Ferite io sen/li /ai, aalvtfeai Alrse 
Rend»4i pensi al ififUa.! E w àlla:'Ttbi 
Fia che tal renda «I jciei, fotte tra noi 
Vivere '.aacornaa li rlwan^ al dblw 
Tuo figlio iasieiBe Tlia aia toyn il -capo 
Gli Ita U morte, se nel Fato è scritto 
Cb' ei perir debba, chi di noi, rispondi, 
puA chiamarsi immorlal? Tutti 009 «tessa 
Necessità sospinge, e sacro a i^Qrt^ 

........si. 



m 

È filli si asside 'Ì^->sog^Ì9, 9 ' cbji li ^UT^ . : 
Miseria rMJlffaqdt»! si<^aÀ mai , ■ , 

Strascina :ne|, 4ol<UV I<4*<U)f ÌIRtfwMk ,. : . , 
Lascia it [MteifM ^tel chi ,g|f Ofcahi stapqlki 
Chiude per fempre a) Bol,: !!:&,« qiifil'^ 
Del cara «tfnh» il f#0 dM |>qag*adf 
Rimaasi i« 4wn; S'aKcoigpi^Ba «U'^opio- 
L' uom mdh 'vìl#^ m», nell'au-i^ estreq* : 
Uà si p^rto dnll* altrv ed. un yìàgg^ 
Che non ha meta rwnivdts,. e d^ «^ laseìii : 
La memorifl e il. dirsiq. Chi niai 4i «Ort» 
Non s| lorbt. at/pesfiitr? Qhf aon' d«vria : . 

Con UfFtine dj :4wl pri^ngw h tìfittnt 
xvilL Rmti» «UDÌ 41. n (Utu ini Htauip 



Cosi Gùden |)af)«ra del prqdfpU ' 
Chèsfavad il figlio} e v lui Rù^teot TÌi roca^ 
Saggio figli», di CMièv^^, «gli «eccidi 
Padiglioni dd re*: D>tlli .ohe {« pe[to - 
Riistem at ^lio mo, Aùs^effl che 4 livige 
NoR dte' Katar tn' vìvìi il Terrò jpmwso 
Ha di. fua niwo< 'So iiieniori<t •leuaa ' 
Io te di lui rùiuD, di 91KI che ìa m**^ 
fi in terra oprò per t/t (cosi gU parla). 
Del suo Mot U prendi «r eura a 1' ttKt^ • 



(1) Coletto balsamo ilteesl ìd persiano nuth dnrU ^ 
rimedio dolce, aDtidotum ( V'ullers, lei. pers. ). Come il 
<bàpy.aM-i ■»y\nf*64ii di Eleo* ( Hata. Od]«i, IV. SiO-il ) 
guariva tutti ìdmIì. 



i9d 

Gli ricohftHa. Se^l* JrtW'MHMiftle^"» ■ ' 
Fia die di vin tm m<à «o^ptl*'MifiTÌaftr' • 
Gli doni dP'ifHiTrMRtMfolctH'y^d^fii': 
Piaga i obr'fii risaliti « eit^'fiMat^) 
Serbi 'ne' tubi Ibrzlerf, un' gWiMW'fohM 
Gran inerè«(M'n*'lvt<Ìi1,<<M W M'fèdele,' ' ' 
Qual<-fì|Ctl soo'gMItW, 'S(BbF»à^-iailfeoM - 
Avrai pW «HiVoJ — Al re|fo.<|iM]i||(f<Mer 
Gùdera affi«ttAMl fèsM, V 9^' liUfO- pngo i^ - 
Di lUfsUni ■»iwfaaè"Ì'Hm\*-^9lf<àék r. , 
Figlio <K<CMshvadj'eé)ÌA)d<ii'allot>a'* 'i:' .' 
Gli riapow^ilignid' ■<e,^iiÌUA'dhtt'St''vHktl^ 
Uguale '» AMteM irft liristi pMnieli ii-aai' -' 
Non ho nella mìa reggia, né se tale 
AiMm'fi ftss«^''n«of"voH'et"Mv>BWRitt>" ' ■' 
Quel possente t^" tft/ttej-^è>4t tutti 
Rùstem per primo uso onorar. Ha questo 
In mente or bflU-tì' fljKgì. ^'milt>'-fla->': I: 
Che' 'a- luf-'mlmdi'qliel batsanibi'^a'^ kaltr»' 
Per esso'tta Kbhrèfe, t« iniv i^(4ni' 
Padre e fìglio'onlrrtfflì oh« di' Sov^cbfo ' 
CresMrà lo^ ptMsAita- aHor ^Aa iiàit^' ' 
Saraftno 'a' un'pattol' It chi ìé ' niatt-fréDarne 
Sapri che pronltr ti -noiMrf -Satit» <OgftQra 
Si levfeNi"eotltr6-di-l>(K ehe^ in' tfoni», ■ 
Quai re; sediafooT^iNstJi lu gKaodaei 
Detti tit cohtM' a Me fit'iM HSMDifcato;. 
Rùstem lanciò? Non disse: ■ A me dìnnanti 
( Càvus e Tbus ehi son? >. Dove sì pensa 
D) giunger egli p;erché gli altri tutti 
Vmce di.forzkrT E se il suo figlio in. vita 
Gli serba il Fato, come un di))» testa - - 



o^Slc 



199 

CbÌDerà ((«TMi-* fM' tfiMMfBxJne»! nmf* ■■ 
Coaduiri le nM;Wltwrt!,AllR!Nit Mokiatrla 

Fregia d'<iiMn«o>qMr.(^)ndtb0rM(ai;alttiitai 
Da ma so* 9U«HA.i.F«tl* B«lfCV«' I '• 
Aacor mi 4l«Wf gU |eltfgggÌM»'dilUj<i ; 
Chfl.a IDA yrdMsti -voH hiMièrdi itile < 
Ira ,rf9«*fio,iS''^.«ibi Habxi il Sgli^ l. , . 
(jual mkrtitiU^nta'.ittrMtiJii beaiiiMMU. 
Di quel faDOÌ«Uif tiibit^l^lbrMlt» * <)«qit«' 
Eccelso padiglion bravando inaaniì 
Cosi gfiidài.M Qm^tSiuM afa«,idsVre#.., 

• Stguor si raata, a un legno dagli araldi 

• Appendere io fmiv tli 1 

Se Ha ch'd lnt«è ialtlim»rtei.iopfitfm' '•■ 
Sarem tuUi ^bIùim^^M V'^uoi Menicii 
È lai^o di iivoii AiiftellA'e.Mlé 1: 
S' ucquisU, Aàikf i4 UIr Iw^ipli il d >^b^ 
Si dicendo. ìHriMÉk.'fipìdbrri: p«rà< : » 
Vdse. kemtk Ifr TT »' altwiéw o / ! : 
HèstBfDbOib'gli MltM fname aUIov «iw-itivide, 
Rùsleni, dtiM^'it kftpeà,i MalragW' y Imké 
È il coT'MttKiMl*. cat((«ii<fnitU. ' 
Le wtle'fMiqM «vwnL'MiuB gli <à-aHtt«,. 
Nessun i' amsiy tu ilsat, 'fcr-laidun*»-' 
Di ^tnllii iiHrtaw ll-ddaJ, V affMM tlUwi - 
^ «•sprcBdfi od oiya,! À, lui ti ^« ' 
E il persuadi. aa. puoi. -^ Rùatedi aUoN - 
Agii jraldl «rdinà Ittw, uà rieeO' «finaoto 

(I) V; il f^.iX^.itk diM. -t/mké «|«wl* Umi. 



Recasscr 1Mtd< e ìm- ^pnl del- ||i«riMnó >' 
Pmmmt* i» BWtDbrk, rit> nftlh '^ ^.' ^ 
Tenda wefitni *«) -mi {gh.Qwif '('«MwditV' 
ConpraMainor» «t'oii jHMli^ftanMTto 
Ancor non ei«f illaii «be-aitsiMèv N «otw- 
Di lagrìoiv iMgiiMtiv'ini degH aralA- > 
Il ra^JMisa tnmmd»^ B, ^(MMeij « AttttOin, 
SpcDto, di9«,'è il' lod'fglù. li'de' T4«»aii 
Le po^pa non' Il •bied»,'<nai'QAft ttmA«' 
Dow-pvr «i*|lKHÌ rìptaat'iil fiMA' 

XIIL PiinvM RDnM-Mà Sohìm. 

Il peito si pwce«e-ie 1« fausta' - 
Gbian» MstMn « tvehé allibri (ta <jl figtw 
Estinto iTOpyin 'DatiPWBlto b Wrnl 
Sul qua). gii'alanFKi'pflr Mtami a^ jIIIì 
Padiglioni dat'ke, ralla <^ua) laanpft 
Preei|aMaA LagrioMnéo i piVnd : 
Gli fean legaita^ «d « di [UilM'ik eriiM 
E il b«l vallo spnlpad* «lapteà' ii mie» ■ 
L'duae iatwm Mmoadau, « « qmndoa qaabdi) 
Udir ktm (piarti laMtitti'. Ahi; env, 
Ahi dolce Gglio' mio, nmikolèo ilkilMv - 
D' anticU «noi, qiwai^aurM a»), (|aMt' alt* 
Ciel cofano di stdfe a. te simile 
Alcun noB némr mei, aè fid che un gioDM 
Possan Toden, thk nian, qui toi la trmtm 
Ornar «apra deUs oelwla .e I' armi 
Trattar. dai. ptoda^.Oli;:cliii:di loc Jiel m<nd« 
Più infelice si chiama» e a chi l'EterBo 
Vgaai dolora iafliaeo'T U- gl«4rirtetlOi 

'-■"'VS'^ 



20t 
II dolce i^ tM, gji piMM al Tarctr 
DellA triMa vfl«*Wezfeft, a rinórtfc 1M tnilW, ' 
Padr» (fnktd; t(itd' BgHtt' die' ^T'aatiM 
Sam «I dteW H^MMe^ « M||ta Htìt^ ■ 
VaDlMasl ipW> Maé^ tA, ^«n- h vin ' 
Finir doTreMf' obi ^oFof; mthitoi - 

Sulla iqualli^ teairé, V UeélsA' ' 
Pìglio tao )anMtiMnAi^.S- <H qilal pietra, 
Dr ^(Ml'4ég(M nmt' Mi) 9e fbf'gtt aHtlt^l' 
Eroi viiMwra 'di vHw, M SiWm'^ 
Avaaztffv Atitfnhispe e si dice» 
Tdo proprio ^jHff, fMi'^eMBf'lRAcIfB'l» pure 
PaKa dinnami a tairae bto RH'Oioddtt 
Altri m' enfHi "pM-'^irtildflv io pM-e- ' 
A lui'MdM'dl passai B qaaHdo tt ti4»tfr 
Annunzio s<n^ )* BAlfe -am; a» ifMSM - 
Novella il ear le pam^, ^^im ■4Mt, ■ - 
Chi mBDdMto jMrabfe'di iagg)^4Atl 
II ciHiforto te porga e ia «on 'l'i 
Dolor l« aeqtietfT LedM dtftlpian 
In e«t> fi! iBiserai 41 ferm « 'cbe nn*eeirte 
É la maoebe H feriTQual' |MdM rtmta 
Fiercna raowe, e rirf ^«ft d' n-AgtlD' 
Da iBf'fSrUo' plttlMif hi nMNa 
E rimanane JR vital I d* ^al Umoo, 
E di qual «fMpfnfi) weiMfaAd» - < 
Geuitor di TelHrita 4uwi*-«apo ' 
NO» «ni aegiM?'Itow dirà ade isvtdiar 
Di cetaMa «frMde ar m a» il bnecia ' 
Ha di Dèltao ti figiki, «ide corapiuw 
Fosseil dditio orrwdo, ad io h raan» 
Nel mio sangM kriiClaiù?' Bdiv gU panni 



Cbi mai pQ{|«^ »)Vìa s^a,«^Mr WMde. ,' 
Fosse crtffiiìHin u^,KÌwJ«4(9«a) Ì¥>r«>IW(ft. 
Terrn l'armi Ditglmdonjfl.ig^arw^r' ) ■••!: 
Recar cosi davqsp,.^«(DO,*wrtM. Iai-.> ,' . 
Cosi clicen(li).M^KrwM>Wi?M.iAl"^«lM (».i r.: 
Fé t^ifF. sa ^.>(aa«a;i« (|mi. «H-W»!**!"» 
Avea bramata,^ !reg/|4 84(^9, ijfi f«vft , ;;, 
Legno a pos^.^ 9'>^^il9i:iih*%»9'ile.i 

Consegnava^ lef)(le„i4,^Ì4it^l^,.^ ,„ 
Spars«idi)(>t#v«,i)pwm 4Ì*lw»>otj«t'*WÌo ; 
Salir OMrM%iUft YMtMWiKt.idi^rttM^f. < u 
Vedea dal M^n» 41» .tM>»4e'4 IfiftUiti r . ■ 
E i niorbidli.Mp|«il«-« IbMnM^lfaM^-: -^ 
In clMuBi tf lil lti 'IMdqr m^at-^^^ i.ir s . 
Tulle d'()f^^otH«gitlB:'i(|Jr4«(i>M>0' : ' 
1^' i^ittin.jSi ji iMiKUrtlii Urti I iWj lIwiUCtfL 
HcaU».a«d«c«itJ4| (wK*<tÌi4piÙHW'-' -- 1 
Sguardi J)f«ffi4ft di Hri« IK*« •*'44fA-itl mIa« 
Non vedran gli «MHmii, WÌIMn 4(Mi«K«lle 
A te sùvuUti O.Bflilk t *itiVmMv .. 1 
Alberghi in eai!i«MU<fc Va«*«ft9W*(Ì - 
Fur Tirtude ei«*krftift|i'f««SWHt«r il> 10 .: 
Di tua BMt*,il4*ii|Ì4|t>OM'Mi!4f«!)l«l/;4ti|r9« 
La doglia A ebfdntì«HNn«e-ilUl<iit>><W)flFe 
Pensando o.;fìglio-*M,^ifaj* iatfmfd«. 
Al duol UaciaAJ. E..^ufd«iMf»B<M Mli^wk 
OrroR- ia «or d): Bal^.J«lli -fMdNt^. V . 

, ....ax.yic 



«05 

Mia 'ftOutrilM/destè^i t»!Cl>iM n 
Novella di t»a- — »t <g igHnd»>;T>FtnOi- i- 
Parmi i detlk tadtìfi'4{iiin<lo)>dl'feÌMiiiA " 
Questo inia:4i|lè Mndi««niitl-'BlDl0- ' ' 
Staranttodlor dS' labbia iilie^ebè muh 
Tconri Don.tsa? iiAn.')Mèr cÉiiMi suolfigffo. 
Chi dciHtuì<teBi)l« ba.'il-aRr traStlOi ' i 
Cosi dimudoi a«ib* liufjòM eittM» •■■■'' 
Di.<lipJnNi^9itav» arGyaioMe.' i ' > < : 
ChionwapM^a :dr!p«hr»MiDliilOrnM' ■< 
Mesli e idisiloDii* i pupml id'sbih podi' 

Nel toor ^o&nnli), «'e«nscBi^ii-aI'PWiit« 
Del]'iafieUce;gt«iM' Aaà un. . ■ 

Tal de' mortali è->i)- htotllR'Mpe «n «erto 
Talor 4Ìipcm«}^nM la majhxdì' o«pp) : ■• ■ ' 
Ferrei «Tii^graità inlaa(o>.-'Ailh ai* iuMb > 
Beato' in to^àè, na'%iè«cekH)»'ilt dardo ' 
Che il^dae ;o>lpìf; rcMn dnm> fcHwpyi w o ' 
Chiamosai'ia'to^. lAgiAitoMe'lti iita 
Chi di 'Mgpo ka«i H i*imiìb' fk« hi-!|eiile, 
ver aon'étteaOlt .à^ marna, nato' ■■ 
Il cgonfr fato. «Ira tma V Ma dal «o^o- 
Neli' obUi(i''«Mla'<|omb8i<inna»Hto ■ 
E savi emtMfinge^'SMUo'ie-Tile 
Ben può dlni «bt- ornai gtunttf'aUft scglte 
Delia trilla v o téUnzu,' awcT 'piangeoda 
Sen vaBt<.bai fiorai- doliti prloal elade. 

CàTus allora, pni eiw MthMO'iVfiglI*' 
Seppe^dliRAsMin, tà.aw McaripiMgendiy' ' 
Stava 'il 'tnJMro pad A,, digti arditi 
Preceduto •rtcosvi) * i pnad irtni 

,„ ,.C()o>^lc 



so» 

Gli fesn corona iolòfiioa AUflr-Uie ihtiie ::! 
SUrsi siri'imqifW rìtrarttiil»?'«Mon' '.'- 
Il caro figlM 4*thitOt-'a wntobrlo 
In questi « o caM i .giirrW'H'olaet BcRbó: 
Di DÈstM' figifo; a. «be d»'pi*nlt> utton 
Qui. NUi'tMgasbioiil «èM^-iAt cM,:-aon' ni. 
Ogni conrC MnNttste,<ri tiàà g^* steMi: 
Moti ne arrena. No» aal-tu<cW a. ndrt» : . 
Sacro è chi TÌawrÌD-Ttta^ • 'cbo ^ueìi tosco. 
Tardi queak^-ailrisi nur fkvrtuUi^an jiloeao :. . 
Dovrcbi ^wrfrff- Ha I» {mì card c«1tnlo ■■■ 
Di troppa, (Ak iMB Ane«farti^' Isa to^Mdoi , 
Dagli «mU- il< pianftOf d*'>elii .t' ama' wcdtB : 
I savi detti. A cbe tal- Aolfl Br in tahti ". 
Trar be* «om fiBtesri. li- cdette ' 
Volta con rrimoi:)ol^ «fatiche: slsnnini* -. 
Ali'uoMiB itnte aàattiókHÌt in fanute-' . 
Per te. n'aftdtsa* i^- moMo« ni Atom Hic ' - 
Noo .liaiCTMi tikt quiiieh''-Br ptangeBéo: - 
Qui stai figlia k te «ara^/eltèle sodi! 
Ei gii tìM dd'ImtiK AM<* eb' èi veooB : 
Ai nostri pèS0aeàiim'ilaànti»piirt,.. 
Asta slrjh^eddb, i«o* quon^ ortlii lo staas^' 
Ràstem, il vidi «> i* imstapii ulrandb 
Le membra, «ne-. rahaate B Ìl' Barclafe 
Aspetti» e H fuortaneatdt «ndtt silntt - 
Non era ■' obi {s'IvraaiacUbat in pf» = 
La culiaft si' Tè gnodDi e, Vedti tSM* 
Tra me dicea] fiasiui figKo d,' eroi' 
Ben puftivantArsi-' a dritto, tòè ■'Tarsiti 
Non somigiii per Certo! A Bitin «MMd^ 
Era qnel figlia In», Sàften», na tt 'Palo . ^ 

t.x,^I^ 



«09 
1) doma, itfsto mI «l>f ^vi H SMpiiiM 
Coa armi e coti «rmati wida «-'< «mus 
Combattendo U aonte. Bd m bài iFilé 
Vorresti pug—r ta! IChi «Hi fUrì» 
Readcrti il figlio! li fiaagertù m'mmprtfl 
l a lui RditlAraiBo^ SpdntA 4 pw ttmfire 
Degli oodii Aiti la Inw- or «b» yonto 
B qud mio L figlio, o:ra.'Ha> da' Tpnmi 
Nel campo là eoo mrilf cwi ItooMì 
Da WWUU» )M9Ón* w iHmii aaaoM . , 
Human «.«Im. Di l^r dia doiiiiiib >GglÌI» . 
Venocro a qnoitt terrat^-bi lypaàtH^ <- ■ 
Signor, non Ua>, Aba-preg^i te m6 ii-etimmii. 
Scorto -dai oieliv « ier diMm- con |>sel|i : 
Prodi terrà Zavlmb, « E m^eabd» 
C&1I1S t ìm «Mif I^e mII}, McaU* 
Figlio di DÒMaa. id :t>ll fwnr* ioMlia 
Un rio dolor.'MB ^Iloi, >OBib •'■Hrielk . 
Quest'aloM mia nìg>^ pWiM di MiM ni ; 
Tale è il dedio, h. tiMt qui ginctùlUi: Ipeoti 
Da lurMitw. «celar «oUi 4' Inaio 
Generi»! givrrifln,; e, «Odor gì' i«WBdi 
Ardan per le «w plt n e d« qomìm . 
Haa «uwJMi» d«' TurMÙ «AciWH ■ 
Vendetto i» nm brih »i « 1« igtiem 
Riisteo aon wmU^ li ivnrri qUi oif* 
D'Irania,^ -detto,— la (|UfUaiU^r dal. ««MpD 
Tonur« de' Ti|r«nj o «»' 4tiQ( pn«di 
HAmaft , parlila MMiiWaw^- iUìvoui ;. , 
CAtos allocH e poi obo «d urmo oenao ; 
Tutti in -ovéu si fur «qi.' Iw guoHwn 
Posti d' bMM i.ipwofi^.MD: masti» «ddift 



,C(K)^|C 



90« 

Dato al J|lw. di b|t p» «ie Ualiiiè .^ .- 
Si ricoii4>Mi«tflU"MgakiiMn«df9 a >■ ■' ■ 
Rùateoi inluO) lad WpUbR'^'MeKe ' < ^< 

Che Zeviratl-.laqniMe »..ÌtÌCBanm 1 1 < " 
Gli-M(iMM)nwdl>-.:Aitiriiit4- <J. ,>.■■■ 
Che fu.'BSMAteh^'VlfeB'elw^ad o»MMi-i - 
Sorges V uu M' m ^ snitpmxK ia tìs ■ - 
Tosto eliti 'pDMJillÉtÌturniue.'iilMti'': 
CavalcaTangÙiB'Ioia-i fraati^'it «éiiW""' 
Sparai di péiMmiv. iài lalM^ «i(«nn»Ìi«'W • 
PorUn^aiiSduAb tesinf^iadin'-Mv* ' 'i- 
Legao riivÌitabK'pniek4>MM adirali :' > 
PaMÌ^-ja#aMt.lMA^'k^ ' 
Preser t^itf'iv'mommpiKp^if-ffii-v Mmk " 
Era giuMèiIa^i^sa ^Iie-r9daa4hr-'^ • 
Del figlio au»-4a'>i^o^nea}là |n«erM' " ' 
Sede Ri]MÌMi!(o*a»Mi k--iM' nAvèUé- 
Salito aliHtidaatricra JiWigr«fpi^'4oMoti« ' 
Gli si: uwa i ai i fl'enii«4 MteilOT^eaM '" 
Uaeitv 4el>i&d>*I^H»Mwtofè « -"■■ 
Di duol coiDpMaU iillM>'«hei<d»'taHt«M'X' ' 
Vide Zal'4Mtl'fuiènw>« i>p««ael'«tt>^liel ^ 
Che ii 8eguli('i«Mltaniov-<MitMn*M - ( "■■■■ - 
SF«se d' UD ulMV^4teet»<|tat •b'^iMM''* • ' 
Riistem,'V>'«ltttf'a4' iMoiUrM- ■«(ilnMMi '= " 
Per abbratctarlo,' il '^drflt atiMi^ dH' polv«''> 
CMpars«'4]''iarJlMt'Ai'fcU'ifai»a«' MrMia "' 
Prenci e anridi d ■giM»viefÌi''«'<lagriaaa«d*'" 
Atterravan glr-tgaiiMll •e"4|MHd«'ri'"«Hd»'' - ' 
Fu o«lKt»>il'«lr4lt«^t^5ÌMi>dall^ÌMI">» - 
Petto ua^gridviiaMlii'felM'le^MRMa'» 
Volte •de^«i«MMai'4UM4iHB>lls |M*'< " 



I>i'lagi'i[tte"r{^antlo, fnnahzt-al padre' 
L'aureo m«n^l'eHe rieòpria Ni bartt " ' 
Con man leVft'fflal fehni, e^Yeifl, o'patlM; ■' 
Vedi, diesa,- qor giatìè bn- cheMimlle' ' "' 
Dirsi a Sam ben 'po*f.a; t^d df éavHIR" - ' 
Dooiator fortihitrto.' — A ZàMI' pfaiito" ' ' 
Gli' occhi Hémplnf, letl èi' lévMdo' at tiitlo ' ■ 
Ambo le t)aliiK!'a''niàtedii''i(i"fta- ■ ■■ 
De' niortali>flÌ'80ttt!.'-A Taf'*' fe(Jftt*o- •- ' 
BùsteiB aikQr inihiaàt H\ 'fi^kr,' Àfai-'oai^'j ■'■•'■ 
Ahi dolwr UpW'-ifaitt; àìeea',^piiH»a''- " ' 
E me qal sttHlffscMsif at- dintlo^in' tfnm " 
Misera vKal "ilt'qtit^ MtìÉiltf lniÒT>Dd' - '• 
Eco tetti ^ flhri; e- Dèstiti,^^ portento ^ 
Eri, S<rfiràb,'dj»ea;^dt-(ifliliili-fti>idn-a> ' 

> Sao tratcdl'fttniài.^eU'Ia'-eiavè'é ft ftfando' 
r eran 'dilelhi,'1e 'rb*«^isr"df (tafeghe ' • 
li B^o^ fbtévre'-giftviiteUoaitfeoN " < ■ ■ 

E leattó eri'tD. ^àU al'celW 

D'ana lai prote mftn-Jndrt'pftf'ttal " ' 

Madre nesMinb< — Sì 'ytóebdò -ft tolto " 
Di lagrime ba^tk^e K'nodfe'SpéM' ' 
Chiamava it-'cìrb'ettiniii; feà M 'àdb pfai^to '' 
Rlspoadea''hr'ldDtfffitl^te«o^étt)MfAoJ' 

Tutti alIora'-dl'-Dèétail \g(> Hb Smnehl» 

Mura 8T»ì»kMÌf'WBn h'sóglià"- ■; ■ ■ 

Con le sue «niMe fd'tapcAar'hi tpdsa- 
Di Zar ti Jta,tJi.'-*RùMedi',-'pjtì ;clic gibmo 
Le fti dWrittfii', tt'^posafle-a' jpiedJ 1 " 
TacitumO'l*^ b^Ta: hi 'tin" difMIÓ' ' '" ' ' 
Pianto prorO[^e"a ijuIlHà- tbri 'P tMh'' 
Di RChsieni ginlÌ1rÌee'e>itAiiUidd>' ' ' - 

,„ ,.C()o>^lc 



8M 

La chiusa^htrt e il >)egr4 siDDUafo e il'wilhi 
Smarrito ^«1 8144 figlio, in ta)i «ccnUi 
Sellile 1^ l^bra: CiQviqefia figlia 
Di UDti en>l('9<U^ '01>o # quale «ude 
Va allr9:#,m (imil vedrai W ,U)Ui 
Gli erofiincen '■U^'' '''■^ ^^^ e forte 
V »ttn dti\ 4i- viravi I ^.più IuIcIkc . 
Di te chi fia T, Jtercbè,' fiyUOi ^dal tuo 
Letto dirW^te riisoivqada jl^at^^ 
AmoiafUpr i^ c4po ^911 4«tl?TÌ f ^(ihusU 
Quella notlfl Ofia chitmi i» fibf icopceu», 
HiserpJ £o»ti^ e non luneiiti H ifi«re 
Della perduta- giovioeszaf U FaU ' 
Che ('inmtae ftpa ^oAgif , — ip l«i fantenti . 
Ella srogjin il jua dolpr; sì tolae 
D' (0 w H viglia: 4I fiae ,e le 4e«rete 
Sue stame licereò. Pitag^iu» le «acelie 
Che la segui^iv piaogeaa U su la aogliq 
Riìsleni e ZaI tfii^ gli altri, -e gi^ le folte 
Dell' antico cartella un «lop lugubre > 
Errar s'^^ fb pianti e di ipspiri 
Confusi mifmf, « cba djparUta 
Ogiv, gioia .pareli d« quello , un J^mpa 
Assai beato anello £ -a, ig^ArdÙ 'Sob> 
Fosse rimaso :Ìa fiu le ^v^t il pianto. 
Ha Ràstem trattener ,pià non potendo 
Del cor J' ac^nba d^^glia, 1 del ferélra 
Sconfif^ i fbiovi le <^D la «paija il pw« 
Copercbio pf^ cl^'ebbe ley^t»^ i bian^Ju 
Lini ia che avvolte airea dei figlio <eflÌQto 
Le care ,Jiuuhr4, f«llev6. .S'.oBeiw 
Di tutti al gifardo vUoir de) :gÌDvìoelLo 

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to» 

Eroe la faccia.- In eiel {larve oeair«r*i 
In qael momento iì solj giovani « vegli 
Allo sp«tta(!ol fiero io pjauti e lai 
Prornpper che saliaoo alt' etra, e il volto 
Sparser lU polve e il crine. Il gioviaetlo 
Morto noa già, ma riposarsi a un dolce 
SoDDO parca tuttora io grembo, e al volto 
Detto r avresti Sam i^e dopo 4ia gioimo 
Di pugne e di tatì.!he, ^neor nell' armi 
Tutto rinchiiMO e polveRoso, avewe 
Le stanche menibra «bbandoiute al fiODno. 

Piangeano ancora i prenci, allor ebe il corpo 
Dd figlio ricoprì Biuteni « il grave 
Coperchio sopra gli posò. Se d'oro 
Un' arca gli facessi e d'^oralo 
Muschio, tra sé 4icM puma^àfl il saggio 
Figlio di ZaI, la riempissi, estinto 
Cfa' io sia, non rinarri ^oal del mio figlio 
Memoria sempiteroa. Alvo ooa veggo 
ConsigUo gii, ma pur fino all'^treme 
Generaiioni gisgner dee di lui 
Che mori giovinetto, a tutti cara 
La ricordanza. — Sì dicendo un' arca. 
Di hen compatto legno e dì robusto 
Osso composta che i serrami aveva 
E le cerniere d' oro^ in «piella il eorpo 
Depose lagiimondo. Dell' eroe 
Tal verso il figbo fu la cura estrema. 

Spargeasi intanto «dell' infausto ovonto 
Tra le genti la fama, e quei ohe udì» 
Come un padre trafitto il figlio egli avesse 
Ancor che ignaro, si lentia per 1' oasa 

14 



Sto 

Rcorivr d' orrore un rremìto. Ma K«to 
Rùstem più non tu visto. I tanghi gioroì 
Ei nel dolor passarti ogdor piangendo 
Il figlio suo perdnlo, e consolarlo 
Nessun polea. Ma poi tra sé pensando 
Al comun Fato che 1' affanno e ìl duolo 
A larga man dispensa a chi del sole 
L' amara luce vole in pria, per poco 
Quel cor quietassi. E chi, Tivendo, at nappo 
Del dolor non accosta il labbro f In tutto 
Chi si disse beato f Alla novella 
Del gtovioelto estinto un rio cordoglio 
Tutti occupò gì' h-ani; ma gii i campi 
Avea raggiunti di Turanta il saggio 
Hùmaa, e già per man spento del padr« 
Annunziato avea Sohrèb di Tùran 
AI posBcnle signor. Di meraviglia 
Tocco' rimase Afra^àb la trista 
Novella til«r che ricevette e I' oprft 
Scorse del Fato, che gli umani eventi 
Con arcano poter prepara e regge. 

XX. TlaHÌKi RIGEVB L4 ROnZU OBLLA NORTS 
M SOHRAB. 

Dì Turanta frattanto per le ville 

La fama si spargea, del figlio ìn seno 
Come Ràstem avesse il ferro inunerso 
Presso alt' iraoie tende. Aliar che il sire 
Di Samùngan il aeppe, le regali 
Vestì strappando) tutta di lamepti 
Fò risonar la reggia. Ma trafitto 



.^...<OSk 



Quaado Tdunìna udì pee ù>m del padre 
Il caro figlio, sì levò, d'iia urto 
Risonar fèi la slaoia, A' in sul capo 
Strappossi i biaochì veli e a brani ìntorDo 
Fé cadérsi le vestì, ladi bagnando 
Di lagrime le gole e- per la stanza 
Qual foreeDuata i^ak e là, d' immensa 
Doglia conpresa, trascorrendo, il seno 
Battevaai co' pugni, ed or le molli 
'chiome svdleasì ett or d' imnAnda pol*e 
Con le man le spargea. Poscia ai lamenti 
LiberO' dando il varco, E dove, o figlio. 
Dove, dicea, sei tUj mìo dolce figlio. 
Luce degli occbi miei ? Non ti ricopre 
La fredda terra? Aperto, alti lasso 1 il seno 
Non hai d' ampia ferita, onde la morte 
Avesti, caro» é gli ooohi al sol per sempre 
Lungi da me clùndesti? Inrano adunque 
Qui t' aspettai, qui sola; invan gli sguardi 
Spinai ansiosa nella via sperando^ 
Che alfin toroasai del diletta padre 
Beato al fianoo}. invan dunque tra queste 
Mura sola sedendo, Ecco, io dicea. 
Porse in queit' ora «i l' ba trovato e il caro 
Capo abbraccia del padre, e dicnan forse 
Qui saranoo ambedue I Chi tal novella. 
Aspettar si dovea, per man^ del padr& 
Cader Irafitlo? E s' ei d' uà figlio il volto 
In te non conoscea, pietado il core 
Come non gli toccò, come squarciarti 
Potè il candido petto, nò il commosse 
Tua verde etadet A. àtt dum^f vegliando' 



.,,.,Kvsk 



212 

E ^iorao e nolle «Ha tua culla il senJD 
Ti porsi e ti notril, se poi trafitto 
Perir dovevi a me lantaao a avvolto 
Nelle foosree beadc in eava fessa 
Scender nel 6or dì giovinazza? Al se«o 
Chi stringerà la ma<ft:e ma ? L' acBrbn 
Doglia chi ia cor le aequeUri, «e uceaso 
Le fu r unieo figlio, e i euoi lamtoti 
Chi ascolterè, cU a lei d' accaot* al tuo 
Loco potri sedersi ?.« 11 padrv, o enro. 
Il padre tuo cereasti, e de) «Mnmioo 
La tomba a meito ti ai aperse; o ai èraono 
Quel monil non •'vcvi eh' io piangemla 
Ti porsi in su) partir T Non t' «ra ei segna 
Del geBÌIor, di RùstemT Tu nascosto 
Porse il serbavi, o fnrse ìmitit cosa 
A tua mente pareva? <M paàkè Hai 
Teco non venni e al fianro tua nell'ora 
Del periglio non Taì? Ben conosciuto 
Bùstem mi avrebbe e te con me festoso 
Accolto fra sue braccia, né t' amia 
Col crudo ferro trapassalo il core. 
Cosi dicendo si sveilea le inolli 
Chioaoe da4 cape, e il peli» e il vello insieme 
Battendosi co' pugni, a nume il figlio 
Più e più vtrfte chiamava. A lei diotorao. 
Stavan le ancelle s!]i|OttKe e i servi 
Oh' eran parecchi nella reggia. Asciutte 
Nessun le d^ia «vea, ma lagrimando 
Mirava lei che dì lantenti intorno 
Fea risooir la stanca; e -aliar <^ oppressa 
Dall' inflaija doglia come morta 

.■•'"8''^ 



!2t3 
Cader lasciossi al 3UoI ( le gote uà freddo 
Sudar le ricoprìa, lente le palme 
Peiidevaole sui fianchi), il cor si strinse 
A tulli in seo per tema. Alfin levando 
Lenta il capo rinvenne, e a sé dionanti 
Assai piangendo fé recar le vesti 
Del morto figlio» le baciò, le strinse 
Coo mesta gioia al seno. Altri l' incurvo 
Arco te presentavo, onde solea 
Sobràk, raaciuUo ancor, lìaoi e tigri 
Atterrar ne' deserti, altri la lancia 
L* porgea con la clava e il flessuoso 
Laccio e lo scado. Allo spetlacol fiero 
BloDovossi nel cor dell' infelice 
Madre I' acerba doglia e le pupille 
Parve chiuder per sempre a morte in seno 
Allor che le rifulse il lampeggiante 
Acciar del figlio al guardo, onde per tema 
Impallidian gli eroi. Le gote alfine 
Tergendo si levò, ancor del figlio 
Baciò le vestì e le sparli tra i servi 
E tra le ancelle ohe le fean corona (1). 

(I) In quest' ultimo braoo ho stimata di dover reatriii- 
gere assai, poiché il Poeta tra le altre cose die non 
potrebbero reoilersi convenicntomeate io versi italiani, 
ripete ^tesso sotto altra forma ciò che ha detto prima. 



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.Ciiojilc 



APPENDICE 



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3, Coniale 



Dal greco di Hihneriio. 

Come DasGon le foglie Dell' amena 
Sti^ioa di priourera, aliar che ai ra^i 
Oeston dH sol, emì per breve Incpo 
Noi godiam del bel fior di giovlDezza, 
Ignari per favor dei somini Dei 

. E del bene e del male. O^ora al noalro 
Fiaaeo eì atan le nere Parche, e 1' uHa 
Della trista Tecehiezza, e delia morie 
Tiene I' altra il coofine; e tanto il frutto 
Di gioviaezia dura, quanto il sole 

' SttHa terra rìsplende in un sol grànio. 
Ha poi che passò il tempo della prima 

' Etsde giOTflnil, più dolce e cara 
Della vita è U morte; oppressa giace 
AlttH* l'alma dai mali, aUor la casa 
S' alDI^ft, e della trista povertade 
Sopravvengono l' opre. Altri non ebbe 
Allegrezza di figli, e desiando 
La dolce prole ad abitar discende 
Sotterra nell' Atcmh^" altri si giace 
Con egro corpo lungameale, e il mais 
L'alma gli rode. Non si trova In terra 
Alcun mortale, a cui Giove non abbia 
Parecchi mail di^niwto io vita. 



,,„,.... C()o>^lc 



iRcmtrao DI Rana con Guvìdìgbiiia, 



J^'Mdw del Bamayana '( Adieanda 76-77 ) 
tradotto dal ionterito. 



VUTmmltn nUo d«1I& cmU del C»atrl (i), ma pei Muterità 
lnaodila Inùthtliwl % dlgnlU J>runii|lc>, recatoli d> Daawa* 
ttaa dgDon di Alodbla e discendente d>Dk ittrpt degli lea**- 
cnldi, lo prat[> di oonsedergll U bffllo Sama per nit lacrUiio 
diiturtetagli lUl BacHMl, itlrpe di glffuitl abUMoti di Luca 
( Oellan ). Duuatlia, bench« contio ma ▼oglla, eonced* n ttgUo 
a Vlavaihitra, ti qaale, con eiao Bama s con Lacamana, altro 
Dgllo di Daearatlia, il pone In viaggio e gliiDge al sqo aog- 
glomo n^l'Viano perfetto, laddere compie 11 lacrlfldo, pro- 
tetto da KatM. In.qael tempo (Uana** re ài ICIthlla oelebn 
nn aoleaiie laulflda' VUraniltra penM di condor B«in^ a 
Kltblla non tanto perohS egli auleta al sacriOiAo, quanto ui> 
Cora perdA regga nn arco mera^lgtioao . coneerralo nell» reg- 
gia di OUnaca, • al provi a tenderle. Blta dgOa di OiaoBea 
doveva euer data In iÓMa » cU er« lo grado di tender «nd- 
l'atco. Barn», glnnto a Ulthlla «on, TUramltra, Io tende • 
epoaa Sita, a Lacunana prende Urmlla, «creila di 8tt» Btewa. 
Datarattaa allora al reo* a Mltbfla, poi, celebrate le noiae, boi 
Agli e con le nuore al pone In «leggio per rllomare ad Alodhta. 
Nel viaggio el fa loro Incontra no altro Berna BgUo di Ola- 
madaghnl, e perb detto Bama <HaanadaglmIa, « (Ada Bama 
figlio di Daaaratlia a tenderà un Inunenao ansa eh' et^U «Ione 
recando (F. futayou, ed. Sirtmìo). 



Trascorsa era la notte, e Visvareltra, 
Il divino «reniu, qd lieto «ddio 



(1) Kihalra { rad. Mi mqmt. •« domiiMrs ) t^HiSea 
r> jQ taoicrho; i Kaliatri o CMtri toao la SseoniiU tW9 
indiana. 



S1$ 

Detto a Làcsmima e a Rama, «ceelsB prole 

Del possente Dasàralha, si volse 

Pere^p-ioaDdo alle selvose cime 

De' monti boreali. Allor voteiKto 

Dasàratha tornarsi alla regale 

Sua sede in Aiodhla, cortese mente 

Giànaca salutalo, il regnatore 

Di Hithila munita, in via si pose 

Coi figli e con Vaslstba (<). Il vìdebese (t) 

Signor, pria che i regali ospiti suoi 

Sì ponessero in via, di eletti doni 

Tutti volle onorarli, e recar fece 

Seriche vesti di vivaci tinte, 

E gemme e arnille e molli veli e carri 

Di squisito lavor; poscia ben cento 

Mandre veoian di vacche ne' regali 

Paschi nutrite, indi inSnita turba 

Di servi in quattro schiero, e cento e cento 

Giovanette del par belle e leggiadre, 

Con cinti e armille. D'auro un grave pondo 

Arrecavano i servi dalle industri 

Mani de' fabbri hivoratn, ed akri 

Recando lo venian quale dal seno 

Si trae de' monti. E questa era la dote 

Ricchissima che Giinaca ai regali 

Giovantiti offeriva. Egli vagendo 

Pronto a partir Dasàratha, le figlie 

Abbracciate e gli sposi e d' Aiodbla 

(Ij Antico savio, uno dei freeatlori dei figli di Da- 
saratlia. 
l9) Uitliila cliiamavasi anche Yidtha. 



»0 

11 regivttar 'iDacoanìmd, tornoiai 

Alla ridente Htlhllb Coi S^i 

DasAratha fraltanlo e eoo le attore' 

Imprese il suo eaiMBiao, « il preoedea 

Con gli altri preoclter Vukstbft il saggio. 

Così ei torniva alla soa tede. Intanto 

Per r aria oaeura un uist» Btuol d'augflll) 
Incontro gli venia, damoo o svenlura 
CoD voi sinistro aaauoiiaado; iotauto 
Le fiere uwile da le selve, i; tristi 
Del cielo auguri superando, incentra 
A destra gli veuìan (1), Smarrilo in volto 
DasAratha veggeqdo que' funesti ' 
Segni del eìel, Vwbtba iaterrogaada 
Cosi si volse: Perchi mai gli augelli 
AanuDEianmì rivenlun, e mansuete» 
romito, perchè vengonot a destra 
Le fiere de la aelva, e perchè in pelto; 
Di sciagura presago il eor mi Irena t- ' 

N' od^ così rispose al re Vasistba, 
N' odi, signor, la fine. Un imnioeAte 
Perìglio ecco t' iBauoiiana gli augelti*' ' 
Grave, tremendo, ma da destra maod 
Mansuete Tenendoti le ficrej 
Cbe fia vinto da le eon ladl prora 
Ti prometloni signor. — Stavaosi aooora 

(I) Con questo a' iatendR una pianisra inéiWM diàa- 
lulare e far riverenza a qualcuno. La parola è pradak- 
«Aiaa tbe il Bopp (Glossar, sanscr. ) spiega: « Honorìfioa 
salvtatb, quae prantatur eircumgredieado aQqunn, ita 
ut dexterum Utus ei adverlatur. n 



,C..K,glc 



2ff 

Tra tor «osì partaodo, «Hor die un vento 
Tempestoso levossi all' improtvlae 
Che polve e sassi ìd vorticoso turbo 
Seco volgeva e aoaeler 1' ampia teira 
Pareo dal fondo.- T«>ebrase a tm (ratto 
Fersi alloFa del otel H nomeose plaghe 
Ed oscurassi il sol così die parve 
Tutto di polve ricoprirsi il mondo. 
Sbigolliro i gverrierì, e s^ette^ soli 

10 quell'ore tremenda importurball 
Vasìstba e gli alni saggi e i ftaghuldì {i). 

ria poscia die posò la negra potve 
eh' avea 1* etra oscurato, riavuti ■ 
Dal subito Slupor, vider da lungi 
Maestoso awmarsi ì guerrieri 
RaBia il lìglfDoI di HJsraadagbni. Avea 
Ravvolta sovra i) capo in ampia treccia 
La luQgtiissioia chlonia, avea apteadenii 
Di vivissima hioc i negri occhi, 
E niua potea mirarlo. Neil' aspetto 

11 dio pareva delta morto e sd lodra (2) 
Rassomigliava nelle (grandi membra, 
Forlitiimo, invincìbile. Una seure 

Su la spalla recava e oe le nwi^ 
Una saette e un envo immeaso, aguale 
A r arma d' Indra invitto. I veaeraiKii 



(1) Sotto il nome di Raghuidi (saescr. Bagkavat) 
s' intendono Dasaratha e i suoi figli Rama e Lacstnana, 
•Mi delti da Raghu uno dei turo antenati. 

(2) Ola indiano; la sua arma, a cui più sotto SÌ ac- 
crnna, è il fulmioe. 



Sagt;< • Va<^ilba, iaoaazi a si quel Ranfl 

Terribile mimodot uguale a n»sa 

Piauuna cbe sale al ciel aet ftuno aTTolta, 

HoriDoràc fra le labbra atcane preci 

Intenli ad arijueuHo, iosien raccatti 

Timidi e sbigcrttiti. — forse uicwa, 

Cosi diceaa tra lor, pel padre uccia» 

Egli s' adira e Ictr ooi tulli a marM 

Peasa, ed avendo iu cor l' ira sopita. 

Pur de' Satri (1) desia sperder la stirpa 

E rinoovar la ungHiaosa strage 

eh' egli un di- fé di loro ? — ^ la cor gmaiTÌti 

Cosi diecauo i saggi, e l' ospitale 

Coppa io allo levando (ì), al Bbrìguide (3). 

Così parlar sommessi: V noi gradito 

Tea vieni, a Hana: accetta, acoeUa, o forte». 

Questa coppa e la pura onda dovuta 

Agli ospiti (Mgaanirai. Ti plaes, 

Romito, e non sdegnarti ! — Riceveado 

Giamadàghnia la coppa, né parola 

Rivolgendo a' qae' saggi, a Rama, al figlio. 

Del possente Daslratbaj sì volse 

Con questi aoceati: Di tua possa è giunta. 

A me, nobii garioo, la fama. Udii 

Che queir arco divim), ne la reggia 

Di Giàuaca guardalo, «ul non valse 

Fino ad ora a piegar forza mortale, 

(I) Ctalri, V. sopra. 

(3) La. parola arghya signifioa in sanscrito quella, of- 
ferta di acqua e- di riso che ai faceva agli ospiti di gran 

(3) Nome della fannlglia dj Rama Giamadaghnia. 



Cou ftieil-prota tu spellasti. Eoc«Iim 
Possaaza degli eroi I Querte dÌTÌiie 
Opre, o Hania, aSGollaodot da la quelti 
Mia selva usaito, per le rie jnoDtuose 
Qua venni ad ineonlEarti, io mpo recando 
Questo grand' arco. Con qucst' arco io- vinsi 
La terra latta. A tenderla se pooìj 
Gaiion, ti prova, e a me la tua virtude 
Cbe non lia pari, or mostra; da le mie 
Mani il rictvi, e questo dardo, acuto- 
V apponi, e il tendi. La diflìcil prora 
Se tu vincer saprai, darolEi allora 
Tenzeoe io tal che io terra celebrata 
Fari col nome tuo la tua virlode. 
Queste parole odile, d' Atodhia 
DasAratha il signor, amai-rito io vo]to> 
Pel timor balbettando e Io mal ferme 
Mani giugnendo in supplicfaevol atto, 
A Giamadègtuiia sì parlò: Si plachi, 
Si plachi, o. Rama, 1* ira tua I Sdegnarsi 
Non si conviene a' BrAnani, e- hi sei- 
Bramano eccelso. Qjesli giovinetti 
Miei figli, eh' io nudrii, movami il core, 
Rama, a pìetade, e li risparaiìal 
De' Bhriguidi dall' eccelsa stirpe 
Ti vanti tu disceso. Di grand' alma 
Erano e miti, intenti alla lettura 
Silenziosa de' sacrati Vedi (1), 
Di castissima vita. Or tu, disceso 
Da lor, certo non dei la. mente all' ira 

(t) Libri sacri degU Indiani.. 

L,.,....C()o>^lc 



224 

E V alma afaliaadoiur. Dinnantt oh ^orn« ' 
A Rìcioa ed a CUrniu ed :ngli. altri 
Venerandi tuoi padri, depomndo 
L'armi a'ìer piedi san^uiiui^ Io mai, 
Cosi giafMti,,qnesbi rip^aoda 
Armi che or ^ì depongo, alle «nmle 
' Pugne non IwnerM <|nefl« é la tua 
Promeoa antica, o Ibwa. 6n dì oanleuie 
Dell' aspi» rìla dd imirìti, 1* «spia 
Terra donaMh» a Otaiapa (1^ alUMeanc, 
Hontane^saWc aodaiti; i: a cfat? se Boeara 
L' armi riprendi per la nia rsvtoa, 
E ancor bi«mi la p^na, e lutti a aiort* 
Oggi vuoi tcataef Vniio in ria loiione 
Rama, il mio figli*) che vai mai Ja vita 
A me vegiio radente? Oh nalti placa, 
EcccIm Bhriguìde, e ma Ae A tuo 
Soccorso implom, ar soItb. Ofa per tua mane 
Rama non dee perir I — Così piangendo 
Pregava il re canuto, e Gianat^baia 
Non euraodo tpifll pùalo, odi' ospetlo 
Di maestà ripieoo, a Runa sneera 
Co^ valse il diseoriot Dm ^rand' òrchi. 
Opra di VisvaoirfBa, nei tre rasudi (3) 
Son celebrati, ep«p, a anni iaibelii 
Intrattabili al paro. Uà d' e»i, e Rana, 

(1) Kagyapa, Mancia Glius , Deorum et Asorarnm 
(demoni) pater, lìopp. Glossar, sanscr. 

(3) VifO(AariKa figlio di Bririima i F artefice d^li 
Dei. — Per i tre idodJì s'inteadooo il cielo, la terra e 
il Naraku o Inferno. 



3, Coniale 



Ed ò quel che spezcaiti, un dì gli Del 
Air invitto TriambàcH offi-iro ifi'doao 
Quando spento volex Trlpiira, « 1' altro 
Simile in liuis al primo e n« la forma 
E in graoduEa e in virtud*, all' imiuorlale 
Vtsoù donwo. Quando poi brsmoai 
Di «afer se Vianù Siva avaousic 
fn virtuée e in dettnsza, wrtr se a Sì«n 
Waiaù cedesse, e qual dei due colesti 
Tnillasse ano più forte, al djvia Broboia 
Per Gwueere il ver n' andaren tutti; 
De' celesti il gran Pcdre (1), eoBweiuto 
il for desire, tra i due numi accese 
Ua« eoMew. Allora i due «eltsti. 
Di vitlOTÌa brunosi, una gran lite 
J>estaro in del. Dintonio tacituroii 
E sospesi a guardar UaTan gli Kn, 
Allor ebe il gran Visnii, misteri'oie. 
Sovrumane parole mormaraodo 
Tra le labbra divine (3), I' arco a un fratto 
Di Siva ralleolò. Stupir |^i Dei 
HentviglJati, e «UodìW si sleLte 
Brabm'a il gran Padre, la divina possa 
Ammirando del Dio. Gli abitatori 
Tutti altoi-a del eido e gt' immortali 
Saggi e i celesti Cièrani (3) il possenie 

(I) Bfabo». 

|3] ti tMlolis Auni-tqwita-= eoi k^e hui*, sìlluLn 
niiitcriosa a sui si altri buUcono Tirtà roajjicbe. 

(3) La parola sanscr. per significar faggio è n'aci. Gli 
onticbi Riict mitici sano selle, rappresentali ilullc seite 
15 



a3« 

VjsDÙ prcgiro uniii oaile )> fugoà 
Smeltesse e Sìvn noa feriua; e anors. 
Visto r arco allentato, dì viiitude 
Concordi giudicir Viaaili miggiore. 
Ma quell' arco alleatalo il i^nM 
Budra un giorao doaiva al MpSaMe 
Devàrata al signor étti Videtiai, 
Deposila Immorial. Quelt.' arca inaece- 
Clie un di Visnii reoavn. e che gli Dei 

Concordi giudìeJbr del Sivaìta 

Arco pid forte, VimA istotio a Jtiuica 
Bhriguide d«n^ fììcica U diade- 
Ali' eccelso suo tiglio, a Giamada^ieì, 
Ond' io nato dm vanto. E po\ .titaMaaa}' 
Di batuglie e dì unguo il mìo giwi padre. 
Deposte l' anù, a. vivw ai riduu^ . 
Fra gli alti nooti ne U Beh» osotiro, ^ . 
E Argiùna il Pa&duìde, meditando 
Atto vii nella mente, a mone il irtfte 
Con le laette aeate, udita, e Rania^ 
Del genitor la morte, con. ipieK'aMo 
Strage de* Sairi io fea per molte etadi (1). 
Cosi pugnando io vkisi )' «apia terra 
E vinta la donai eoa V oceano 
Al magaanìmo Càsiapa. Depesli 
Con r arco aliar gli strali, alla severa 
sulle dell' Orso maggiore, procreali da Brahma; sì riii- 
iiovaiio ad ogni Manvantara n età della aeaiìone. Cor- 
riepondono ai selte Aoietha fptnia o Santi iininorlali 
dello Zendavesta, uno dei quali è lo steuo Onituid. — 
1 Ciàrani sono i cantori a i bardi celeslì. 
(() Argiuna era della cusla dei Salri o Csatri. 



„,.„oj;Ic 



337 

Vita de' solitari mi ridUB&i 

Ed abitai del Meru le profonde 

Silenziose valli (1). Là mi giuase 

Di te iio«eils, o lUma, e del gnnd' arco 

Di Giànaca spezzato} e aacor cke avessi 

L' armi deposLCy e ancor ehe la qulcla 

Vita trae»! de' rooDÌti io suite 

Opre passaodo i luoghi gràrni e 1' oro 

Gelide della notte, pur taat' aa«i 

Non valsermi a domar l' irreifuieto 

Spirto di pugna decioso; « quetfo 

Divino arco prendendo da le sante 

Mani trattato un dì del mio. grand' avo 

E del Olio gBiHlor, qui discendendo 

Dalle cime d^l Mera, ad ÌBcaniraFti 

Men venni, o Rama, Il prendi adnaqae, il prsmli, 

Non ricusar la |»oTa, m de' Satri- 

Seguir brami le leggi- Or ta, se il puoi, 

Tendi qaoaìo grand' arco, e dopo a un' altra 

Pugna qui meeo ti prepara. — Udendo 

Quelle parole, JUua, il regal .figlio 

Del signor d' iiodhMv ebe fino allora 

S'era del genilor per riverenza 

In silenzio riniaao, a tiiamadaghnia 

Così parlò, dd cor non trattenendo 

L* impelo g(CBero$o: Udite, « fi>rte. 

Ho r opre tue meravigliose, udita 

Ho lu vendeiia che pel padre ucciso 

(1) Il ytera, Mipò; presto i Greci ( Arriaii, Exped. 
Alex. V. f , 6 ), neIJa catena duU' Hioiavanl o Himalaiu. 
È l'Olimpo indiano. 

L.-,..,. Cookie 



Ti prendesti di noi; né vitapera 
Merli n& biaamo. Nella polve estiiiU 
Caddero, ed io auA so, beo mille « mille 
Satri gagliardi per tua nana Ofa crude 
Opre della veadeltal E ohi meDimei 
citi Tanto ne polrlat Ma laagamente 
SupN-bo aoa ne andrai. Qua la saetto, 
Qui l'arco a me! Vedi s' io tremo, e T«di 
La mia virtà. De* Satri è grande ancora 
La fona, o Rama. — Sì dicendo 1' arce 
Tolse di GtanMdflghnia il giovÌo«Uo 
Alqoanlo sorrideado, indi 1' eotiU 
Rilucente saetta in sa la eorda 
Adauaado la trasse, e quell* immenso ' 
Arco strìdendo cesse all' immwtde 
Fona di Rama; ed egli, «[uel divio* 
Arco allentato, a Giamodaghaia ancora - 
Cosi disse volgendosi: Tu sei 
Bramano, e Rama, e venerarti jo deggio: 
Tale è il voler di Visvamitra. lo dunque, 
BencUè il potessi, questo ohe ove giunge 
Subita morte arreea, acuto dardo. 
Contro non vo' scagliarti, ben con esso 
La celeste tua via torroltì o i mondi 
Divini, iocom))arabili. Non punte 
Questo dardo celeste, che V umana 
Superbia abbassa, iavan dalle mie mani 
Volar per l' aure. — . Allora del pensiero 
Veloci al paro \i}, Braltma e gli altri Dei 

(I ) lUano'giavah i±> colla vclocitfi del pensiero; . cfr. 
J' wsre v6r)ft.a dei Greci ( Homer. Hymn. in Apoll- 
Pylh. 8 e £70 — Hesiod. Scut. Hercul. S23 ). 



3S9 
Discendeado dal elei, veaner di Rama 
A Gonifmpler la possa, del gran figlio 
Dì Dasarìtha, cke sei pugno invitto 
Stringea l'armi eeletti. 11 figlio allora 
Di Giamadaghni aatìeo, col divino 
Occhio dal cielo in letn in un baleno 
Visti «alar gli Der, con la profonda 
Ménte orniri conoscendo procreato 
li Ragbuide da VisnA (4), d'insolito 
Ten*or compreso, » luì questa preghiera 
Volse le man giognendo: Allor eh' io diedi, 
Rama, la terra a Usiapo, Lontano 
Da questo regno mio, così ei mi disse. 
In etemo rtanri; — ned io la lem 
Abitai da quel giorno, e a la promessa 
Fedel mi atlcnoi, né fia mai ciie manchi 
Rama a ciò ebe promise. Or tu le vìe 
Celesti non mi toglier con quel dardo, 
Giovinetto regal; mi togli invece, 
Toglimi pur, se il vuoi, gli eterni mondi: 
Minor sarà lo scorno, lo ti conosco, 
di Madhu uecisor (2) deh mi perdonai 
E propizio mi rii ! Ecco le schiere 
Ti guardan degli Dei, guardanti, o Rama, 

(1) Rama era una avatara o incarnazione di Visnù. 
(3) Uccisore di Hadhu i Visnù; ma essendo Rama una 
iacarnazione di questo Dio, cosi ai attribuiscono a Ini i 
falli e i nomi di Visnù stesso; più sotto infatti sì dice 
Rama tignare del lergemiao mondo ( cielo, terra, inferno ). 
Giamadaghoia aveva ciò conosciuto per forza di medita- 
' zione religiosa, come si legge [liù addietro. 



.CAìogk 



Armato di queir arco, iiguale (n (ulto 
All' ecc^o Visnè; Signore ìnvfttd 
Del tergemino nxtndo, a le dinnanzi 
Riverente io m' tùi^hio. A Me TergugHfl 
Certo non porterà 1' n*er ctriulMo 
A te dmoanei il eaptf, a me ehe un giorno 
L'Hmpià terra vincea eon l'armi avfte! 
Cosi dicea pregando. Il gtortoao 
Figliuol dd sire d' AiadMa, ^ual' lampo, 
Slancia la Td^iasima saetta 
Nei mondi eterni del gran Rart»< Il Agito 
Di Gìamadaglini aUor privo HmMe 
Da quel di de* suoi mondi bteMameiri^ 
Per quel dardo divino, il flagfculde 
Celebraron gli Dei, p^eM aul otnTi ■■ 
Per l' aer teloef tMicttn-endo, ftl' eitU 
Fecer tutti ritorno} e €IM)adiiglinia,'> 
Inchinalo a man dAira il Rti^dldtf, ' 
Di Dasaralfaa il figlio; rfptwidtfttdd 
Gli erti sentiert, «t tu» ai rkMdiMè 
Sileniìoso Mtd su le naneagiVe. - - 

inno ut, Sol» 
tradolto dtxt xeni; Hhmthed tdtkf Vf. {\). 

II Sol fulgido, eterno, di veloci 
Cavalli agitator, per noi si adori. 

(() Khurshed Yatkt significa appunto in (lehleTico LodM 
del Sole, Il testa zendo comiaeiavOihffearekhthaéUmamet- 
hem raéin awvathafpem yaxamaidé; soìem-uìtìdum, immor- 
tuleiQ, splendLdum, raptdis-equis praeditum adoratnns. O ' 



st 



Allor che all' oriente ì malUitìai 
Raggi appaiou del Sol, levangi talli 
A mOlc a mille gì' Imniortali spini 
Del cielo abitatori (1), e 1' bIuib luce 
DI lui lieti accogliendo, per l'oscura 
Terra da Dìo sreala in mille guise 
La van ergendo, ai efae forti e belli 
Fand a un tratto per lei tutti del mondo 
I puri corpi, e forte e hello il mondo 
Si fa con l' almo Sol fulgido, eterno. 
Dai vdoei cavalli. Al varco appena 
D'oriente si mostra, ei la feaonda 
Tetra inaiem con le chiare aeque seorTentì, 
Con le fontane £rÌataÌllno e i laghi 
E le morte paladi, atto uel cielo, 
Col suo fulgor purifica, e per hii 
Pura si rende Ogni erealn con. 

Ma se il Sol non torgesse e fredda e oscura 
Si restasso la terra invano un raggio 
Animator ehiedendo, ogn' uom che sloota 
S' ebbe dal ciel ne la region terrena. 
Cruda morte e seeura dai maligni 
Devi (2) s'avrìa, né alcun spirto celeste 
Reaister mai. potrebbe alle irrompenti 



letto è veramente in proas, ma lo perla natura poctloa dei 
peiiiieri ho Mimalo meglio di versiBcarlo; Ih lingua è il 
gend, meglio antico batlrico, nella qualu è scritta gran 
pirta dui Libri Sacri dei Persi- 
ti) In icitd Kiuota spiriti, altri celesti altri terreni. 
(8) Spiriti rasli^Tii aemiei dell' uomo; sead daéva, pers. 
dio. 



.Cookie 



532 

Schiere e apportar salvezza, ancor so afSiUoj 
A questa de' mortali egra famiglia. 
Mh chi con retta ioteaiìoa 1' eterno 
Sol risplendente adora, di veloci 
Cavalli agitalor, eoa le inimiehe 
Teoebre corabaltendo e in un coi Devi 
Dall« tenebre nati, e m eoo fermo 
Cor resistere at vesti onde l' incauto . 
Mortai vien tratto a perdizion dai vagiti 
Spirti dell' etra abilatur, né teme 
Cbi magic' arti adopra o chi, nell' ombre 
FÌdan<lo, degli averi altri disponi a 
Con man rapace, né paventa al nome 
0' Anbra Mùnyo appoctalM* di morte. 
Questi bealo e pio Ahura esalta 
Il Dio de' padri suoi, Hftoma esalta 
Ed i Santi immortali, eletta scbiera 
Del gran Fattore (1)- E a sé rende i beati 
Spirti propui cfae eoo 1' uom b statua 
Ebbersi in terra, quei che retto e pio 
Il Sol fulgido, eterno, di veloci 
Cavalli agiutor venera e cola. 

(1) Qui li seceniuno le Pairika, ipiriti ftoiminili cbe 
con la loro brìlttt» perdono gli uomioi («.Storia lii Soh- 
rabj //. nota); i Yalu, e&seri lovruroani dati alla ma- 
gia; Anhra Mainya, nome zendo del genio del mate, pera. 
AkrimaK, Arimane; Ahurn od Ahar» Uasàao, nouM &■■> 
Ho del genio del bene, pera. Ormvzd; Awdm ( sanscrita 
Soma la bevanda dagli Dei ), Genio della pianta Aaoma, 
la quale pestata con cerinumie in un mortaio formava la 
bevanda aacra; i Santi Immortali sono 7 .( v. incontro di 
Smna con Hama Giam. nota ). 

,„C.(K)gIe 



S35 
Mithra adunque per me sempre si esalti, 
Mithra dì luce it Dio (1), di verdeggianti 
Pascoli possessor, Mitbra che lutto 
E vede e ascolta, a cui In ben costrutta 
' • Clava è arma possente, onde la morte 
S' hanno del male i tenebrosi spirti 
D' ogni mortai nemici. Anco s* adori 
L' Amicizia con Hilhra, 1' immortale 
E celeste AmieiEia, onde nel cielo 
Concordi vanno e Luna e Sol, dì tutte 
La più para e più santa. Ed io, nell' alma 
Di riverenia e di stnpor compreso, 
A questo Sol splenderne, di veloci 
Cavalli agitaror, vivo e immortale. 
Alzerò con pia bocca un canto eterno. 

Il HE.DiRio OGcmB il falso Siebdi (2}. 

( Dalle iseriiionl MuicIttonDl di BcUitan in anOco penUno ). 

Dice Dario re: Auramazda a me ha dato il regno, 
Auramazda mi ha prestato soccorso, tanto eh' io pos- 
seggo qaesto regno, e per grazia di Auramazda lo 

(4) Mithm (MiSpAf ) it dio dalla laee.di mezzo, il 
Sole che sta tra la luce primitiva ( Orinuid ) e le tene' 
tire primitiva ( gli uomini ) v. tiutii HanMueh der Zead- 
tfraehe, v. milftro. 

(5) NbDb rupe di Briiiitan, aita 1700 piedi, non lonta- 
no da Kirmaosdali Irovoasi motte itcriziooi, datiti foggia 
dei caraiteri dette coneifarmi. Trovamene anelie a Mui^h- 
ab, ad Alvead e a PenepoU, ma quelle di Behi^tan 
sono le più importanti. La Uogua i l'antico persiano quale 



Atago. Dice Daria re: Questo è qudto che da ne 
fu fallo dacché Ìo sono re: Un uomo dì «ome Kam- 
bn^ya figlio di Kuru, della ooittra famiglia, citit fa 
re prima. Di questo Kambugiya eravi agebe uà fra- 
tello di nome Bardtya, della stessa madre e dellq 
slesso padre di Kambugiya. Ma Kanbugiya lo ne- 
cise, e quando «gli l' ebbe uccisor l' esereito bob 
ebbe Doliiia cb' egli fosse morto. Kinbugiya allora 
andà in Egitto, e polchd egli erasi colà recftlOi li 
gente gli si inimiGÒ e l' iafeddtà occupa la profili- 
eia e U Persia e la Media e le ehre provÌAwe ■&• 
Cora (1). Dice Dario re: Eravi uu uoflio, H^go». di 
nome Gaumala, ebe si ribellò in pisijrauvada; An> 
kadris è il Dome del moaia. «ve ei si ribellò. E 
quando egli si rese ribelle, era appunto il di quat- 
tordici del mese di Viyakbna. Egli dinnaaii al po- 
polo mentì in tal maniera: ■ lo sono fiardjya il 
figlio di Kuru, fratello dì Kambugiya >. Tutu la 

liirlavasi ai tempi di Ciro, dì Darlo e di Serse. Nel bra- 
aa elle qui sì dà tradotto, il re Dario raccania eotn' egli 
uccidesse il falso Smerdi che aveva' occupato il trofio di 
Persia, mentre Camblse era in Egilte. Tutto II rsecottto 
conferma mirabiliacnte la aamilaHe cbe di tiA. sfotto la. 
Erodoto al lib. ll(. 01 e «egg. delle sue Storie. Quanto ai 
Qomi pertiaoi, si noti cbe Auramiudti è i| genio 4el be- ' 
ne» seudo lAitr* Matdao, per», mod. Orvtuai, ebe Kif 
TU oorriipoade a Ciro, Kambugiya a CambisCi Bantiya a 
Smerdi.Dario nell'aatico persiana suona Dwt^/aatu, ebrai- 
co i)ory*esfA (vedi Spiei^el, Die AUpcruscbw KaitinschriC- 
ten, Leipiig, léoS). ■— Ho evitata la ripeliùane dei noni 
propri! supplendo eoi pronomi. 

(1) Traduco gmHe e infedeltà le parole Mra e itrauga 
che io Spiegpl reude per Omr e tÀgi, 



genie si sollevò contro Kambugiyti, e dalla parte 
di quello paesarono e la PeHia e la Media e le altre 
proTJncie. Egli ottenne il regna, e 1' ottenne i( gior- 
no nove de) mese di Garmapada. Kanifougiya allo- 
ra si diede la morte (i). Dice Dario re: Questo re- 
gno che Gaumata il Mago tolse a Kambugiya, que- 
(to regno fin da principio era di nostra fami- 
glia; ma Gaumata ti Mago lobe a Karobugiya e la 
Persia e la Media e le altre provincte; egli se le 
af^>ropriiy e fu re. Dice Dario re: Non eravi uomo 
né PereiaDO né Medo, né alcuno di nostra Tamiglia 
il quale fino aHort atewe Udlo il regno a Gaumata 
il Mago. La gente temeva la sua durezza; egli a- 
vrebbe uccisi molti di quelli cbe avevano conosciuto 
r antico Bardiya; e li avrebbe uccisi poiché pensa- 
va: ■ Nessuno deve conoscere che io naa aono Bar- 
diya: li figlio 4j Kuru 1. Nessun» «uva dir nulla 
sul cónto di Gaumata il Mago, fino a che io giunsi. 
Invocai in aiuto Auramazda. Auramazda mi prestA 
soccorso, ed era il decimo giorno del mese di Ba- 
gayadis allorché eoa alcuni fedeli (2) uccisi Gau- 
mata il Mago «quegli uomini segnalati cba gli e- 
rano addAti. Evvi un costella di nome (:ikathauva- 
tis ed lina provincia in Media, Nieaj^ di nome. ColA 
ìu gli tolsi M riegno e 14 uccisi. Per grazia dìAura- 
maxda io fui re, Auramazda mi ha dato il regno. 

^^) Racconta Erodoto (HI. 64) che Cambise morì in 
Ecbatana dj Siria feritosi colla propria spada Del satire a 
cavallo. 

(S) Alla colonna IV (lineo 80-86) Dario ricorda i no- 
mi di questi dEgnilarl persiani che lo aiutarono; sono gli 
stessi nomi che ci ha tramandati Erodoto ( 111. 70). 



Il Gumiihibu b l* VuomoLO, 
favola di SvMtin Vaez tradotta dot pertiaa». 

Preambolo dtl ^oigmrÌBatore^ 

La favola che qtU «1 da tradotta, è tolta da ma raecolU 3t f»> 
vo1« persiBDe delta Anevi Svluia, cloi a din 9li fpltfulart dot 
Coflopo. Oot«ato ìTtua Ì di orlglas IndiaDa, e (a UadattOi o medilo 
rifatto ID diverge lingne d'Orfenteil'antote della traduzione per- 
staoB è BoaielD Vuc Lo Itile di qseate (avele i dlBielle, goo* 
Oo iiMue volte e loverchiHiiente ricco di Immagini e dt Agnn 
secondo l' UBO dei popoli orientali. Tuttavia, tra te tante, alca-, 
ne si trovano bella ed dexlitl, uia delle ctoall è certamente 
goella che qui tradoco. Alla prois è mischiata la posala; ttads- 
cendo, non ho vointo verseggiare i brani poetici,- perobé «ari si 
dttaottano di troppo dal farà a dall'Indole della nostra posai a. 

: Raceootasi din un giardiaìere aveva uo giardino 
.bello ed smeDo, e un venieiv più fresco dei roaeti 
.lleirirem (1); l'jiria di esso era simile all' aria di 
primavera, e la fragrsaza delle erbe odorose pro- 
fumava r anima. 

(versi) Era un roseto simile al roseto della gio- 
vioeiia, le rose del quale erano piene del* 
r acqua della vita (3); il cnnlo de' ^uoÌ 
iisignvoli invitava al jùacere, e 1' aria pro- 
fumata di esso, al riposo. 

(I) Giardino ia 0rieat« piantalo dal re Sceildad, ora 
diilTulto. Coran. LXXXIX. 6. 

{i) V acqua o ia (onte della vita è assai celebra in O- 
lìente. Cbi la irovb fu il profeta Cliisr, che avendaue be> 
vuto acquisii) eterna gioviaezia. 



.C.K,glc 



357 

In un angolo di qResio giardino era un rosaio 
più fresco ddl' albero del piHcere e più alto del- 
l' albero della gioia; in esso fioriva ogni mattina 
uoa roM colorita, simile alla guancia delle leggia- 
dre fanciulle ingannatrici dei cuori. II giardiniere 
assai compiacendosi di quella rosa , andava spesso 
fra sé dicendo: 

( strofa } lo non i« qual discorso faccian le rose 
EoUo le foglie, dappoicbè gli usignuoli lieti 
dapprima, si rattristano al sentirlo (I). 

Un giorno essendosi egli recato, secondo il suo 
costume, a conlemplsr quella rosa, lìde un usignuo- 
lo che lamentandosi stropicciava il becco contro 
di essa, e ne sUccava ad una ad una le foglie. 

( strofa ) Gli usignuoli, quando vedono le rose, 
vanno fuori di sé, e le redini del libero 
arbitrio cadou loro di mano. 

Il giardiniere vedendo disperse le foglie della ro- 
sa, preso da impazienza si turbò e si afflisse; ed alla 
dimane, essendo avvenuta la slessa cosa, Io sdegno 

(verso) ferì per la seconda volta il suo cuore. 

Al terzo giorno, avendo l' usignuolo stropicciata 
col becco Ih rosa, 

{f ) Sono celebri presso ì poeti Orientali, e specialoienle 
i Persiani, gli amori degli aiignuoli eoa )e rose; ■ db 
allude anche la strofa che segue. 



»8 
( versa ) le foglie fiiroau' disperse, e non restarono 
cbc le spine. 

Allora il giardiniere adiratosi contro di quello« 
]}Gse sulla vìa di lui uà laccio ipgaaaatoret e pre- 
solo coir esca della frode lo imprigionò in uiw gab- 
bia. L' usignuolo «confortalo, siccome un pappagallo, 
in comincia odo a parlare, disse: signore, per qual 
ragione m'hai tu fatto prigioDierot e per qual «o- 
sa ti sei indotto a punirmi} Se tu bai fatto questo 
per udire il mio canto, sappi cbe il mio nido tro- 
vasi nel tuo giardino; ogni mattina io canto nel 
mezEo del tuo roseto: se poi dÌTersa fu la tua in- 
tensione, dimmi ciò cbe hai in mente. — Non sei, 
rispose il giardiniere, cbe bai rovinata la mia feli- 
cità; e non sai quanto mi bai afOitto disperdeodb 
le mie care rose? Per tal.falto ben si conviene cbe 
tu in ricambio stii lontano da' tuoi cari e dal tuo 
nido, e che, impedito di volare liberamente, ti ri- 
manga a piangere nell' angolo di un carcere, lo in- 
vece addolorato per le mie dilette rose mi lagnerò 
da* solo nella mia tristezza. 

(strofa) Piangi, usignuolo, se pure come me tu 
ami; poicbè noi siamo due amanti addo- 
lorali, e nostra sorte e il pianto (1). 

Lascia, 1' usignuolo rispose, codesta tua intenzio- 
ne, e pensa cbe io bo avuto il carcere per <iver 

(I) Questa strafa è di Hafiz lirico persiano, nato 3 Sci- 
rae sul principio Jel aec. XIV di C. 



,„ ,.C()o>^k 



259 
disperee {e-foglie di una roso, tu invece che lui 
lacerato un cuore, pmsa qnal sarà U tua sorte 1 

( versi ) Il cielo che sì rivolge su di noi, veg- 
gendo tutte le cose, cooosec il bene ed il 
male; colui che fa il bene, bene riceve; 
colui cbe ta il male, coglie male in ri- 
cambia. 

Il giardiniere, persuaso da queste parole, llbei-A 
l'usignuolo, il quale, sciolta la lingua in liberti^ 
disse: Paicliè^ tu mi hai beneficato, secondo quella 
seoteiua che dice: — t Vi é forte ricompenta del 
bmeficig fuori del beneficio stesm? > (1) — , con- 
viene che io pure te ne ricambi. Sappi che a pie 
dell' alberOf sotto il quale tu stai, sia sepolto un 
vaso ripieno d' oro; preadilu e spendilo per il tuo 
bisogno. — Il giardiniere scavò in quel luogo, e 
trovato vero il delta di quello, gli disse: lo mi me- 
raviglio, o usignuolo, che ta vegga sotto il suolo 
un vaso d'oro, e non abbi veduto un laccio posto 
a fior di terra. — Non sai, rispose^ cbe 

( senleaza in arabo ) Allorquando, il destino è stabi- 
lito è vana la prudenza! 

(ver^a) Non può 1' uomo eontend^e in niiui 
modo colla sorte. 

Allorquando il destino è stabilito da Dio, f oc- 
chio dell'avvedutezza non ha più luce, e la pru- 
denza e la cura non apportano nessun gìovamenlo. 

(I) Sentenza in arabo del Corano, cap. LV. 60. 



Stdbu dbgu ARitenr d& Ami pino ad Andsbatar 

SECONDO ClàlCUM 

tradotta daW anneno. 

Aram figlio di Harmi guccedeodo nel luogo dd 
padre suo direntò celebre bsmì per tutto il mondo, 
imperocché postosi io Animo, come prudente valo- 
roso, di operare, fece molte prodezze, e curando i 
beni paterni, li ampliò dai munti del Caucaso fi- 
no ai monti Durusi, scacciando tutti i nemici che 
da poco tempo averano iacominciaU) ad entrare in 
quel paese opprimendo la gente. Udo di essi ert 
Niucar principe dei Metazuc o Medi, uomo arrogao- 
le, il quale negli ultimi tempi di Harmi avendo ra- 
dunato un esercilo sui confini degli Armeni, li ten- 
ne tributari per due anni, e minacciava di invadere 
il paese. Ma Aram raccolti tra gli Armeni uomini 
forti e nel fiore dell'età, cioò arcieri e armati di 
spada intorno a cinquanta mi la, e volgendosi verso 
quella parte del proprio paese che Ntuear aveva oc- 
cupalo, all' improvviso, in un giorno solo, prima 
ebe sorgesse ÌI sole, Io raggiunse e fece impeto su 
di lui. Assaltatolo, ne [aglio a peni le schiere che 
erano in gran numero, e preso Niucar istesso Io 
condusse via da Armavir, e comandò che gli fosse 
confitto in fronte un chiodo di ferro e che fosse 
appeso alla sommità di una torre sulle mura, spet- 
tacolo di chi di là passava. Poscia sottopose a tri- 
buto parte dei dooiinii di Niucar fino al monte 
Zarasb. 



L,.,....C()0^^le 



341 
Alcuni anni dipoi Parsham re di Babilonia assali 
il paese degli Armeni: erano quarantamila fanti e 
cinquemila cavali!. Aram allora, presi ì suoi arcieri 
e quelli che portavano spada, si mosse contro di 
lui, e assalitolo ad insaputa delle scolte ne cacciò 
in taga le schiere, uccidendo un gran numero di 
uomini. Infine poi preso Parsham, lo uccise. 

Quindi irruppero dall' occidente, dai confini cioè 
della Cappadocia, quarantamila fanti e duemila ca- 
valieri. Baiapis re di quel paese, che era della stirpe 
di Cam, vedendo che Aram stava per occupare an- 
che i suoi dominii, uscì contro di lui per dargli 
una forte battaglia. Ma Aram uscito alla sua volta, 
lo pose in fuga e lo cacciò in un'isola del Medi- 
terraneo, che era Cipro. Ritornando poi di Cappa- 
dociaj vi pose per prefetto uno di sua genie, Mshag 
di nome, e diecimila schiere sotto dì liii per la cu- 
stodia del paese, e comandò che gli abitanti di esso 
parlassero la lìngua degli Armeni. Egli poi si tolse 
dalla sua patria, dall' Armenia. Fece poi maggiori 
prodezze in diversi paesi e molti miglioramenti, e 
divenne celebre, poiché dal suo nome si chiamava 
Armenia da tutte le parti il paese nostro, e il po- 
polo, Armen o Ermeni, cioè Armeni. 

Allora Hshsg ti prefetto, che nei libri greci chia- 
masi Moshoc, fabbricò in CappadociH una ciitit e la 
cìnse di mura. Egli la chiamò Mshag dal suo nome, 
ma gli abitanti di quel luogo non potendo ben pro- 
nunciare cotesta parola, 1' appellarono Mazbag: essa 
poi fu delta Cesarea, cioè Zaiseri (1). 

(I) Cotesto È il nome armeno di Cesarea. 



242 

E perchè quel pae^ che Aram arava conquista* 
to era fuori del grande Hai, perciò si ehiam^ it 
primo Haie, fuori del Hajasdan grande {i), e con 
denomina Itone speciale fu detCo AriBenia dai Greci. 
Perchè poi Aram a poco a poco aveva coiiqubui» 
molti nitri luoghi di quelle regiuni e ii aveva riem- 
piti di abiutori ed xvcva loro imposto di parlare 
armeno, perciò quei paesi ancora si eliiamarono 
secondo e terzo Hmìc: cosi trt luoghi ebbero il no- 
me da un piccolo tlaic. E perchè oltre a quei4e sta* 
va una delle quindici provincie della grande Armo- 
nia verso r Eufrate, per riguardo dì esse anche 
quella fu delta quarto Haic. Avvenne poi che re- 
gnando in Assiria Nino uno dei discendenti di Belo 
con assoluto imperio e rendendo sempre pili gran- 
de il suo dominio, giunto a sspere dalle storie che 
Belo suo proavo era stato ucciso da Haìg (2), si 
pose in animo di vendicarsi sui discendenlì di lui; 
e però già slava per movere contro Aram. Ma poi 
sì distolse dal suo proposito per consiglio de' suoi 
grandi che temeveoo per la fama delle opere glorio- 
se di Aram. Fatta quindi la pace, egli lo chiamò suo 
vicino, e gli permise di portare una corona ornala 
di gemme, ciò che a quei tempi era segno dì gran 
gloria. Aram poi, dopo aver governata la sua gen- 
te interno a cinquantotto anni, mori, lasciando it- 
governo del popolo al figlio suo Arah. 

Arah figlio di Aram, per la beìlezia del volto 

(1) Tutti questi nomi, ffaj Haic e Hajaidan, signiSc*- 

(2) Haig il primo eroe armeno. 



94S' 

dètlO il Bello, governando gii Armeni fa onorato 
da Miftd. Egli oi^nò di nuovo il regno d'Armenin, 
^ da lui aoolie qudla regione, di cui ere metropoli 
Armavir, si disse Ararad o Ajrarady e da lin pure 
tutta r Arraenifi, éome pure il regno degli Arraen), 
si cbiooiò Ajramrfean. Egli poi dopo aver vissuto 
aluWit anni, ebbe Gartus da Nuarti moglie sua. 

AvyeDDe poi clw in quei giorni essendo morto 
Nino, «bbe il ivgn» degli Assiri la moglie sua Se' 
mÌTMDlde, olie fu prima tra le donne a regnare. 
Essendo costei «tota ai piacert e aVendo udito della 
bellezza di Arali, g4i mandò messi, perche venisse e. 
la sposasse e regnasse in Ninive, impure, dopo a- 
verta compiaeiuia, se ne rìlornosse con molti doni. 
Ma dopo m(dte ambascer4e, poiché Arah non aveva 
accettato un cosi indegno invito, SeniirBnHdc si voi- 
se contro di lui con la guerra, e ernnandò a' suoi 
che facessero di prender vivo Arah. 

Arah \e mosse co' suoi incontro, ma nel venire 
alle mani egli cadde nella mìschia e mori dopo a> 
ver regnato intomo a ventisei anni.Semirimiideal- ' 
r nfir la morte di hi si ratlrìBlA e pianse, e co- 
maodò dì ricercM-ae il corpo e di porto io luogo 
sicuns poiché pensAva con incarni di farlo rivivere, 
se puteva. Ma le schiere Armene eccitandosi a ven- 
dicare la morte di Arah, sì prepararono con tutte 
le forze alla battaglia contro Semtrainide. La qnale, 
quando vide die con gì' incADti non poteva rìsu- 
seitsre Arah, tanto più poi che il corpo impuiridiva, 
comandò di gettarlo in una gran fossa e di eoprirlo, 
e posto io luogo di lui uno de' suoi amanti, fece 
sparger voce che i demoni avevano risuscitalo Arah 



ogk 



24i 
alla viu. A quella voce le schiere degli Armeai 
quietaadosi cessarono la battaglia, e Semiramide, per 
i' amore di Arah, pose nome Arah al figlio di .lui 
Gartus che era di dodici aoai e lo ripose al auo 
posto. Dimorando poi essa qualche tempo tra gli 
Armeni e ammìraDdo la bellezia dd cielo e la pu- 
rezza dell' aria e le acque limpide delle fontane, 
fabbricò all' estremo del mere Agthamari (congiun- 
to alla parte meridionale ) una magnifica città, im- 
piegando in queir opera dodici mila operai e sei- 
cento maestri lii lutto le arti. Questa è la città dì 
Sliamiramagcrd (1), che poi si chiamò Van, e fu il 
soggiorno di Semiramide nell'estate. 

Garlus poi, che chiamossì anche Arah di Arah, 
dappoiché ebbe il regno di Armenia, generò Anusha- 
van, e lo consacrò ai pioppi della selva di Arme- 
nagi presso Armavir, perchè colai che era consa- 
crato a tali piante stimavasi santo e semidìo. Cre- 
devasi infatti che gli Dei fossero prniH<ii dì quei 
pioppi, e per questo Annsliavan chiamasi anche 
Sos (S) o sacro ai pioppi. 

In quel tempo Ninuas figlio di Semiramide si ri- 
bellò alla madre sua, e dopo averle dato terribili bat- 
taglie, fece sì che Semiramide fuggisse in Armenia 
e congiuntasi con Gartus corresse incontro a Nìqhbs. 
Ella mori in battaglia con Garlus nell' età dì eessaa- 
tadue annii Gartus invece nell' età di trent' anni, 
dopo averne regnato dicioUo in Armenia. 

Anushavsii figlio di Garlus per la sua [anciullez- 

(IJ Cioc città di Semiramide. 

(2) Sos in iirnieiio significs. pioppo. 



XZoaglc 



245 
za, essendo nell' eti di quattordici anai, cadde nei* 
le mani di Rinuas, e dimorò nella sua reggia sic- 
come prigioniero e figlia di principe. Ha poi cre- 
sciuto Degli anni, compiacendo ai grandi di lui e 
per la dolceiza dell' indole sua essendo slato fatto 
libero dalle mani di Ninuas per loro intercessione, 
si^ prese una parte dei suoi domimi dopo aver prò* 
messo di pagargli tributo. Fu uomo sapientissimo 
e valoroso e riprese dopo qualche tempo tutto il 
regno. Fece molti emendamenti, e dopo aver vis- 
suto intorno n sessantadue anni dopo la morte di 
Gartus, morì. 

Viaggio di Ibn Bitutau all' Isola di Ceilan 

tradotto dall' arabo (ì). 

Arrivammo alt' Isola di Ceilan, e vedemmo il monte 
Serandib che è in essa. Il Sultano di Ceilan è in- 
fedele, potente in mare, e tra il suo paese ed El- 
Mabar v' ha il cammino di un giorno. Arrivai a- 
dunque a Batalet, città a lui soggetta e sua metro- 
poli. Presentatomi, gli dissi che ìo era amico del 
Sultano di El-Mabar e che era mio intendimento 
recarmi da lui. Vidi il lido della città di Batalet 

(I) Ibn Batutah, naiivo di Taoger in Barberia, parti- 
tosi ael 132S dalla patria, visilb 1' Egitto, la Persia, l'In- 
dia, la Cina, a più lardi la Spagna e t' Africa fino a Tom- 
buclou. Scrisse una relazione de' suoi viaggi di grandis- 
sima importanza, benché Ulvolta v' introduca favole e 
notizie false o di poco conto. 



pieno di legno di cannella « di campeggio cbe »i 
trasporta pei torranii e sta sul lido oome a nm- 
lagne. 1 Hi«roaati di El-ftUbar m preadoao stacM 
preiio, e soltanlo recane al Sultwio di Ceilaa qtml* 
clw poco di v«atj. Uu giorno '«idi alla presenta dal 
Sultano molte ganow, e j aervi «be spartivano k 
-più piccole dalle più grosse: ora nei paese di H«- 
gbas (I) trovaosi le gemme. E afendawi detto il 
Sultano, Non temere^ ma prandi oiò clie vuoi; io 
gli risposi cUq mio intenditneoto oelrscarpiiaqutl 
paeM poi), era se non quello di visitare il piede M 
padre nostro Adamo (2), sul quale sìa la - prugbii^ 
ra e la pare. Ora in quel paese Adamo ebiamasi 
Babà, ed Eva, Marqa. Egli altera mi rispose: Gotesta 
è poca cosa: noi manderemo leco chi ti vi condiva 
rè. — Hi diede allora alcune g^mme e destinò una 
nave sulla quale sarei salito, e cbe doveva aspeltar- 
mi allorquando sarei tornato dalla visita; mandò 
con me quattro Gioghi (5) pratici di quel viaggio 
cbe facevano ogni anno per visitare il Piede, e p^ 
' recchì Bramini e molti dd soldati e de' servltérì 
che recavano le nostre vettovaglie. Quanto all' acqufi 
essa abbonda in quella via. 



(<) PaAie di Ccilan. 

(3) I RliDsulmani dicoDo che Adamo, cacvialo dal Para- 
disa, si trovi) lul molile Serandib nell' isola di CoiM,' 
dove stampò l'orma del suo piede. 

(3) Gioghi corrisponde al SBii«crilo yogin, sscetti dia 
pratica la j/oga, cbe k il modo di collocar tutto se stesso! 
nella cognizione di Dio; cili ohe sì ottiene ootla contem- 
plazione misli<'a di Dio e con la moriiCcpiìooe del corpRn 



247 
Arrivanirao aduiique a Man>r Mendclì, bella cillà 
ed uliima dei domiari di quel Suttauo. In esso Don 
vidi se non un Hassuimano Irai tenuto vf si per ma- 
lattia, il qoate fece il viaggio con nnì, e così af 
■baiamo insieme u BenderSelevct, piccolo villaggio. 
Di ik capiummo in un luogo scabro, abbondante 
di acqtie e abitato da molli elefanti^ i quali non re- 
«nno alcun fastidio ai viandanti né a cbi visita quei 
Kiogbi, in grazia del Sceicco Abu Abdaltah Ibii Klia- 
6f. Questi fn il primo che aprì quella strada a cbi 
si recava alla TÌsila del Piede, poiché gb' Infedeli 
ne impedivano i Mussulmani, recavan loro fastidio, 
non davano cibo ni modo di comprarne. Ha allor- 
quando aiicadde ad Abu Abdallah ciò che ora ri- 
cordammo, prima che fossero uccisi gli elefanti ai 
suoi compagni ( egli solo e il carico dell' elefante 
che montava, sì salvò ), d'allora in poi gli Infedeli 
soccorronii i Mussulmani e li fanno entrare nelle lo- 
ro case; onorano anche oggidì quel Sceicco echia- 
manlo II gran Sceicco. Di là arrivammo a Cbena- 
ear ciltì del grwn Sultano in quel paese, fabbricata 
in un seno angusto Ira due monti sopra mia gran 
vallea, detta la vallea del rubino dai rubini che vi 
si trapanò. Fuori di coIcsU cillfi trovasi la moschea 
del Sceicco Osman di Scirai, che il Sultano ed il 
suo popolo liiitano ed onorano. Esso Osmao fu co* 
lui elle scopri il Piede; ma allorquando ebbcmozzj 
e piedi e mani, it governo passò aj figli ed ai ser- 
vi suoi; la cagiona poi per la quale tu mutilalo in . 
(al maniera, fu 1' aver egli uceisa una vacca. Ora 
È ' t^ge pr«s$o gì' Infedeli d' India cbe colui il quale 
uceide una vacca, venga ^Ij stesso ucciso al mede- 



"8'^ 



348 
sìmo modo, oppure arso ravvollu nella pelle di essa. 
Era onorato il ScHcco Osmaii presiHi quella geate^ 
pure o' ebbe mozzi mani e piedi, ancorché avesse 
fià oUenuto da loro il prodotto di alcuni mercati. 
Il Sultano di quel paese chiaronsi El-Cunar, e pres* 
so di lui trovasi l'Elefante bianco, del quale noa 
ho visto mai nel mondo un piili bianco; egli lo 
monta nelle feste e gli pone sulla fronte rubini 
grossi: tali rubini sodo carbonchi, che irovansi in 
quella regione; e di essi alcuni si traggono da queU 
la valle, e questi sono presso di loro in gran pre* 
{io; altri invece si scavano. Neil' Isola di Ceilao 
poi trovasi in ogni sua parie il rubino, ed è pro- 
prietà regia. La genie compra alcuni tratti di ter- 
reno e li scava per trovarvi il rubino e vi riovie- 
ne pietre bianche facetUte che lo rinchiudono; esse 
si danno ai levigatori che le levigano e ne separa- 
no il rubino; ve ne sono di rossi, di gialli e di 
azzurri. Secondo poi un loro uso appartengono al 
Sultano quelli tra i rabini che giungono al pre/io 
di sei denari d' oro, e questi si danno a lui ed e- 
gli li prende, mentre quelli di minor prezzo sono 
de' suoi famigliari. Tutte le donne dell' Isola di Cei- 
lan hanno collane di rubini di vari colori, che esse 
pongonsi alle braccia ed alle gambe in luogo di 
armille e di braccialetti, lo stesso poi ho visto sulla 
faccia dell' Elefante bianco sette pietre di rubino, 
ciascuna delle quali era più grossa di un uovo di 
gallina; e vidi pure presso di quei sultani infedeli 
un piattello della grandezza di un palmo tutto di 
rubino, contenente olio di agallaco. In cominciava 
già a meravigliarmene, quando mi fu detto che i>res- 
so di loro trovavanscne di maggiori. 



S49 
Mi partii quindi da Chennfcar e giunsi ad una spe- 
lonca detta El-Csta di M«hmud Ludita, il quale era 
dei Fedeli e si aveva eletta quella spelonca alle falde 
der monte presso una valletta. Di là giuniti aduna 
vnlle delta Valle di Bauzuneh; ora Bauzuneh sono 
le BCÌmìe (1), che in gran numero Irovansi in quel 
monte, di color nero, con lunghe code, e i loro 
maschi hanno harhe umane. E mi raccontarono at- 
euDÌ degni di fede che qaelle'scimie hanno un capo, 
al quale obbediscono come ad un Sultano; esso rC' 
ca in capo un serto di foglie di alberi e si appog- 
già sopra un bastone, e quattro scimie stannogli a 
destra ed a sinistra con bastoni fra le mani, sui 
quali si Appoggiano quando anche Ìl loro capo fa 
il simigltante. Allora si fanno innanu la moglie sua 
ed i suoi Ggli e gli siedono dirimpetto e ciófanno 
ogni giorno; vengono allora le altre scimie, ma sie- 
dono in distanza; una delle quattro volge loro la 
parola, e allora lolgonsi tutte di là, e ciascuna poi 
ritorna recando un banano o un arancio o qualche 
altro frutto elio somigli a questi, e che la scimia 
e la moglie sua ed i suoi figli e le altre quattro 
sdmie si mangiano, poscia se ne vanno. Mi narrò 
poi ano di quei Gioghi, cb' egli aveva veduto le 
quattro scimie batterne una cou l,bastoni dinnanzi 
al loro capo, poscia svellerle i peli più sottili: ed 
altri degno di fede mi raccootò che allorquando 
' una di coteste scimie si prende la moglie sua; essa 
noi può allontanare da sé, se non dopo eh' egli è 
slato alquanto con lei. 

(!) BaV2uneh o Buiinek significa (rimt'a in persbno. 



250 

EatTAiDmo allora fle)la valle di Ei-KhelntTM, 
dalla qaale Aba Abdallah Ibn RlnfiflraMC i dueru- 
biniehe poi donò al sultaso dell' iaids, edilàibin 
luogo deUo Beh El>Agi« che < è l'ultime paew 
abitato, poscia a| paese «li Sebik, Sottano infeddc, 
die eraai appartato in - quel luogo per ademiùere 
a' suoi ebbligbi di religione. Lk vodenjpo le sao- 
^uisuglw volauLi ebe stanno sugli alben e sulle 
erbe vicine alle acque; e allorquando si a^vieina 
loro qualcuDO, gli si gettano sopra e da quella 
parte del cqrpo laddove «i sona posale, «sae ui^ 
gue in gran copia. La gente adopra per rimedie 
■1 sugo di apaneio, cbe si spreme sopra la ferita; f 
laddove cadono le gAccìe, fidano poi con apposito 
coltello di legno, e a chi non fa in lai manierai 
esre il saogue Socbi muore. Di \k ci recamo» alle 
setto spelonche, quindi alla salita di Alessandra e 
infine alla spelonca di B-Alibani; trovasi quivi du 
fonte di acqua viva ed un castello disabitato presso 
il quale sta 1' evirata del mente Seraadib. 11 Se- 
randib è uno dei pia alti monti delta terra, e noi 
lo vedemmo, dal mare lontani ancoro nove giorni 
di navigazione; e allorquando aominciaramo a sati- 
re, vedevamo le nuvole pid basse di noir cbe 
stavano cioè tra noi e le falde del monte. Tntvaosi 
io esso molti alberi ai quali non cadono ts^aì |e 
foglie, e piante con fiori di vario colore e n^ 
rosse della grossezza dì un pugno; e si dice c^e 
trovasi in queste una scrittura, pellH quale si legge 
il nome di Dio e il nome del suo Apostolo (1), til 

(t) Huometto. 

L,.,....C()o>^lc 



3S1 
quale sia prupìtìo Iddio e conceda pace. Sodo poi 
nel monte due vie ohe guidaao al Piede; dicesi 
r ma via di Saba e 1' altra via di Hama, e questa 
è plana, e per esia teraano i TÌsilatori, meotre chi 
si inviasse per essa nell' andata, per quella gente 
swebb» conte chi non avesse fatta quella risila. La 
via ÌBTBfie di Babà è fatkosa ed ns{>ra a salire. A 
piedi del sionte, all' entrata di esso, trovasi aacora 
una ^loDca di AtMsaiiiko; gli anticfai fioi seavi)- 
roBo nel monte ceKi scalim pei quali si sale, e vi 
pienlaroDo oUodl di ferro, ai quali sono sospeae 
ostenp perehA ohi sale vi si «ttncehi; esse sono dieci: 
due nella fnrte inferiore del moiMe, sottesi succ^ 
dono una dietro 1' altra, e la dedma dicesi la ca- 
tena delio lesiiflioaiaiiia, perchè chi giunge ad essa 
e guarda al basso, profferisce le parole della testi- 
monianza . per timor di cadere (1). Presso qaesta 
catena travasi la caverna di Cfaisr (3), e presso di 
essa un luogo spazioso ed una f«ite d'acqua vira 
piena di pesci ebe nessuno pesca, e due alleverà- 
tòi scavati ai due tati della via. Nella caverna dì 
Gtiisr soglioao i visitatori lasciar le loro o«se, e 
poscia salgono p«r due miglia fino aUa sommità 
del monte, laddove trovasi il Piede santo in una 

(1) Queste sono le parole di Tede dei- Musulmani cli^ 
spesso sogliono profferire nel dolore o pella meraviglia. 
Esse sono: Facciu tftlimania^^a che non ci è altro Dio 
che Allah I the Maometto è l' Apailoh di Allah t 

(S) Cbisr, secondo ì Maomellanl, è ud proreln custode 
dell' acqua della vils, la quale a chi ne beve dona eterna 
giovinezza, e trovasi in un paese favoloso, il paese delle 
tenebre. 



292 
pietra nera alzata in luogo spazioso, dove esso 
8' impresse in modo da render i' orma profoD&i. 
La sua luogliezza è di undici spanne. Ma quando 
ne' tempi antichi venne a visitarlo gente di Cina, 
sUccarono datln pietra il luogo del dito grosso e 
ciò che era vieiuo, e portarono in un loro tempio 
nella città di El-Zeitun, alla quale si recano pel- 
legrini dagli ultimi confini del loro paese, lo qudla 
pietra furono scavate nove buche, nelle quali i 
pellegrini infedeli gittano oro e rubini; e i poveri 
quando giungono alla caverna di Cbisr coirono a 
jgara a prendere ciò che trovasi nelle buche, eaoi 
non vi trovammo che pochi rubini e poco oro die 
donammo alla nostra guida. 

É costume in quel paese che i pellegrini debbano 
fermarsi Ire giorni nella caverna di Chisr, nei quali 
si recano al Piede mattina e sera; e così focemmo 
noi pure, poscia tornammo per la strada di Marna 
e discendemmo alla caverna di Sceithnm, cioè Set 
figlio di Adamo ( su ambedue sia la pace ), posda 
ai villaggi di Curcavan e di Al Kalengefa, dove 
trovasi il sepolcro del Sceìcco Abu Abdallah Ibn 
Kbafif. Ora tutti questi villaggi e queste stasioni 
sono nel monte, e presso le f^lde di esso trovasi 
un albero detto Dirakhli revan (1), albero espanso) 
del quale non cadono mai le foglie, uè io ho co- 
nosciuto mai tale che le abbia visle. Dicesi anche 
Albero cfae cammina, perchè quegli cbn Io mira 
dall' alto del monte, lo vede lontano da sa e vi- 
cino alla base, e cbi sta a mirar dal basso, vede 

(1) In persiano, albero the cammina. 



2N5 
lutto il contrario. Là io vidi una turbo di Gìoglii 
9be stavauD sempre atl« falde del monte aspettando 
che cadessero le foglie di queir albero, dacché esso 
è in tal luogo che in nessun modo vi si può arrivare. 
Costoro hanno molte favole intorno a quest' albero, 
ed una di esse è questa, che cioè chi mangÌM delle 
sue foglie ritorna giovane xe è vecchio: ora quest» 
non è che una loro sciocebezEa. A pie del monte 
trovasi una spelonca, donde iraggonsi rubini, 1' acqua 
dei quali risplende all'occhio di cupo azzurro. Di 
là entrammo in Dinaver, città grande abitata da 
mercanti, laddove travasi un idolo detto pure Dì- 
navar in un gran tempio, con quasi mille tra Bra- 
mini e Gioghi e cinquecento giovaaetle indiane 
che gli cantano e danzano davanti. Le rendile delle 
città sono destinate all'idolo, il quale é d'oro, 
dell' altezza di un uomo, e in hiogo degli occhi 
Ila due grandi rubini, de' quali si racconta che ri- 
splendono come due torcie nella notte. Da Dinavar 
passammo a Kali, poscia a Calambu, la più bella 
e grande città di Scrandib^ di là a Batalel; di essa 
e del Sultano parlammo più sopra. Là ritrovai la 
nave nella qoale era venuto, che mi aspettava; al- 
lora mi imbarcai per il paese di El-Mabar. 



L,.,....C()o>^lc 



25* ■ 
ChocijIta di RieciHDa Cdoh di Lione rk a' iNcaiLTEBRA, 
dal tiriaco di Bar Htbrea. 

frfuiaolD d*l ValsariualoTt. 

Duo tra gli Scrittori orìentnll che più di tutti sareblia Ui 
Ki'utde atlUth quanto «lU cognialoiie d^e eoae d' lìrlaote, è 
Benza dnjtblo Bur Hcbreo o Abulfuaglo, nailtore Biro otUtlaao 
del SUI Hcola. Vlignto al tempo del decadere della letteraton 
siriaca e del fiorire della civiltà araba scrisse Istorie SBSaf e»- 
tebrate in Oriente, quali auno la Cronaca alrlaea in siriaco e 
la atoria delle Dinastie In arabo. — Nacque nel lllS di Cristo, 
nell' anno della coat^anzlone di OIotg e Satarno nell' Acquario, 
com'egli Steno dice nella sua vita cbe scrisse In slrlMo; a 
venti uiul, cioè nel 1Ì4B, fu fatiq Vescovo; fu Primate d' Oriea* 
te nel \ìe6, e moii nel 138« di seeaanl' anni. 

Bar llebreo per le sue storie ricorse per lo più a Scrittori 
Arabi, com' egli stesso affenoh in più luogbl di esse; onde gli. 
avvcDDe qualche rolla di non dire 11 vero o di esagerare, cò- 
me, p«r esemplo, gli accadde nel brano cbe qui si dà tradotto, 
dove parlando della strage degli Arabi di l^olemalde fatta dal 
Crociati, fa salire a centomila ed ottocento gli uccisi, mentre 
ruroUD molto incno''[l) I Mussulmani avevano probabilmente 
accr«sc1itta 11 Bumeru per odio dei («stiani. 

1d quel tempo (3) renne il re d' Inghilterra, e 
preia Cipro ai Greci (5), pose I' assedio a Tole- 

(1) !• A. Fleury, Hisioire il' Angleterre, tome I, chap, 
XII ( neir Hittoire Univenelle pubblicata dal Dura; )t 
Paris l»!t3. 

(2) 10 Giugno HAI, Fleory Hist. d' Angl. 

(3) La prese ad un Isacco Comoeno die la tiranne^- 



258 
iUaìde; laonde per la su^ venula si affurzò aast't 
la parte dei FrancUi (1). Intanto ?enli principi 
Arabi che trovavnnsi in Tolemaide, mondarono a 
dire a Saladino {2) che le cose loro erano ridotte 
alto stremo, e ehe non riponevano nessuna spe- 
ranza neir attaccare una battaglia decisiva, anche 
per essere afflitti da malaltia. Saladino allora co- 
laandè che uscissero dalla città dalla parte del 
lofire, e pose altri in loro loogo; ma poiché nera- 
men questi valevano a sostenere gli assalti dati alle 
mura, i Prandii ne avevano occupata grtin parte, 
e f(i^ avevMio posta contro una torre sette mangani. 
Il re d'Inghilterra intanto avevo mandato un 
messo a Saladino dicendogli: Lo stare io e tu nclln 
stesso luogo non ci può nuocere: fucciamo adunque 
una convenzione che giovi ad ambedue le parti. — • 
Ha Saladino rispose: IMma conviene che si faecia 
la pace, e allora ci sarà lecito lo st.ire insieme; poi- 
che dopo le feste ed i conviti non è la guerra cosa 
che cpovenga. — Aminalntosi poi il re d' Inghilterra 
in quei giorni dì grave malattia, i Franchi ritardarono 
la gu^ni; ma poi essendosi il re riavuto, mandò di 
nuovo un messo a Saladino a dirglii Non credere 
che io abbia violata la fede die li ho data^ per 
la m&laltia che m' ha incolto; ora me ne sono rln- 

(I) Cosi chìamBR» in Oriente gli Europei, 
(S) Saladino o Selah-ed-dio o'Iebre guerriero arabo; 
uHa morie di N'ir-eJ-din diveniò SuIIhuo d' Egillo; Wniù 
tmpadronirsi della Siria e scacciarne i Cristiuni, die vi a- 
vévano fondato il rugno di Gerusalciiitne. Eri\ della stirpe 
legli Aìiubili. — V. Sedillol. Hist. dcs Arabcs. I. IV. 
:h. 4. 



=, Cookie 



ÌS6 

vuta, e però ha msadalo a chiederti che tu mi 
permetta ohe io ti man4i doni e presenti; poiché 
non conviene che i re scarseggino 1' uno verso del' 
r altro di doni, di ambasciate e di parole cortesi, 
anche se tra loro si tratti la guerra; questo infatti 
ci ingegnano le leggi dei re antichi, nostfi mag- 
giori. — Bene, Saladino rispose, se voi altri ricc' 
verde i nostri doni in ricambio, noi pure accette- 
remo i vostri. — Presso di noi, il messo disse, 
abbiamo falchi ed aquile ed altri uccelli ammae- 
strati, ma sono ammalali; e però vi preghiamo di 
darci galline e piccioni per nutrirli; e quando sa- 
l'anno guariti ve li porteremo. — Malecb Adel, 
fratello di Saladino, volgendo in riso la cosa, disse 
al messo che il ro d' Inghilterra, ora che si era 
riavuto dalla sua malattia, aveva bisogno di pio 
cioiii, e che però prendeva il pretesto dei falchi 
per ìscusarsi. Ùò non di meoo Saladino, donate 
al messo regie vesti, lo licenziò mandando con lui 
gran copia dì galline, di piccioni e di colombe. 
Dopo qualche tempo vennero di nuovo da parte 
dei Franchi tre messi a chiedere frutta e ghiaccio; ot- 
tenute le quali cose, ritornarono. Dicesi pertante 
che niun altro scopo aveva il re d' Inghilterra nel 
mandare quei messi una volta dietro 1' altra e con 
tali vani discorsi, se non quello di conoscere con 
esattezza le forze di Saladino ^e dei re cb' eraeo 
con lui. 

Fattasi grave intanto la guerra agli assediati, 
questi mandarono a dire s Saladino: Se Vj non 
fai pervenire qualche soccorso, noi consegniamo 
nemici la città. — Ma Saladino, oltre al trovarsi 



3K7 
occupato nella guerra coi Francbi, non poleva far 
nulla alle due schiere, nelle quali i Franchi si 
erano divisi, l' una delle quali faceva la guerra 
contro quelli ch'erano fuori di Tolemaide, e l'al- 
tra contro i rinchiusi in essa. Questi perà, veden- 
dosi ormai presi, chiesero grazia della vita ai Fran- 
chi, i quali risserò che essi ann avrebbero accon- 
sentilo a ciò se non dopo che Saladino avesse loro 
reatituilì i prigianieri Franchi che trovavanst presso 
dì lui, e non avesse rese tutte le città che aveva 
loro tolte (1). Quelli pertanto mandarono da Sala- 
dino, il quale rispose: lo do soltanto tremila pri- 
gionieri dei Fror.chi in cambio degli Arabi di To- 
lemaide; ne) caso poi che cotesta città mi si lasci, 
renderò in cambio città per città; in esso contrario, 
si conquistino i Franchi, se pur possono, le altre 
ciuà, come già noi le abbiamo conquistale. — A- 
vuta questa risposta, i Franchi non si perdettero 
di animo: salirono con scale sulle mura, entrarono 
io ciuà, e dopo aver sparso molto sangue, radu- 
narono gli Arabi superstiti in una parte di essa. 
Questi allora dissero ai Franchi: Non ci uccidete, 
ma aspettate che noi mandiamo ad avvisar Sala- 
dino, acciocché egli ci riscatti o con denari o con 
prigionieri Franchi, come voi desiderate. — A co- 
testi patti i Franchi acconsentirono di aspetluru 
quattordici gitimi, cioè lino alla luna nuova. Se, 
essi dissero, Saladino ci darà ducentomìla denari 
d' oro e cento prigionieri, dei quaU gli scriveremo 

(I) Saladino, uscito d' Egiilo, si ernimpailronito dal 1174 
al ii^'2 di Damasco, Emessa ed Ale)ipo. 

17 

■ ^'^H.^l- 



258 
I nomi, cloi a dire ■ Conti, e oltre a oiè alfti 
mille e cinquecento prigieni, dei «quali non cìsolia 
noli i nomi, noi Vi porpecnu in lityertàt — Gli Ak 
rabi aHora rosarfarono a riferir la cosa a- SialadiMi' 
il quale radunati i prìneipaK eapitani, si conaigtid 
cnn loro; queali ad una voce risposei^ «he qtMgW 
Arabi erano (oro fratelli e della siesta paligione:' 
Per la qual cotto acconsenteBdo Satadinft a «onse' 
gnare i prigionrepi Franelij, mandA lotto ' per ì di' 
versi luoghi, e li radunò fu un solo; qoattto poi 
ai'denari, disse ebe ogni dieci giorni ne avrHMw 
mandato bo Icrao. Passati pertanto dieei giorni' 
mandò t dire ai Franchi di porre io libertà tutti 
gli Arabi che erano presso di loro; intanto egli 
darebbe un teno dei deiMri e ostaggi per gli fif>' 
tri due leni; eeasegna&Mro pere i Francb! loro 
oslffggì p«> il lérto dei denari, - ohe ricevevano da: 
lui. I Franchi risposero che la loro parolB' hasKtrv, 
e che la fede loro valeva per gli ostaggi. S'indi^' 
gnò a tale rispoaia Saladino» e non vi acoonsenlif 
Sdegnatisi alkva j Franchi, legarono eon eonde L 
prigioni Arab4, e trallili fuori ddla citte sopu. 
una nllura, e aceumulata intomo a loro gran cop» 
di legni, e corde veceltie, e vasi da vino cbianatì^ 
bolli (1), e snudalo le spade e scoiatisi «ooiro' 
dì quelli, tulli li scaennreno, mentre te scolte a- 
rabe slavano dirimpetto r vedevano. Salì a cenlO' 
mila e ottocento (2) il immero degli Arabi uccìsi- 

(1) L' A. si esprime cosi perchè la voce blati, botti, 
non è sirisco; btati non è cb« l' arabo baiati ptur. <lr 
balliah, donde 1' Hai. botte. 

(^) a numero è es-geratoj gli uccisi furono 1700. 
( Fleury ). 



29» 

sulle mura di Tofemaidi e al di dentro di essa e 
al di fuori su <fKlt' altora; e questo accadde nel - 
settimo mese ddl' sono cin^Beconto oltanlaselle 
degli Arabi, cioè, ndl' acao niHe c«inqaeocnto due 
dei Gi^oi, nel oieee idi Ab (f). Nel rkondar T espu- 
gnaiione di Totemaide poco ci ftianio estesi, ptnvfaè 
essa è assai nttta tra gli Antti, « (ritre adòm«Iti 
libri sono stati scritti rabWDO « questa intUipa ette 
gli Arabi tocearows io quel tempo dai Pniulii. 

Espugoabi TeJenaide, i Franclil vi posero un ' 
pT«iadio che bastasse a goardarla e iogegneri per 
rifarne le mura; poscia si rÌTiriseco sopra Ar^af. 
SaladJDo Icone loro dietrv; e per Ja via mentre 
RBiDminavano, i due escrali si molestavaDO dd con- 
tinuo a vicenda. Avendo poi an giorno gli Ambì 
assaltato i orrioggi d« Franchi, il re d' Inghillerpa 
ss ne sdegoòr e inseguitili co» grandi forze g^i- 
disperse; ed esseudosi dispersi e. dati alla fuga, 
presso- di Satodiao non rimasero che diciassette uo- 
mini sellanlo tra i primi degU Arabi con alcuni 
trombst^CTi ed alcuni alfieri. Laoode sé i Franchi 
non a-vessero temuto di -capitare in qiMlcIte insidia 
e n«a si fossero ritirati, iik quel gtornu avrri>bero 
preso Sslsdioo stesso,. e cosi sarebbe caduta adon 
tratto la patensa degli Arabi. 

Intorno a quel tempo Saladino avevo inandnti 
ingegneri e uomini a oavallo aoctooeliè andassero 
e vuotassero di vettovaglie il castello 4i Pagras,' 

(1 ) L' A. seconilo 1' uso siriaco conta gli anni ilail' epocii 
siro-niaMdoniea (311 a. C. ) e dall'epoca amba ( HS9 

<J.C.). l'anno qui notalo è il tioitro 1191. 



2«0 
e lo distruggewero. Questi recaltsi aPagras, cornili-^ 
ciarono a devaaUrlo; ma poi udendo che Leone 
principe di Ciiieia stava per venir loro iacootro, 
lasciato il castello, si diedero alia fuga. Gli Aolio- 
cheni (1), udita la loro Tuga, recatisi a Pagras, vi 
trovarono dodici mila misure di frumeDto; il quale 
portato alla loro città assai li confortò pw la ca- 
restia grande che allora trovavasi in quei lu<^hi. 
Dopo alcuni giorni giunse Leone, e fortitteatosi 
contro i Franchi, prese loro Pagras. Allora Saladino, 
mandata gente, devastò Aicalon e la vuotò di ibi' 
tanti, poiché i Praochi stavano in quel tempo fab- 
bricando laSa, dove si erano stanziati; e gli Arabi 
dicevano che non potevano guardare Ascalon con- 
venieotemeiiie, perchè la&a trovsvasi tra Gerusa- 
lemme e questa eitti. Recatosi poi egli a Gema»- 
lemme e visiutala, la fortificò con un presidio e 
con altri mezzi. In qael tempo si recò presso di 
lui Muizz-ed-din signore di Melitene, il quale la- 
gnavasi del padre suo, il SulUno Chiltg Arslao, e 
dei suoi fratelli che volevano togliergli quella cillA. 
Suladino lo ricevette ad onore, e gli diede in 
moglie la Sglia del frate! suo Halech Adel; poscia 
lo rimandò a Melitene confortandolo col dirgli elle 
per i' avvenire non avrebbe più a temere ni dei 
suoi fratelli né di suo padre. 

Intanto un messo del re d' Inghilterra presenta- 
tosi a Saladino così gli disse: E dalla parte nostra 
e dulia vostra molti sono periti in guerra; e fino 

(1| Era AntiDcliìagoVGinala dal principe BoemonJo; Pa- 
gras quindi andò sotto ai Franchi. 



2fil 
a quando le nostre e le vostre spade bÌ tingeranno 
di sangue T Rendici adunque i luoghi che ci hai 
tolti, e principalmente Gerusalemme, luogo di no- 
eira religione, per la quale siamo qui venuti; al- 
lora noi potremo lasciar questi luoghi e ritornare 
ai nostri paesi, e tu allora avrai quiete da par- 
te nostra. Saladino rispose uhe quei luoghi da 
principio non enino dei Fraoclii, raa bensì dei 
Greci; a questi li tolsero gli Arabi quando comin- 
eisroDo le loro spedizioni; quando gli Arabi rimi- 
sero alquanto delle loro forze, vennero i Franchi 
I! se }i presero: Noi per6, soggiunse, ora ve li ab- 
biamo ritolti; quanto poi a Gerusalemme clie voi 
dite esser luogo di vostra religione, sappiate che 
essa è tale anche per noi; ami noi la raagnifichiamo 
ed onoriamo assai più di voi, secondo ciò che et 
faa comandato Iddio nel suo Corano. Allora il re 
d' Inghilterra mandi messi di nuovo a Saladino 
dicendo eh' egli desiderava d' imparentarsi con suo 
fratdlo Maleeh Adel per mezxo dì sua sorella, che 
era venuta con lui per adorare in Gerusalemme (1); 
aggiunge poi che se Saladino avesse dato a Halech 
Adel le città marittime, ed esso Maleeh Adel avesse 
avuto solunto 11 comando delle easlella e delle città, 
riserìtandosi al Templari ed agli Spedalieri tutti i 
villaggi, tutto questo fermerebbe il contratto di 
n<»ze; egli poi darebbe alla sorella tutte le città ma- 
rittime tenute allora dai Franchi; ed ella intanto 
porrebbe sua stanza in Gerusalemme. Saladino a 
tali proposte non voleva acconsentire; ma Halech 

(I) Costei era Hatilde. 



362 
Adel, il quale ardeva di amore per la sorella del 
re, mandando a suo fratello Saladino prineipi e 
seniori, lo fece pregare di accoaseailrvi. E insistendo 
egli a negare, aitimi malRioaaiDente gli drssero; 
Gertanente noi sappiamo cbe questa donna, figlia 
d' »n gran re, non vorrà darsi ad un Arabo; t 
eiò ben sa anehe il fratello di lei: e forse «gli per 
deriderci, sifieome suol faro per naiignilà, ha man- 
dato a dirci tutt£ queste cose. Ha Iti md afllìg- 
gere tuo fratello. Persuaso da queste parole Sala* 
djno mandò un messo al re a dirgli cite accoo- 
sentiva. Il re allora ricevuto )l messo, lo tenne 
presso di sé Ire giorni, poi al terzo gU disse drf 
per lutti quei tre giorni egli dì e notte aveva leti- 
tato persuadere sua sorella, ma che ella non voleva 
lasciarsi indurre, diceude: Se quegli ai farà vero 
cristiano, io &trò di lui; so no, no. Il messo, ria- 
vuta quella risposta, ritornò indignato a Saladino. 

in quei gionii Taclii-ed>din Omar nipote di Sii- 
ladino, UBCtlo contro Calata (f ) per espugnarla, 
mori per via; fu trasportato e Sepolto in MaiEar- 
che(. Costui era stato grande nemica dei Cristiani, 
e senia pietà aveva sparso il sangue dei pòveri 
Armeni che lavoravano la campagna nulle teiTe 
di Gsbaijur. Trovavnsi con lui HaleCh HIlD»u^ suo 
figlio; il quale afTorziitosi ÌO Mailarchet, mandò a 
dire a Saladino che «e egli nòò gli avesse lasciali 
tutti i dominii dì Tadii-ed-din suo padre, egli sa- 
rebbesi collegato con Buctamar signore di Cala- 
la. Di lai cosa Saladino non fece pel momento 

(I) Cidi d' Armenia. . 



263 
nessun caso; ma poi diede » Makch Adel tutti i 
dooinii del padre di Malecli Maasur, e s costui 
diede Edeesa, Ifiirran e Saniosata. 

Essendosi mosse frattanto due schiere, 1' una dì 
Franchi l' ahra di Arabi, verso Ascalon, e avendo 
ambedue un gi»rno posti gli accempainenli, gh 
Arabi tesero insidie a qiidi Franchi, che uscivano 
dal c^nipo a raccoglier lejtne. Ha i Franchi, accor' 
ti^i delle insidie, mool^ndo ciascuno a cavallo, si 
recarono laddove trovavansi gli insidiatori, e ucci- 
sero tre dej principali famigliari di Saladino, per- 
dendo soltanto tre uomini a cavallo degli infimi 
gradi. I) re d' Inghilterra mandò allora a far sue 
riiDOSIranie a Hatecli Adel riguardo a quelle insi- 
die; aggiunse poi che desiderava vederlo e parlare 
con lui. Piantarono pertanto i Franchi un gran 
padiglione al di fuori del campo; e quivi incon- 
tratisi il re e Halech Adel, vi stettero tutto quel 
f(Ì<^uo insieme, poscia poco prima della sera, 1' uno 
si separò dall' altro; prima però il re disse a Ma- 
Icch Adel: Desidererei dì stare col Sultano tuo fra- 
tello io questo stesso padiglione, acciocché io possa 
vederlo e intrattenermi seco. — Malech Adel ri- 
ferì la cosa a Saladino, il quale non vi acconsentì 
per due ragioni, 1' una delle quali si era che egli 
temeva, e 1' al(ra che non gli piaceva recarsi in 
quel luogo. Per la qual cosa fece rispondere che 
non era conveniente che i re si trovassero insie- 
me se non dopo fermata la pace, la quale non 
era ancora stata fatta Ira loro. — Se poi, soggiunse, 
si volesse stimare che essa sia st^ta fatta, né io 
intendo la lingua del re, nò egli la mia, e però 



364 
y' è necessità di un ioterprele; cosicché fscciamo 
iDterprete il messo, e così non sarà irecessario un 
convegno. Intanto sopravvenne 1' inverno. H re 
porlossi B Tolemsìde; e Saladino recatosi a Geru- 
salemme, di là manda ventiquattro mila denari per 
riscHitare dalle maoi dei Franchi ì prigionieri Arabi. 

Entrato frattanto 1' anno cinquecento ottantotto 
degli Arabi (4), recaronsi i Franchi ad Ascalon e 
comincìnrono a restaurarne gli ediiìci. Ha il Mar- 
chese di Tiro (2), tra il quale e il re d' Inghilterra 
era nata inimicizia, perchè questi non voleva ehe 
egli prendesse quella città, e però voleva toglier- 
gliela, promise a Saladino di mettersi dalla pnrl« 
degli Arabi e di far la guerra ai suoi. Slava per- 
tanto UD suo messo presso di Saladino per late 
faceenda; e mentre egli un giorno cavalcava, due 
uomini Ismaeliti, travestili da Monaci, gli si avven- 
tarono contro; uno lo feri con un eoltcHo, e l' al- 
tro si rifugiò in una chiesa di quelle vicinan- 
ze. Colà pure fu trasportalo il Marchese ferito; e 
r Ismaelita, compagno del - feritore, udendo che 
parlava ancora, gettatosi sopra di lui, ne rad- 
doppiò le ferite tanto che spirò. I Franchi (5) prese- 
ro ì due assassini e li posero alla tortura; distro 
che il re d' Inghilterra li aveva mandati; ciò che 
fu creduto dai Frnncbi per 1' odio che era tra 
loro. Più tardi poi si seppe che chi li aveva 
mandati era Sinan loro capo. Tiro intanto fu 
data dal re al conte Enrico, il quale si era 

(t) lt03 di C. V. sopra. 

{i) Corrado Harcliesc di Houlerrala. 

\Z) Quelli cioè del Marvliese. 



2«5 
presa in moglie la vedova del Hari^hese morto, e 
r aveva tolta mentre slave per aver figli; ciò che non 
era lecito. Rafforzatisi poi ed usciti i Franchi con le 
loro schiere, e assalito Dartim (1), lo presero a^i 
Ambi uccidendo quanti trovavansi in esso; poscia 
presero una gran carovana di Arabi che veniva 
d' Egitto, e portava denari a Saladino. Ha Saladino 
udendo che i Franchi si preparavano ad andar con- 
tro (ìerusslemmei radunate le sue schiere si pre- 
parò a direndersi, fortificò le mura di Gerusalemme 
e corruppe tutte le piscine che trovavsnsi al di 
fuori di essa. Preparandosi intanto i Franchi ad 
andar contro la città, il re noi permise dicendo 
che la campagna di essa era arida, che gli Arabi 
avevano corrotte tutte le acque dei dintorni, e che 
il fiume era lontano più di una parasanga; del 
Testo non credessero già che Gerusalemme fosse 
come Tolemaide: Tolemaìde stessa non potrebbe 
esser tenuta da loro, se il mare non fosse a duo 
giornate di distanza. Persuasi i Franchi da que- 
ste parole, si tolsero di là e si portarono a Gaza. 
Saladino si rallegrò udendo che i Franchi lascia- 
vano l'impresa di Gerusalemme, ma cominciò a 
temere per l'Egitto. Il re intanto gli mandò a 
dire pei' un messo che non stesse già a credere 
che egli si fosse allontanalo per timore o per fiac- 
chezza, poiché il becco non va per altro a ritroso 
se non per^cozzare: se Saladino si inducesse a far 
la pace coi Franchi seconda i patti proposti da 
questi,^ tal cosa potrebbe riuscire a bene anche per 



(I) Castella sui conGal d' Egilto. 



36fi 
luì; in lai modo inlnulo lo avvisava. — Dopo Diolte 
ambasciate la pace fu conchiusa rcslando i Franchi 
iti possesso di tulli quei luoghi che allora posse- 
devanor di lafls noè e del suo territorio, di Cesa» 
rea, di Areof, di Haifa, di Tolemaide,' di Anliochia 
e di Tripoli; il resto toccherebbe agli Arabi, Asea- 
k>o sarebbe distrutta; Saladino perù darebbe un* 
cerla somma di denari ai Franchi per i danni che 
avrebbero avuto pey le case di eotesta città che 
farebbero distrutte. 

Allora fallo Ubero oripai a tutti 1' accesso a Ge- 
rusalemme, v' enlrè una grande moltitudine di Fran- 
chi per adorarvi; Saladino lutti li onorò, e diede 
loro cavalcature ed altri doni. 'Si dice che il re 
d' Inghilterra mandò a dire a Saladino di non la- 
sciare entrare in Gerusalemme lutti quelU dei Fran- 
chi che non avessero un suo segno. Saladino allora 
radunali i suoi sapienti, e domandalo loro quale 
era cotesto segno del re, quelli, dopo essersi con- 
sultati, risposero che la causa principale della ve- 
nuta dei Franchi non era altra se non )' odorare 
in Gerusalemme: oKeoulo questo, essi ritorneranno 
ai loro paesi, e non vorranno più uscirne: per 
questo il re li vuol trattenere, acciocché, quando 
voglia, venga qui di nuovo, e quelli I» seguano 
preparali e volenterosi. Udito ciò, Saladino mandò 
a dire al re che quelli che venivano in Geru- 
salemme , erano stranieri, e che egli dopo la 
pace non poteva disturbarli; se poi il re voleva 
trattenerli, poteva farlo. 

Dopo la pace Saladino si recò a Beirut; quivi 
venne a trovarlo Boemondo principe dì Antiochia, 



207 
al quale fece grande onore; dunò a lui ed ai quat- 
tordici cavalieri che aveva seco, vesti reali; a lui 
poi concesse una metà dell' entrate del territorio 
di Antiochia che gli Arabi avevano preso. Saladino 
si meravigliò come il principe Tosse venuto da lui 
sema timore e con confidenza; e perciò l' onorò 
di più e lo licenziò con ogni sicurezza. Toltosi poi 
di là si recò a Damasco. Intanto il re d'Inghil- 
terra aveva dato Tnlemaide al Conte Enrico tìglio 
di una sua sorella. Egli poi imbarcatosi per tor- 
nare al suo paese, morì, come è fama, prima di 
arrivarvi (!). 

(1) Ciò è falso: Riccarilo nel ritorno fu fallo prigin- 
niero da Leopoldo duca d' Austria che poi lo consegnò 
a Enrii») VI Imperatore di Germania; giunse |ioi in In- 
ghilterra dopo Ire nieil e mezzo di prigioni». 



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3, Coniale 



INDICE 



Pbefazione pag. vii 

Ducono sopra il ^ahnameh o il Libro dei 

re di Firdusi '. . . • ì 

STORIA DI SOHBAB 

1. Ru$tem va a Samutigait , . . . * 4S 

li. Tekmina va da Butlem . . . . ■ S& 

III. yatcita di Sohrab ......> 61 

IV. Sohrab $i cerea un cavallo . . . > 66 

V. Àfratiab manda a Sohrab lettere e 

doni ■ 71 

VI. Sohrab giunge alla Rocca bianca e com- 
batte con Hegir .75 

Vii. Combattimento di Sohrab con Garda- 

ferid .- » 70 

Vili. Ghezhdehem avvisa per lettera il re 

Caous dei fatti di Sohrab . . . . • 88 

IX. Lettera del re Cavut a Ruttem. . < 100 

X. Buvtem va in Ironia, e Caou* si a- 

dira con lui e con Ghev > 110 

XI. Cavus move le schiere contro Sohrab, » 128 

XII. Rmtem vecide Zindeh-rezm . . . > 131 
Xtll. Sohrab domanda a Hegir indizio di 

Ruslem .140 



270 

XIV. Sohrab dà V atMito agli Irani . . > ISS,^ 

XV. Combatlimenio di Rutlem con Sohrab. > 1 65 ;.* 

XVI. Altro combattimmlo di Rutlem con 
Sohrab • 181 

XVII. Sohrab è ferito da Rutlem . . . ■ 187 

XVIII. Ruttem chiede al re Cavut un bat- 

tamo per Sohrab ■ i97 

XIX. Pianto di Hustem per Sohrab . . > 200 

XX. TìtAmiiia riceve la notizia della morte 

di Sohrab .210 



APPENDICE 

Dal greco di Mimnermo ......* 

Incontro di Rama con GiamadaglUèia, epi- 
todio del Ramayana (Adiemda 76-77 ) 
tradotto diil lamerito. > 

Alno mi Sole Iradoilo dal zend; Kharthed 
Yaiht VI 

U re Dario uccide il .folto Smerdi {dalie i- 
scrizioni cuneifbrmi di Behittan in an- 
tico persiano ) . . • 

// Giardinieri e t' Uiignuolo, favola di Hat- 
»ein Vaez tradoUa dal pertiano . . ■ 

Storia degli Armeni da Aram fino ad Anu- 
shavan iieomdo Ciamcean, tradoUa dal- 
l' armeno , . t 

Viaggio di Ibn Batulah all' Itola di Ceilan 
tradotto dall' arabo. > 

Crociata di Riccardo Cuor di Leone re di' 
Inghilterra, dal niriaco di Bar Hebreo. » 



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